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venerdì 20 gennaio 2012

Amici su Facebook? Sì, ma di presenza è più bello

Una scena vista altre volte: un centinaio di vivaci liceali con cui confrontarmi su un tema che sta a entrambi a cuore, l’amicizia. La sfida? Quella di capire assieme se Facebook può aiutare o meno ad essere amici. Voi che ne dite?
Vi racconto come è andata. Entro in aula e alcuni mi osservano quasi come se fossi un marziano da cui difendersi: sono pur sempre un adulto e gli adulti appartengono per principio alla categoria degli “esseri strani da cui prendere le distanze”.
Racconto loro la storia di due ragazzi che litigano sulla bacheca di Facebook, sotto gli occhi dei loro “amici”. I lettori di questo sito la ricorderanno; gli altri potranno rileggerla qui.
Risate, meraviglia, commenti del tipo “che scemi questi due” e “ma tanto a me non succede”.
Poi cominciamo a dirigerci verso il centro del nostro discorso: quali sono le caratteristiche dell’amicizia?
I ragazzi si lanciano in un elenco interminabile: coerenza, affetto, divertimento, onestà, fare cose stupide assieme, fiducia, avere interessi comuni, lealtà, fedeltà, rispetto, stima, aiutarsi nel momento del bisogno, complicità, casualità, perdono, gratuità… Forse ne dimentico qualcuna ma queste bastano da sole per mostrare che cosa c’è nei cuori di questi ragazzi. E mi piacerebbe tanto farlo vedere a certi adulti che fanno una gran fatica a guardarli bene, questi cuori.

Poi arriva il momento più importante: bisogna cancellare dalla lista ciò che non è proprio necessario all’amicizia, quello che se c’è è meglio ma, se qualche volta manca, siamo amici lo stesso. Ed ecco che parte, non senza fatica, l’esclusione degli accessori: la complicità, l’intesa e la disponibilità, che a volte possono mancare; il sostegno che in alcuni casi, anzi, è meglio non dare se non condivido quello che il mio amico sta facendo.
Ci areniamo per un po’ sul fare cose stupide assieme, sul divertimento, sullo stare assieme fisicamente; alcuni maschi non riescono proprio a escludere il divertimento dall’abc dell’amicizia.
Con il consenso di alcune ragazze cerco di chiedere loro se non sia possibile essere amici anche se non sempre ci si diverte assieme, ma non c’è verso di far cambiare idea. E’ proprio vero, gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere…
Alla fine vince la maggioranza e anche gli ultimi accessori saltano.
Rimangono solo gli ingredienti che compongono due pilastri dell’amicizia.
Il primo è la condivisione dell’intimità: tu sei mio amico perchè con te e solo con te condivido qualcosa di molto personale. Per la nostra amicizia c’è bisogno di fiducia, stima, fedeltà.
Il secondo è la chiarezza di identità tra gli amici. Rimango tuo amico solo se tu sei autenticamente te stesso. Per questo ti voglio sincero, coerente, leale. Altrimenti smetto di esserti amico appena ho il sospetto che stai indossando una maschera.

A questo punto arrivo alla conclusione, con una domanda che lascio ai ragazzi: se non si può essere amici senza condivisione dell’intimità e senza consapevolezza di avere davanti una persona autentica, come può svilupparsi un’amicizia se la mia vita si svolge per tanto, troppo, tempo su Facebook, che dell’identità e dell’intimità ha decretato la morte?
Mi accorgo che la risposta non è così scontata, perché è difficile mettere anche per un attimo in discussione ciò che credi ti sia entrato dentro fino a essere quasi parte di te…
Ma il dubbio è stato posto e questo era l’obiettivo.
La stessa domanda pongo a voi lettori, non senza dirvi che alla fine dell’incontro me ne sono tornato a casa per l’ennesima volta con una convinzione: con questi ragazzi è possibile cambiare il mondo. Basta solo crederci e farlo credere loro. Forse così ci guarderanno con occhi diversi: gli occhi di chi sa che può contare su di te.

