Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini.
E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi.
Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell'altro.
Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo...
(Il piccolo principe, A. De Saint-Exupery)
giovedì 3 maggio 2012
La salvezza viene dai giovani
Sembra una delle solite frasi fatte. Ma mai come adesso possiamo dire che la salvezza viene dai giovani, dalle nuove generazioni. Quale salvezza, vi starete chiedendo? Quella dei milioni di embrioni che ogni anno vengono concepiti, crescono e che non arrivano a vedere la luce, e non per cause naturali. Ma pure la salvezza di chi, arrivato alla fine della sua vita, vorrà portarla a termine in maniera naturale, anche quando la malattia potrà spingerlo a pensare che la sua vita non è più degna di essere vissuta. E ancora, penso alla salvezza di centinaia di bambini down, ai quali viene privato il diritto di nascere da chi ha deciso di non far loro condurre una vita tutt’altro che dignitosa…
La battaglia per la difesa della vita, oggi, si trova a un punto di svolta. Dopo decenni di ideologia post-sessantottina, nei quali è stata smantellata buona parte del sistema di valori su cui si è sviluppata la società occidentale, oggi qualcosa sta cambiando.
La medicina ha fatto passi da gigante ed è molto difficile riuscire a sostenere la tesi che un feto non sia un essere umano. Che l’aborto sia un omicidio oggi è più evidente di quanto non lo fosse trent’anni fa. Come pure che l’embrione è già una vita umana a tutti gli effetti. E allora, giustamente, ci si interroga sulle contraddizioni di una società che condanna la pena di morte ma che paradossalmente ammette che a milioni di bambini non ancora nati venga impedito per sempre di vedere la luce.
Non vorrei sembrare eccessivamente ottimista ma mi sembra che in Italia da alcuni anni stia crescendo la sensibilità verso questo tema; e soprattutto cresca la sensibilità di tanti giovani, che poco alla volta sostituiranno gli attuali "adulti" che governano le sorti della nostra società e che tanta responsabilità hanno avuto nell’approvazione della legge 194/78.
Diverse sono state, recentemente, le iniziative a favore della vita promosse proprio dai giovani. Lo scorso anno una organizzazione internazionale giovanile è riuscita a presentare all’ONU una Declaración de la Juventud (Dichiarazione della Gioventù) con più di 100.000 firme per promuovere politiche a favore della vita. Sul web sono presenti gruppi e movimenti giovanili apertamente schierati a favore della vita. Tra questi segnalo, ad esempio, www.giovaniprolife.org, il portale dei giovani del Movimento per la Vita; oppure http://www.saltovitale.info, il magazine online dei giovani prolife. Il prossimo 13 maggio si terrà a Roma la seconda edizione della Marcia nazionale per la vita, alla quale prenderanno parte anche numerose associazioni giovanili.
Tuttavia questo non basta. I giovani hanno dalla loro l’entusiasmo e la freschezza tipici dell’età, ma la loro azione non può prescindere dagli adulti. E questo per diversi motivi.
Innanzitutto perché gli adulti rappresentano il futuro e se questo futuro non è raffigurato positivamente da modelli concreti, diventa più difficile per i giovani sperare in un reale cambiamento del mondo. Oppure il cambiamento auspicato rischia di diventare il desiderio di una società perfetta fondata sull’utopia. E sappiamo come è finita tutte le volte in cui l’uomo ha cercato di creare il paradiso sulla terra…
E poi i giovani hanno bisogno di formazione, perché possano liberarsi dall’approccio superficiale tanto diffuso nel mondo d’oggi e che banalizza tutto, a partire dalla vita stessa. I giovani hanno dalla loro il desiderio tipico della giovinezza di chiedersi il perché delle cose, di volere comprendere le ragioni di quello che succede nel mondo, di quello che li riguarda da vicino. Ma non possiamo dimenticare che sono figli di un mondo che li spinge ad una superficialità che, se non affrontata adeguatamente, non dà spazio alla ragione e alla verità.
Per questo hanno bisogno di adulti competenti e appassionati, che sappiano trasmettere loro non solo le conoscenze sulla vita ma anche il desiderio di andare a fondo, la speranza concreta di cambiare il mondo, la volontà di non fermarsi ai luoghi comuni, soprattutto quando questi riguardano la vita, che è il bene più grande che possediamo.
Sull’aborto, sull’eutanasia, sugli embrioni, sulla procreazione artificiale, i giovani hanno il diritto di capire come stanno le cose. Hanno il diritto di conoscere la verità, spesso nascosta per motivi ideologici o di convenienza. Aiutarli a formarsi è un dovere degli adulti. E’ un dovere nostro e non possiamo tirarci indietro.
Articolo pubblicato sulla versione online di Familiaria
mercoledì 11 aprile 2012
Difendere un sogno
“Nella società odierna vale ancora la pena avere dei sogni?”
La domanda è di quelle che ti spiazzano. A farla, una studentessa di un liceo classico siciliano, dove mi trovavo qualche settimana fa per un incontro sul primo romanzo di Alessandro D’Avenia, vero e proprio best-seller del 2011.
Per rispondere alla domanda ho utilizzato proprio alcune parole riportate dallo scrittore siciliano nel suo libro: “un mondo senza sogni è come un giardino senza fiori” (dal libro “Bianca come il latte, rossa come il sangue”).
Già, come si fa a vivere senza sogni? Sarebbe impossibile, la vita sarebbe grigia, monotona, spenta. Non solo vale la pena sognare – dicevo a quella ragazza –, ma non possiamo farne a meno se vogliamo davvero essere felici; l’uomo è per sua natura un sognatore, solo gli animali non sognano. E per finire, citavo ancora D’Avenia, che nel suo romanzo fa dire al nonno del protagonista: “Non smettere di sognare, rinunceresti ad essere te stesso”.
Eppure, nonostante la mia risposta data con apparente facilità a quella liceale, le sue parole mi hanno fatto molto pensare. Perché una ragazza di 16 anni, che dovrebbe fare della “voglia di sognare” uno dei punti di forza su cui costruire il proprio futuro, si chiede se oggi vale ancora la pena farlo? Che cosa le fa venire il dubbio che forse è meglio non illudersi di immaginare un mondo migliore per poi non ritrovarsi con la delusione di un obiettivo impossibile da raggiungere?
In effetti, oggi sognare un futuro positivo richiede una buona dose di ottimismo e di speranza, ingredienti che sono sempre più difficili da trovare in giro. La ricetta per la felicità che ci viene offerta dal mondo attuale sembra fatta di individualismo, di soddisfazione immediata dei desideri, di conquiste professionali, di relazioni “usa e getta”. Il pronome personale più usato negli spot pubblicitari è “io”; quello possessivo è, invece, “mio”…
Tutto sembra dirci che non vale la pena studiare perché tanto poi non si trova lavoro. Non vale la pena amare perché tanto poi l’amore finisce. Non conviene avere amici perché gli amici prima o poi ti abbandonano quando non gli servi più. Sposarsi? Neanche a parlarne, visto che dopo un po’ ci si separa…
Ma è davvero così? E’ diventato così difficile essere felici? Oppure ci lasciamo condizionare così tanto dai messaggi negativi che il mondo ci manda in maniera tanto insistente quanto esagerata?
Forse sono vere entrambe le cose. Di sicuro molti di coloro che dovrebbero rappresentare dei modelli attraenti per i giovani non lo sono più e questo provoca una forte delusione in tanti ragazzi che vorrebbero guardare loro come punti di riferimento da imitare.
E così molti finiscono per spegnere le luci che illuminano il proprio avvenire e per ripiegare su modelli che presentano un’immagine di felicità tanto fragile quanto irraggiungibile.
“Voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho”, era scritto sulla parete di un edificio della mia città. Già, ma se chi ci deve aiutare a sognare non è capace di alzare la direzione del nostro sguardo, diventa tutto molto difficile.
Non pensiamo però di dare solo la colpa agli adulti assenti, sarebbe troppo facile! Il nostro futuro è come un mosaico che è fatto di tasselli già presenti, di altri che si staccano perché vecchi e di altri ancora che mettiamo noi. E allora sì che si può fare tanto, lavorando molto sui tasselli nuovi, quelli che possono ridare luce all’immagine quando questa diventa sbiadita. E’ la forza della giovinezza, che ha una capacità di sognare così grande da riuscire a resistere anche alle delusioni più forti. E’ la forza di un’età che è fatta apposta per conoscere le cose grandi che ognuno è venuto a fare in questo mondo.