Articolo pubblicato sul blog della rivista Familiaria

martedì 22 novembre 2011

Io che mi guardo dentro


Tutti noi adolescenti viviamo almeno un periodo di crisi che per la maggior parte si manifesta con la solitudine: siamo convinti che noi al mondo non serviamo a nulla per via di qualche delusione soprattutto amorosa. Perciò ci rinchiudiamo in noi stessi in attesa che qualcuno si accorga di noi e ci faccia capire che possiamo dare al mondo più di quanto non immaginiamo.
Così scriveva, tempo fa, una ragazza su un forum, commentando un articolo sull’adolescenza.
Siamo convinti che noi non serviamo a nulla. Forse un adolescente non scriverebbe una cosa del genere se solo si conoscesse meglio. Già, perché una delle cose più belle ma anche più difficili per un ragazzo è proprio il conoscersi. Una conoscenza che a volte mette paura, la paura di non accettarsi per quello che si è.
Eppure, se non si vuole restare per tutta la vita ad un livello superficiale, è necessario conoscersi. O meglio, è necessario volerlo fare, fino in fondo, fino a giungere nel luogo dove nasce la parola “io”. E qual è questo luogo?
Per provare a rispondere prendiamo in prestito le parole di Susanna Tamaro: E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta.
La scrittrice triestina individua nel cuore il luogo da cui nasce la voce che ognuno di noi dovrebbe ascoltare prima di prendere una decisione. E’ dal cuore che scaturisce l’amore, è il cuore il luogo in cui si fanno le scelte; esso è la sede degli affetti e della volontà. Dal cuore nasce l’intimità.
Ma che cosa è l’intimità? Che vuol dire intimo? Forse non tutti sanno che il vocabolo "intimo" è il superlativo di "interiore"; vuol dire, quindi, la parte più interna. Intimo è allora ciò che si riferisce alla parte più interiore di me stesso.
Possiamo dire che l’intimità è quanto di più prezioso possediamo, è un luogo inaccessibile agli altri e, a volte, anche a noi stessi. E’ un tesoro da custodire, da far crescere e da difendere a tutti i costi.
Come possiamo immaginare questo luogo? Proviamo a raffigurarlo come uno spazio dove ciascuno di noi può incontrare pienamente se stesso. Non è facile da raggiungere perché è molto più semplice muoversi rimanendo in superficie.
Eppure è fondamentale arrivare a “prendere possesso” della nostra intimità, perché solo così saremo in grado di agire in funzione di motivi profondi, con la piena consapevolezza delle nostre azioni. E allora potremo ritenerci davvero liberi.
Non è facile. Per esempio, vi siete mai chiesti come mai sono spesso le crisi esistenziali che permettono a una persona di ritrovare se stessa? Perché? La sofferenza, la crisi, il dolore, ci interrogano sul senso della vita. Ci costringono a fermarci e a porci domande. Spesso ci fanno rimanere soli con noi stessi. E non è forse vero che è proprio quando ci guardiamo dentro, che scopriamo il vero piano dell’esistenza umana?

La scoperta dell’intimità
Non possiamo certo aspettare una crisi esistenziale per scoprire e impossessarci della nostra intimità. Dobbiamo trovare la strada ordinaria, una strada che comunque è piena di ostacoli.
Viviamo nell’era dell’immagine, che ci fa vivere proiettati più sulla realtà esterna che dentro di noi; veniamo sollecitati soprattutto nella nostra dimensione sensoriale ed emotiva e non si ha più il tempo né la voglia di usare l’intelligenza che, vale la pena ricordarlo, è la facoltà che permette all’uomo di intus legere (leggere dentro) le cose e gli avvenimenti.
Siamo circondati da mille distrazioni che ostacolano prima la scoperta e poi lo sviluppo della nostra intimità: lo stordimento delle emozioni forti, la massificazione, la superficialità, la fretta, l'attivismo, i rumori, la banalizzazione della sessualità…
Prendiamo il rumore, per esempio. Quanti di noi hanno paura di rimanere in silenzio? Se ci pensiamo bene, siamo costantemente accompagnati da rumori di sottofondo: a scuola, in TV, in autobus, in mezzo al traffico, per strada, in panineria, al pub… Siamo così abituati al rumore che ritrovarci improvvisamente in un luogo silenzioso a volte ci dà quasi fastidio.
Eppure, passato il primo momento di disorientamento, il silenzio può condurci a provare l’emozione di ascoltare addirittura noi stessi!

Chi mi vuole?
Per prendere possesso della nostra ricchezza interiore, dovremmo imparare a saperla usare bene e quindi, per esempio, ad essere in grado di difenderla da ciò che la può danneggiare, come l'invadenza da parte di altre persone.
Saper usare bene la propria intimità significa anche essere capaci di donarla senza perderla. Questo vuol dire evitare di aprirla a chiunque o in qualsiasi momento. Il tesoro della nostra intimità va concesso soltanto alle persone giuste e al momento opportuno.
Un ragazzo o una ragazza che offrono la propria intimità – i propri sentimenti e affetti, la propria storia, i propri segreti, fino al proprio corpo – al primo che capita, è come se stessero svendendo questo tesoro; o meglio, è come se non si rendessero conto di possederlo.
Un ragazzo così, come potrà mai costruire una profonda relazione di amicizia, o ancora di più, di amore verso una ragazza, relazioni che si fondano entrambe sulla condivisione della propria interiorità?
Se non possiede – o non è convinto di possedere – nessun tesoro, che cosa potrà condividere, che cosa potrà donare a un’altra persona? L’intesa, in una storia di amore, è innanzitutto condivisione di ciò che di più intimo abbiamo.
L’intimità va quindi difesa a denti stretti e con molta decisione. Ne va della nostra felicità!
A questo serve la virtù del pudore. E non mi riferisco solo all’intimità del corpo ma anche e soprattutto a quella dell’anima.
Oggi si tende a considerare il pudore come qualcosa di superato, di artificioso, quasi un ostacolo alle naturali manifestazioni della propria personalità. E invece il pudore non è altro che la tendenza, presente in ogni uomo, a nascondere ciò che appartiene alla propria intimità. Non ci vestiamo solo perché vogliamo proteggerci dal freddo ma anche per celare agli altri ciò che non va mostrato indiscriminatamente. Ci teniamo a custodire il diario personale perché lì c’è qualcosa di nostro che desideriamo mostrare solo a chi si merita la nostra fiducia. E così via: ognuno di noi pretende e ha diritto di difendere la propria stanza, i propri spazi, il proprio tempo, i propri silenzi… Sentiamo tutto questo così intimo a ciascuno di noi tanto da non essere più qualcosa che ci appartiene ma addirittura la manifestazione di noi stessi.
La persona, quindi, è un essere che ha intimità, e avere intimità significa possedersi. Solo se mi possiedo mi potrò donare a un’altra persona, potrò fare di me un dono che la persona amata non finirà mai di scoprire.
Nella bellissima Come musica, Jovanotti canta: siamo stati sulla luna a Mezzogiorno, andata, solo andata senza mai un ritorno. Abbiamo fatto piani per un nuovo mondo, ci siamo accarezzati fino nel profondo... Ma c'è ancora qualcosa che non so di te: al centro del tuo cuore che c'è?
Non è bello sapere che mai finiremo di conoscere la ricchezza della persona che amiamo?