Ricordate il discorso che Steve Jobs ha tenuto nel 2005 agli studenti dell’Università di Stanford? Probabilmente ricorderete le parole più celebri: “Stay hungry, stay foolish”. Siate affamati, perché la sazietà spegne i sogni, sembrava dire Jobs. E poi siate folli, perché per sognare, bisogna osare, rischiare, perdere la paura di fare qualcosa di grande.
Dove trovo i miei sogni?
E allora, proviamo a trovare il luogo dove incontrare i nostri sogni. Potrebbe sembrare un luogo lontano, fantastico, irraggiungibile e invece è più vicino di quanto ci aspettiamo.
Sì, perché i nostri sogni sono nascosti nelle cose che incontriamo realmente, ogni giorno. I nostri sogni li troviamo nella realtà, nelle persone che la vita ci mette accanto, nei talenti che ognuno di noi ha, a cominciare dal tempo, che è il primo dono che ci è stato dato.
A volte invece li cerchiamo al di fuori della realtà, quando immaginiamo situazioni che per diversi motivi non potremo mai vivere. Quanti di voi che state leggendo saranno protagonisti di Amici o del prossimo campionato di serie A? E quanti invece potranno essere protagonisti della propria esistenza perché decidono di essere se stessi e di giocarsi la vita al meglio delle possibilità che vengono loro offerte?
Cercare i sogni nella realtà significa, per esempio, trovarli in un libro che ci apre orizzonti nuovi e insospettati; oppure in un film che ci coinvolge profondamente per la storia vera, autentica, reale che ci racconta. Ancora, troviamo i nostri sogni nello scrivere una lettera ad un amico invece di mandargli una mail; o nel fargli una telefonata al posto di un freddo e distaccato SMS.
Troviamo i nostri sogni nel silenzio, che così tanto ci aiuta a guardare dentro noi stessi e a contemplare la grandezza della nostra vita. Troviamo i nostri sogni nelle tante piccole cose che ci accadono lungo la giornata e che spesso ci danno indicazioni sulla direzione verso la quale orientare il nostro cammino.
Per non perdere la rotta.
Riportavo all’inizio il paragone fatto da D’Avenia tra una vita senza sogni ed un giardino senza fiori. Subito dopo, però, lo scrittore aggiunge che “una vita di sogni impossibili è come un giardino di fiori finti”. E i fiori finti, se a prima vista possono sembrare bellissimi, finiscono presto per deludere, perché non hanno vita.
I sogni non possono rimanere tali, devono trasformarsi in progetti. Solo così danno quella soddisfazione che promettono; se rimangono sogni deludono.
Ma per trasformarsi in progetti, molte volte i sogni hanno bisogno di ostacoli, di difficoltà che ne mettano alla prova la consistenza. Avete mai provato ad appendere un quadro ad un chiodo che è stato piantato alla parete senza incontrare nessuna resistenza?
Probabilmente è facile capire che un sogno ha bisogno di ostacoli per trasformarsi in un progetto reale. Ma poi la vita ci mette di fronte alle difficoltà ed ecco che improvvisamente si perde di vista questa idea. Provate a rimanere convinti del valore delle difficoltà quando il prof vi mette un quattro, o quando la ragazza vi ha lasciato, o quando vostro padre non è quello che vorreste… Difficile, vero?
Anche per questo è importante avere accanto qualcuno che ci aiuti a trasformare i sogni in realtà, che sappia indicare la strada da percorrere. Soprattutto qualcuno che sappia dimostrare con la propria vita che i sogni si possono raggiungere, e che è possibile farlo anche se spesso si tratterà di camminare in salita o contro corrente.
Qualcuno che faccia venire la voglia di andare avanti anche quando molti ci diranno “lascia perdere” o quando ci faremo prendere dalla paura di rischiare, dalla tentazione di lasciare il passo a qualcun altro.
Qualche tempo fa leggevo su un forum le parole di una ragazza: “Ognuno di noi ha un sogno, ma tanti hanno paura di credere ai propri sogni e li rinchiudono in un cassetto, dimenticando dove hanno lasciato la chiave”.