Un tesoro da far crescere.
Se abbiamo compreso che l’intimità è un tesoro da custodire, come faremo per andare oltre e farla crescere?
Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano, ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il tempo.
Esistono calendari ed orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che, talvolta, un'unica ora ci può sembrare una eternità, e un'altra invece passa in un attimo... dipende da quel che viviamo in quest'ora.
Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore.
Così scrive Michael Ende nel suo romanzo Momo. Il tempo è una risorsa indispensabile per coltivare la propria intimità. Tempo dedicato alla lettura, ad ascoltarsi, ad annoiarsi. La vita ci ha abituato a non perdere neanche un momento facendo qualcosa di inutile, a non fare nulla che non abbia uno scopo ben preciso. E si corre, si corre, per non rimanere mai indietro e soprattutto per non rimanere mai da soli. La solitudine ci mette paura, perché costringe ciascuno di noi a chiedersi: chi sono io? Ma se è così, allora ben venga la solitudine, ben venga la noia!
Il tempo, poi, è una risorsa formidabile per far crescere la condivisione dell’intimità tra due persone che si amano; sì, perché esso permette di costruire una storia, ed è nella storia che si sviluppa quel clima di conoscenza reciproca che a poco a poco fa maturare la confidenza, che a sua volta permette di condividere la propria intimità in maniera sempre più profonda fino alla condivisione totale (anche nel corpo), tipica della comunione piena di chi si è donato per sempre. E in questa relazione d’amore con un tu, l’io trova ulteriore consistenza, perché, per quanto noi ci guardiamo dentro per trovare la parola “io”, quest’ultima non potrebbe esistere se non ci fosse un'altra persona in cui specchiarci. Per questo una relazione autentica di amicizia o di amore ci permette come non mai di conoscere meglio noi stessi.
Non ci resta che concludere, tornando alle parole con cui è iniziato questo articolo: fino in fondo. Non c’è altra strada, se vogliamo trovare un antidoto alla superficialità: essere, voler essere profondi. Arrivare fino all’essenziale, che si trova in fondo al cuore. Arrivare a conoscere – e ad amare – se stessi.
In quel capolavoro di libro che è Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupery fa dire alla volpe che l'essenziale è invisibile agli occhi.
Perché si trova nel cuore.

Articolo pubblicato sul numero di novembre di Dimensioni Nuove

giovedì 21 aprile 2011

Chi ha paura di Facebook? (seconda parte)

Continuiamo a parlare dei media digitali, che tanta influenza hanno nella vita dei nostri ragazzi. Il mese scorso si ricordava che per un educatore è molto importante l’atteggiamento da avere nei confronti di questi strumenti: deve avere il desiderio di conoscerli, di comprenderne le dinamiche, se possibile di usarli anche. Qualche mese fa un amico mi diceva: “I miei figli non useranno mai Facebook”. Alla mia domanda se lui lo avesse mai usato, mi rispose di no. Pensai istintivamente all’immagine del bambino che non vuole la minestra pur senza averla mai assaggiata…

Conoscere Facebook & dintorni significa conoscerne luci e ombre, potenzialità e limiti. E aiutare i ragazzi a rendersene conto anche loro.

Prendiamo ad esempio il problema della superficialità. Internet ha accorciato enormemente le distanze spazio-temporali; e questa è una grande conquista. E’ entusiasmante poter chattare con una persona di un altro Paese che si è conosciuta durante una vacanza. Oppure poter vedere attraverso una webcam che cosa succede dall’altra parte del mondo. O ancora, per i ragazzi, informarsi sui compiti per il giorno dopo, poter organizzare una festa o una partita di calcio con pochi click e a costo zero! Il prezzo da pagare è però una comunicazione decisamente più povera. Manca la voce, il suo timbro, la cadenza, i gesti che accompagnano le parole. Non c’è la manifestazione delle emozioni sul volto dell’interlocutore, semplicemente perché questo volto non posso vederlo… Una comunicazione povera che si sviluppa con estrema rapidità. E si sa che ciò che è rapido spesso spinge a rimanere in superficie. La riflessione ha bisogno di tempo, di lentezza. Caratteristica estranea alla logica di internet.

Cambiamo pagina. Tanti genitori infieriscono su Facebook perché non aiuta i figli a comprendere che cosa è la vera amicizia. Mio figlio ha 400 amici su Facebook, ma quanti di questi sono amici veri???
A questi genitori andrebbe chiesto che cosa fanno loro per aiutare i figli ad avere amici veri, reali, in carne ed ossa. Quanto tempo dedicano loro per far toccare con mano la bellezza di relazioni autentiche, profonde, gratuite, belle, vissute personalmente, a tu per tu, in presenza? Rapporti che possono essere iniziati o continuati anche attraverso il web, che diventa così uno strumento per approfondire amicizie vere.