Sognare è facile, credere nei propri sogni lo è di meno. Ma la cosa più difficile è forse quella di lasciare i cassetti vuoti. O almeno, di non riempirli con i nostri desideri di cose grandi!
Articolo pubblicato su Dimensioni Nuove di marzo 2012
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martedì 20 marzo 2012
Vite parallele
Sapete quante cose succedono su internet mentre leggete questo articolo? Dipende da quanto tempo ci mettete per leggerlo, la risposta sembra banale. D’accordo, ma sareste in grado di quantificare esattamente quello che succede mentre scorrete le righe fino alla fine dell’articolo?
Supponiamo che riusciate a leggerlo interamente in un minuto. Ebbene, in questo lasso di tempo, in tutto il mondo saranno state inviate 168 milioni di mail, inseriti 600 nuovi video su Youtube, i server di Google avranno risposto a quasi 700 mila interrogazioni e tali saranno anche gli aggiornamenti di stato su Facebook, con 510 mila commenti postati sulle bacheche del social network più famoso del pianeta. E ancora, saranno nati 60 nuovi blog e saranno stati scritti 1500 nuovi post.
Insomma, se proprio ce ne fosse il bisogno, questi numeri – riportati qualche mese fa su alcuni quotidiani e blog - dimostrano che la rete è viva e vegeta e che rappresenta un luogo frequentato da milioni di persone.
Lo spazio virtuale costituito dal web – e con esso il tempo impiegato per viverlo – è pieno e ricco di vitalità. I numeri parlano chiaro e non possiamo ignorarli: esiste una sorta di vita parallela che prende sempre più forma col passare del tempo. Una vita che si sovrappone e si affianca a quella reale di ognuno di noi, una vita fatta di relazioni, contatti, rapporti con altre persone che non vediamo, né sentiamo, né – a volte – conosciamo.
Di vite parallele ha parlato, anzi ha scritto, duemila anni fa Plutarco, che non è il cane di Topolino, come disse Homer Simpson in una puntata del cartoon più seguito e amato dagli italiani.
Lo scrittore e filosofo greco mise a confronto molte biografie di personaggi famosi, riunite a coppie, per mostrare vizi e virtù comuni ad entrambi i personaggi descritti.
Vite parallele, vizi e virtù, luci ed ombre. Non possiamo ignorare questa dicotomia, se vogliamo cogliere il meglio di ciascuna delle due vite in questione.
Allo stesso modo, le vite parallele vissute da milioni di persone, ogni giorno, sul web, non sono fatte di sole ombre. Dovremmo ricordarcelo più spesso, noi educatori, quando parliamo del rapporto tra i ragazzi ed il web. A parte il fatto che sarebbe interessante capire quanti di coloro che fanno tutte quelle cose in un minuto della propria giornata siano adulti e non ragazzi; ma non ci è dato saperlo. Immaginiamoci allora che siano soprattutto giovani. Giovani che, come mi capita spesso di sentire dalla bocca dei loro educatori (genitori ma soprattutto docenti), stanno continuamente a perdere tempo su internet.
Dovremmo ricordarci più spesso, dicevo, che quello dei media digitali è un mondo che va conosciuto, valorizzato, compreso. Solo così potremo conoscere, valorizzare e comprendere meglio il mondo degli adolescenti. E quindi dare loro quel supporto educativo che essi, giustamente, reclamano.
Due esempi su tutti.
Un paio di anni fa mi trovavo con un quindicenne, il quale mi disse che quel giorno avrebbe dovuto fare attenzione al numero di sms da inviare agli amici, perché aveva quasi finito i 4000 messaggi disponibili per quel mese. Lo ascoltai e annuii soprapensiero; alcune ore dopo mi ritrovai a riflettere sulle sue parole e feci un rapido calcolo: se ha quasi finito i messaggi disponibili in un mese, vuol dire che ogni giorno, in media, ne ha inviati 130; ipotizzando che non abbia mai usato tutti i caratteri disponibili per scrivere un sms, ma soltanto la metà, il conto è presto fatto: ha scritto ben 10.400 caratteri al giorno, cioè più di 310.000 caratteri in un mese.
Detto in altri termini, un ragazzo che usa tutti gli sms di cui dispone ogni mese, è come se scrivesse, per dialogare con altre persone, un documento pari a 50 volte l’articolo che state leggendo. E questo soltanto con gli sms! Ora, vogliamo smetterla di pensare e dire che i ragazzi oggi non sanno più comunicare?