Poi c’è il timore che i ragazzi incappino in contenuti pericolosi: violenza, pornografia, razzismo, droghe e via dicendo. Per evitare ciò sono di grande aiuto i filtri e i cosiddetti programmi di Parental control da installare sui computer; come pure è bene evitare che i figli tengano il computer in camera. Soluzioni utili ma che, di per sé, hanno un’efficacia molto ridotta. Meglio lavorare sulla motivazione, per portare poco alla volta i ragazzi a convincersi liberamente di non accedere a certi contenuti. Come? Rafforzando la comunicazione all’interno della famiglia, favorendo la formazione culturale degli adolescenti attraverso la passione per la lettura – dando essi per primi l’esempio! – , aiutandoli a comprendere l’uso corretto della libertà e la bellezza dell’amore umano. In questo modo i ragazzi stessi arrivano a capire quanto sia riduttivo e umiliante il modo in cui viene rappresentato spesso dai media.

In sostanza, chi educa deve puntare a sviluppare nei ragazzi un sano senso critico. E per farlo deve mettere in gioco tempo, pazienza, sforzo personale. Già, sforzo personale, perché bisogna per primi dare l’esempio ai propri figli. E’ molto più comodo vietare, proibire, comandare. E’ più comodo ma è molto meno efficace.

Continuiamo nell’elenco delle problematiche legate all’uso dei digital media ed arriviamo a quello che forse è uno degli inconvenienti più seri: l’invasività di Facebook. Volete sapere tutto su una persona? Cercatela su Facebook; il più delle volte raggiungerete il vostro obiettivo! Facebook vi permette di sapere come è fatta, qual è la sua età, la sua situazione sentimentale, il suo orientamento politico o religioso, quali sono le persone che frequenta su Facebook ma anche nella vita reale, quello che fa abitualmente (attraverso i suoi stati personali, le foto e i video caricati).

E il più delle volte le persone non si rendono conto che quello che scrivono o pubblicano di sé viene visto da centinaia o addirittura migliaia di persone. Ma c’è di più. Quanti di coloro che mettono le proprie foto su Facebook o che scrivono di essere tristi perché hanno litigato con un amico si esporrebbero allo stesso modo se fossero realmente davanti a tutti gli amici di Facebook contemporaneamente presenti?

A volte mi diverto nel vedere come un liceale che conosco per la prima volta a scuola mi dia del “lei” e pochi giorni dopo, su Facebook, passa senza alcuna remora al “tu”; ma ciò che mi diverte di più è il suo imbarazzo nel tornare al “lei” quando ci rivediamo a scuola. Questo succede perchè il monitor indebolisce e a volte annulla le barriere che proteggono la propria intimità. E Facebook è la massima rappresentazione di tale potere del web. Ma se l’intimità, che è quanto di più prezioso una persona possiede, diventa merce di tutti, che cosa potrà condividere di strettamente personale con coloro che ama di più? Che cosa potrà condividere con gli amici (quelli veri, reali, di carne)? Che cosa potrà donare di sè alla persona che diventerà la sua compagna di vita per sempre? Che cosa proteggerà come valore inestimabile che le permette di possedersi ed, in definitiva, di amarsi?

Ciò che è intimo, quindi, diventa a disposizione di tutti. Ma facendosi pubblico, paradossalmente esso svanisce, si perde e la persona si sente come violentata, anche se sul momento non se ne rende conto.

Perciò la migliore soluzione a questo problema va cercata sin dall’infanzia, aiutando i bambini a salvaguardare la propria intimità e a curare la virtù del pudore. Se un ragazzo arriva alle soglie dell’adolescenza con la piena consapevolezza di possedere dentro di sè un tesoro da proteggere a tutti i costi, gli verrà più facile farlo anche se usa Facebook o altri strumenti che mettono a repentaglio questo tesoro.

Come comportarci quindi per non perdere il contatto con il mondo dei nostri figli? Proviamo a trarre alcune conclusioni.