Comunicano, eccome! Il punto è che lo fanno in maniera diversa da come siamo stati abituati a farlo noi. E’ una comunicazione più povera, se vogliamo, ma è pur sempre una comunicazione che ci allontanerà da loro nella misura in cui ci limitiamo solo a criticarla.
Un altro esempio.
L’estate scorsa sono stato invitato a moderare un laboratorio nell’ambito di una giornata di formazione per educatori di una diocesi siciliana. Il tema della giornata di lavoro era Giovani e sfida educativa. Il titolo del laboratorio che avrei dovuto moderare era Giovani e social network.
Mi aspettavo di coordinare il lavoro di diverse persone alle prese con un mondo – quello dei social network – sconosciuto per molti educatori. Prima dell’avvio dei laboratori, il coordinatore dei lavori aveva sottolineato ai partecipanti come quella dei social network fosse probabilmente la frontiera più difficile ma allo stesso tempo più avvincente per un educatore che cerca di capire il mondo dei giovani.
Eppure all’avvio del laboratorio credevo di aver sbagliato stanza, dato che eravamo soltanto in tre. Poco dopo sono arrivati altri due partecipanti, dirottati dagli altri gruppi, decisamente più numerosi.
Non per voler sminuire i temi degli altri tre laboratori (oratori, liturgia, progetto culturale) ma mi sono chiesto – e continuo a chiedermelo adesso – come sia possibile riavvicinare le nuove generazioni alla bellezza del rapporto con Dio se non ci si rende conto che il problema è soprattutto di comunicazione? E come si può pensare di comunicare con loro se i linguaggi parlati dai ragazzi diventano sempre più distanti e diversi da quelli degli adulti? Quanto meno bisognerebbe fare lo sforzo di comprendere come funziona il loro codice…
Il laboratorio si è però concluso in bellezza: almeno ho avuto il piacere di veder arrivare, nel bel mezzo dei lavori, addirittura l’anziano vescovo, il quale si è seduto assieme a noi e ha contribuito notevolmente allo sviluppo delle riflessioni, mostrando un grande interesse per l’argomento.
Come dire, non è l’età quella che impedisce di vedere le ombre e soprattutto le luci delle vite parallele.
Articolo pubblicato sul numero di febbraio di Fogli
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mercoledì 7 marzo 2012
Il giusto equilibrio
Reduce da un incontro su come educare attraverso i film, tenuto da un esperto sceneggiatore che è anche educatore. Sono convinto che faccia sempre bene confrontarsi, aggiornarsi, pensare. Soprattutto quando da te e dalla tua ricchezza interiore dipende la maturazione di altre persone: è una delle regole-chiave che ogni educatore dovrebbe osservare se vuole lasciare traccia.
Ed in effetti, anche questa volta mi porto a casa un po’ di cibo per la mente: alcune considerazioni fatte dal relatore, che mi piace condividere con voi. Nulla di nuovo, ci tengo a precisarlo. Ma la bravura di un educatore sta proprio nel presentare le idee di sempre in maniera nuova e attraente. Un po’ come una mamma che si diverte – proprio così, si diverte – a preparare per figli e marito i cibi di sempre, ma conditi in maniera ogni volta diversa e magari con un pizzico di fantasia. Ci guadagna lei, che si diverte, appunto; e ci guadagnano anche marito e figli, che mangiano con più gusto.
Ma torniamo alla conferenza. Tra le tante cose che ho ascoltato, una mi è piaciuta particolarmente: l’elenco degli ingredienti che formano un educatore equilibrato. Ne venivano citati quattro: dottrina, affetto, spettacolo, progetto.
Sarà compito di ogni educatore (padre, madre, prof) amalgamarli nella maniera più adatta ad ognuna delle persone che si troverà davanti.
Vediamoli brevemente, uno per uno. Sono solo cenni, spero di tornare su ciascuno di essi nei prossimi articoli.
La dottrina. Chi vuole educare non può improvvisare. Oggi per educare bisogna studiare, aggiornarsi, lo scrivevo all’inizio. E lo ripeto sempre, tutte le volte che faccio un incontro ai genitori. Generare non è solo la conseguenza di un atto fisico; generare significa mettere al mondo un essere a me simile, un essere del mio stesso genere. Un essere che pensa, ama, soffre, gioisce, spera; che è capace di libertà. O meglio, che diventa nel tempo capace di libertà. Per questo per educare ci vuole un’idea a cui ispirarsi, bisogna conoscere l’uomo e le sue potenzialità, è necessario capire come affrontare la sfida educativa che ogni bambino o adolescente ci lancia.
Poi c’è l’affetto, l’amore. Se manca, ogni tentativo di educare è destinato inevitabilmente al fallimento. Educare non è un processo di produzione aziendale, in cui si parte da una materia prima e si arriva al prodotto finito attraverso l’osservanza di regole e istruzioni. L’uomo è libero, ho scritto sopra, e diventa pienamente libero nella misura in cui usa la sua libertà per amare se stesso, gli altri, la vita intera. Un amore che non può nascere e svilupparsi se non lo vede incarnato in chi lo ha generato. Scriveva Natalia Ginzburg: “Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro [ai figli] di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita”.
Al terzo posto, tra gli ingredienti dell’educatore equilibrato, veniva elencato lo spettacolo. Educare è anche giocare, divertirsi assieme, sognare, rischiare. La tristezza non fa parte dell’educazione. Sembra un’affermazione scontata ma quanti adulti dimostrano esattamente il contrario.
Ultimo ma non in ordine di importanza, il progetto. “Non esiste vento a favore per il marinaio che non conosce il porto di arrivo”, scriveva Seneca. Senza un progetto non c’è futuro. Oggi i ragazzi fanno una grande fatica a costruire progetti per la loro vita. Sognano, perché è impossibile vivere senza sogni. Ma non progettano, perché gli adulti hanno loro spento i riflettori che puntano sul futuro. La mancanza di progetti nei ragazzi va di pari passo con la mancanza di adulti significativi nella loro vita. Chi me lo fa fare a impegnarmi, se da grande sarò così?, sembrano dire tanti ragazzi parlando di chi dovrebbe guidarli.
Dottrina, affetto, spettacolo, progetto: gli ingredienti per fare un capolavoro ci sono tutti. Aggiungiamoci il sale della speranza e saremo pronti ad affrontare qualsiasi sfida con la certezza di uscirne sempre vincitori.
Articolo pubblicato sul blog della rivista Familiaria.
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venerdì 24 febbraio 2012
L'amicizia. Dove si nasconde questo tesoro?
"Sei su Facebook? Allora ti chiedo l’amicizia stasera, appena mi connetto!".
Chi di noi non ha mai pronunciato o ascoltato queste parole almeno una volta da quando utilizza Facebook?
“Ti ho chiesto l’amicizia… Mi hai accettato l’amicizia… Abbiamo 20 amici in comune…”. Mai come oggi, probabilmente, si è fatto un uso così disinvolto della parola amicizia e mai come oggi sembra che essa abbia perso quell'aura quasi di sacralità che da sempre la caratterizza.
Colpa di Facebook? Probabilmente no, anche se il social network più famoso del pianeta ci ha messo senz'altro del suo. Ma non al punto da far dimenticare ai suoi utilizzatori che l’amicizia, quella vera, è un’altra cosa. “Ho 1.500 amici su Facebook. Ma quanti di essi sono veri amici?”, potrebbe chiedersi a ragione ognuno dei milioni di utenti della community creata da Zuckerberg.
Già, i veri amici. Quelli che sono così "speciali" che si contano sulle dita di una o due mani. Quelli a cui posso dire tutto e da cui posso aspettarmi di tutto. Quelli di cui mi posso fidare ciecamente e a cui concedo l'accesso al tesoro più grande che possiedo, la mia intimità. Quelli che essi stessi sono un grande e inestimabile tesoro.
Eh sì, l’amicizia è una delle esperienze più belle che una persona possa fare. Per capire quanto sia vera questa affermazione, provate a immaginare un mondo senza amici. Se anche riusciste a raffigurarvelo, sareste in grado di vedervi felici in un mondo del genere?
E' molto probabile che la risposta a questa domanda sia un "no" deciso, a riprova che è impossibile vivere senza amici, e questo per un semplice motivo: l’amicizia risponde ad uno dei desideri più profondi del cuore umano, cioè quello di amare e di sentirsi amato.