Innanzitutto ci vuole credibilità. I ragazzi ci guardano. Il problema educativo è degli adulti, ai quali è richiesta innanzitutto coerenza. Oggi mancano veri educatori, per questo si parla di crisi educativa. Gli adulti sono assenti e i ragazzi ne pagano le conseguenze. Dobbiamo lavorare quindi su di noi innanzitutto.

Poi è necessario il dialogo con la cultura post-moderna. Non serve fare crociate, cercare il muro contro muro, che oltre a non portare a nessuna conclusione costruttiva spesso non fa altro che esasperare le posizioni reciproche.

Infine, bisogna armarsi di molta pazienza. Pazienza per capire il mondo dei giovani; o almeno fare lo sforzo di capirlo. Pazienza per aggiornarsi; oggi educare è diventata una professione a tutti gli effetti; ed ogni professionista che si rispetti non può trascurare il proprio aggiornamento. Bisogna che ci si riappropri degli spazi umani, attraverso la lettura, i rapporti umani profondi, la dedicazione di tempo; perché si possa costituire quel territorio comune tra le diverse generazioni che è necessario per poter trasmettere a ogni persona giovane la convinzione – sono parole di Benedetto XVI - della “bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune”.


Articolo pubblicato sul numero di aprile 2011 di Fogli (edizioni Ares)


giovedì 17 marzo 2011

L'amicizia, palestra di amore

Lettere ad un teenager/4

Ci siamo lasciati, qualche giorno fa, con l’idea che per fare crescere una vera amicizia non bastano la spontaneità ed il sentimento. Bisogna impegnarsi. Parole che forse ti hanno lasciato qualche perplessità.

In queste righe proverò a spiegarmi meglio e per farlo ti dirò quelli che, secondo me, sono i pilastri su cui si fonda un vero rapporto di amicizia.

Cominciamo con il primo: l’amicizia non crea rapporti esclusivi. Scriveva Lewis che in ciascuno dei miei amici c’è qualcosa che solo un altro amico sa mettere pienamente in luce... Da ciò consegue che l’amicizia è il meno geloso degli affetti. Due amici sono ben lieti che a loro se ne unisca un terzo, e tre, che a loro se ne unisca un quarto.

Sai che non è facile tenere a bada la “gelosia”, eppure non possiamo scambiare l’amicizia con un rapporto esclusivo; quante volte ti è capitato di pensare: saremo ancora amici, adesso che ha conosciuto questa nuova persona?

Andiamo avanti: l’amicizia è aperta alla confidenza, alla condivisione della propria interiorità. Non ci può essere vera amicizia se non è presente la disponibilità a rivelare qualcosa di personale, di profondo, di non detto; qualcosa che conoscerà solo il tuo amico e nessun altro. Qualcosa che custodisci nel tuo intimo, e che potrai confidare solo a chi se lo meriterà.

Ed ecco il terzo pilastro: l’amicizia ci fa amare l’altro per quello che è, non per come noi lo vorremmo.

Non si tratta di non volere il meglio per i nostri amici, di non volere che diventino migliori. Se non hai un amico che ti corregga, paga un nemico perché ti renda questo servizio, scriveva Pitagora. Volere veramente bene significa anche esigere, rimproverare con affetto se l’amico si comporta male. Ma con pazienza, perché un vero amico sa accogliere ed accettare i limiti della persona cui vuole bene, sa aspettare che il tempo e l’amore facciano il loro lavoro.

E ancora: l’amicizia richiede la fedeltà. Essa non può basarsi su qualcosa di superficiale: non basta uscire assieme o provare simpatia per essere amici.

L’amicizia richiede fedeltà nel tempo, per permetterci di costruire un rapporto che duri negli anni, fatto di tanti piccoli dettagli: ricordarsi del giorno del compleanno o di un esame, chiamare quando sai che il tuo amico è malato o ha bisogno di parlare…

Ma la fedeltà è anche prendersi cura dell’altro, stargli vicino nei momenti di difficoltà, conoscere i suoi gusti per farlo felice, sapendo mettere da parte anche quello che ci sta più a cuore per il bene dell’amico.

Infine, l’amicizia ha un oggetto verso cui tendere. Gli innamorati stanno quasi tutto il tempo faccia a faccia assorti nella contemplazione l’uno dell’altra. Gli amici fianco a fianco, assorti in qualche interesse comune. Gli innamorati si interrogano continuamente sul loro amore; gli amici non parlano quasi mai della loro amicizia, scriveva sempre Lewis, che aggiungeva: L’amicizia deve avere un oggetto, fosse anche la passione per il domino.

Forse adesso ti verrà più facile pensare che l’amicizia vera esiste e, soprattutto, che è una strada che conduce verso la felicità.

Una strada in salita, a volte, ma che un giorno ti farà scoprire di avere imparato a fare la cosa più importante della tua vita: amare.


Articolo pubblicato sulla versione online della rivista Familiaria

venerdì 11 febbraio 2011

Con Facebook sei sempre in vetrina

Lettere a un teenager/2

- E' successo, ok. Ma chiediti il perchè.
- Chieditelo tu... lo sai benissimo...
- La colpa non è per forza SOLO degli altri
- In questo caso la colpa non è mia...
- Non puoi esserne sicura
- Lo sono e come...
- Come no..
- Pensa ciò che vuoi... non mi interessa...
- Naturalmente

E’ un dialogo reale. Sono le parole di due ragazzi che si sono appena lasciati. Per una incomprensione, forse, questo non lo so. Posso solo immaginarlo. Ma so che si sono lasciati.
L’ho scoperto ieri per caso, quando su Facebook ho letto che lui, che è uno dei miei amici della grande rete, era tornato single. Questo mi aveva spinto ad andare sul suo profilo e cercare di capire che cosa fosse successo, dato che sapevo che stava con una ragazza da tanto tempo.

E sempre dal suo profilo su Facebook ho intuito che probabilmente ha passato una delle giornate più malinconiche della sua vita.
Ma so che non ha perso la speranza di rimettersi con lei. Anche questo lo ha scritto sulla sua pagina di Facebook: Non ho davvero rinunciato. Ma tu non ti fidi di me.
Un messaggio rivolto a lei, ma letto da tutti i suoi amici

Ho sempre pensato che se vuoi sapere qualcosa su una persona, basta che la cerchi su Facebook: nove volte su dieci funziona. Sì, perché di tutto quello che si può dire sul social network più famoso del mondo, c’è una cosa che, da sempre, mi mette paura: la sua capacità di farci svendere il tesoro più prezioso che abbiamo dentro, la nostra intimità.

E’ una idea che ho realizzato pienamente il giorno in cui un amico mi disse:
- e quindi domenica non farai più quella gita?
- e tu come fai a saperlo?, gli chiesi.
- l'ho letto su Facebook…
Da allora ho capito di avere a che fare con uno strumento capace di svuotarmi della mia intimità e di metterla a disposizione di tutti.
Non ho lasciato Facebook, però. Ho solo deciso di guardarmi bene dall'occhio di questo Grande fratello virtuale che mette sulla pubblica piazza le vicende personali dei suoi utenti.
Sì, perché ci sono cose di noi che possono e devono conoscere solo le persone che se lo meritano, le persone che amiamo e che ci amano: i sentimenti più nobili, i pensieri più profondi, gli episodi più toccanti - nel bene e bel male - della nostra vita, gli amori, le passioni.
E’ il tesoro che ciascuno di noi si porta dentro e che è disposto a svelare solo a pochi privilegiati: l'amico del cuore, la sua ragazza, suo padre, sua madre. Non a tutti.

Pensaci un momento. Probabilmente tu usi Facebook.
E magari lì i tuoi amici sono centinaia. Bene.
Ma a quanti di loro, se li avessi davanti a te, diresti che ti sei appena lasciato con la tua ragazza? Forse a uno o due.
E a quanti racconteresti quello che vi siete detti? Forse a nessuno.
Perché sono fatti tuoi.
Appunto.

Articolo pubblicato sulla versione online della rivista Familiaria