Sull'amicizia si è scritto tanto nel corso del tempo.
Lewis la considera uno dei quattro amori, assieme all’affetto, all’eros e alla carità. E Goethe paragona gli amici a ciò che riempie il giardino della nostra vita: “Il nostro mondo appare più vuoto se lo immaginiamo solo pieno di montagne, fiumi e città. Però sappiamo che da qualche parte c’è qualcuno che è in sintonia con noi, qualcuno con il quale continuiamo a vivere, sia pure in silenzio. Questo, e solo questo, fa sì che la terra sia un giardino abitabile”.
Sono parole bellissime, che richiamano alla mente quelle di Calvino, il quale nelle Città invisibili paragona la nostra vita all’inferno dei viventi che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme e che molte volte è fonte di sofferenza. “Due modi ci sono per non soffrirne – afferma lo scrittore italiano –. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Come non pensare all’amicizia come una di queste risorse preziose da riconoscere, far durare e a cui dare spazio?
Un percorso a tappe
Avere amici non è facile e ancora più difficile è esserlo; lo sappiamo per esperienza. Tempo fa una ragazza mi scriveva: “come è difficile farsi amare, soprattutto da un amico. Farsi voler bene senza se e senza ma, non avendo paura di andare in profondità. Perché ci sono aspetti del nostro essere che noi stessi odiamo e mai e poi mai vorremmo che saltassero fuori soprattutto davanti a una persona che stiamo facendo nostra amica.”
Mi sembra che queste parole mettano bene in luce il primo vero obiettivo da raggiungere per divenire capaci di amicizia vera: essere amici di noi stessi.
Quante amicizie finiscono perché ad un certo punto l’altro non soddisfa più i nostri desideri? Ma, c’è da chiedersi, che amicizia è quella che ci tiene uniti ad un’altra persona solo perché questa ci fa stare bene? In un rapporto del genere quanto c’è di amicizia vera e quanto invece di bisogno di colmare i nostri vuoti affettivi? Perché se non ci amiamo e non ci accettiamo con tutti i nostri limiti e lati oscuri, difficilmente riusciremo a vivere amicizie autentiche e soprattutto libere.
Il momento più nobile e autentico di un'amicizia si raggiunge infatti quando davanti all'amico posso mostrare le mie ferite e i miei limiti senza timore di essere giudicato. Fino ad allora non c'è vera amicizia, ma solo il bisogno di riconoscimento, cioè di qualcuno che mi dica "tu sei bravo". E un’amicizia così è destinata, prima o poi, a naufragare.
Il primo passo è quindi quello di imparare ad essere amici di se stessi.
Ma non basta. Bisogna andare oltre e comprendere il senso di un'amicizia intesa come dono di sè, perchè solo così essa potrà durare a lungo, anche per sempre.
Probabilmente starete pensando che l'amicizia di chi si dona completamente, di chi non cerca il proprio tornaconto ed è capace di dire all'amico "sono contento che tu esista così come sei", sia difficile da ottenere, se non addirittura impossibile da trovare.
In effetti è indubbio che di amici così ce ne sono pochi e quando abbiamo la fortuna di avere un amico autentico si rafforza in noi la convinzione di avere trovato un vero e proprio tesoro. Ma è anche vero che non è poi così difficile diventare noi stessi tesoro per gli altri.
Come fare allora a trasformare le nostre amicizie in relazioni solide e profonde, belle e indistruttibili?
L'amicizia non cresce da sola
Il segreto sta nell'impegno a farla crescere andando oltre la semplice spontaneità: l'amicizia come dono richiede un costante esercizio di generosità, lealtà, stima, comprensione, prudenza, fortezza, umiltà, fiducia. In altri termini richiede che crescano in noi quelle che Aristotele chiama virtù umane.
D'altra parte, se ci pensiamo bene, è anche logico che sia così. Abbiamo detto che l'amicizia autentica, come ogni forma di amore, esige il dono di sè all'altro. Ma come possiamo pensare di donare noi stessi senza fare i conti con la nostra tendenza innata a voler ricevere le attenzioni degli altri piuttosto che essere noi a darne? Sarebbe un'impresa difficilissima. Per questo ci vengono in aiuto le virtù, come gli esercizi atletici senza i quali nessuno sportivo sarebbe capace di migliorarsi costantemente. Basti pensare che questo dono si esprime, per esempio:
- nell’offerta della propria interiorità, sapendo dare qualcosa di sé all’amico; e questo richiede umiltà, senza la quale diventa molto difficile permettere ad un'altra persona di entrare nella nostra intimità;
- nell’accoglienza dell’altro così come egli è, il che presuppone una notevole capacità di comprensione;
- nella benevolenza rivolta a cercare innanzitutto il bene dell’amico; e sappiamo per esperienza quanto sia difficile pensare al bene altrui prima di ogni tornaconto personale. Una volta mi diceva una persona che l'amore vero non esiste, perchè in ogni relazione che intessiamo con gli altri c'è sempre la ricerca di una forma di soddisfazione egoistica che vogliamo prima di ogni altra cosa. Non è forse questa una visione troppo cinica che dimentica quanto il cuore umano sia capace di dilatarsi, se opportunamente allenato dall'esercizio delle virtù?
- nel non voltare le spalle all'amico quando scopro i suoi limiti, i suoi difetti, quando mi accorgo che nella nostra amicizia è comparso un ostacolo che prima non c'era. E questo richiede la fedeltà che mantiene l’amicizia nel tempo; e richiede anche la fortezza che mi fa dire di no alla tentazione, oggi così diffusa, di mandare tutto all'aria quando non sento più nulla per l'altro;
- nella solidarietà quando l’amico si trova in difficoltà. Si dice sempre che i veri amici si vedono al momento del bisogno. E' vero, ma non è altrettanto vero che un amico viene fuori al momento della tempesta solo se ha vissuto bene la sua amicizia anche in tempi di bonaccia? Impresa ardua da ottenere senza una buona dose di generosità.
Fidarsi è bene, e tra amici è ancora meglio!
Abbiamo visto alcuni dei diversi modi in cui si puó manifestare il dono dell'amicizia. Ma ce n'è ancora uno che, probabilmente, è quello che più di ogni altro caratterizza un autentico rapporto di amicizia: la fiducia.
Qualche tempo fa ho raccolto alcune definizioni dell'amicizia durante un incontro fatto con un gruppo di ragazzi proprio su questo tema.
Amicizia è condividere sogni, futuro, passioni, lotte, confidenze. Accettarsi reciprocamente e migliorarsi a vicenda.
E ancora: L'amicizia è un rapporto sincero e fedele tra due persone. Due persone che si vogliono bene e sono pronte ad aiutarsi sempre. L'amicizia rende felici.
Potrei continuare con altre definizioni simili, ma le esigenze di spazio me lo impediscono. Eppure se lo facessi, vi accorgereste che sempre, nelle definizioni che i ragazzi hanno dato, compare la fiducia. Un elemento fondamentale, imprescindibile, senza il quale non può esserci amicizia. Di un amico mi devo fidare. Sempre. Se non mi fido fino in fondo allora non siamo veri amici.
Certo, c'è sempre il rischio che l'amico tradisca questa fiducia. Ma non posso rimanere immobile per questo motivo, così come sarebbe assurdo smettere di respirare per paura dell'aria inquinata.
E poi il cuore umano è fatto per amare, e se non ama qualcuno finisce per rinchiudersi in se stesso.
Insomma, l'amicizia è una esperienza vitale per la nostra felicità. Certo, non è facile difenderla e mantenerla intatta nel corso degli anni. E' un tesoro e, come tutti i tesori, va custodito dagli attacchi dei ladri che vogliono rubarlo. Può darsi che sia un tesoro difficile da individuare e proteggere, perchè l'amicizia non è visibile come può esserlo uno scrigno che contiene diamanti: è un tesoro che, come ha scritto uno dei partecipanti all'incontro di cui vi parlavo prima, si trova nell'invisibile legame che congiunge le anime degli amici.
O, se vogliamo utilizzare le parole di uno dei libri più belli che la storia ci ha lasciato, l'essenziale è invisibile agli occhi; e l'amicizia fa parte di ciò che nella vita di una persona è essenziale.
Per questo è impossibile farne a meno. Peggio: sarebbe inumano.
Articolo pubblicato sul numero di febbraio 2012 di Dimensioni Nuove
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