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venerdì 29 giugno 2012

Se dici basta sei perduto


Qualche tempo fa una collega mi ha detto che non era sicura se quella mattina sarebbe andata a svolgere il suo consueto incarico settimanale nella scuola in cui fa colloqui di orientamento agli studenti dell’ultimo anno. “Non so se andrò – mi diceva – perché ieri si è suicidato un ragazzo e non so se oggi ci saranno i funerali”.
Le sue parole mi hanno colpito particolarmente. Non so spiegare il perché, dato che non era la prima volta che sentivo di un ragazzo che si toglieva la vita. Tra l’altro neanche lo conoscevo. Ho pensato subito alla grande fragilità emotiva di cui soffrono oggi molti adolescenti. Una malattia presente, purtroppo, anche in diversi adulti che non aiutano certo chi guarda loro con la speranza di poter costruire un futuro migliore. Sono molti i giovani e gli adulti che a un certo punto della loro vita dicono basta e che a volte lo fanno in maniera così devastante.

Mi sono tornate alla memoria, quasi spontaneamente, quelle parole di S. Agostino di Ippona: se dici basta sei perduto. Parole forti, decise, che non ammettono mezze misure, e che sembrano scritte per molti uomini di oggi, così propensi a tirare i remi in barca tutte le volte che la vita si fa dura. E invece sono state scritte ben diciassette secoli fa dall’illustre filosofo nonché santo, vescovo e dottore della Chiesa cattolica.
Se dici basta sei perduto. Dovrebbe essere il motto di ogni educatore, di ogni persona chiamata per vocazione a dare speranza. Chiamata a mostrare con la vita che vale la pena spendere la propria esistenza con il desiderio di lasciare a chi ci seguirà un mondo migliore di come lo abbiamo trovato noi.

Se mi chiedessero quale dovrebbe essere la prima qualità che un educatore oggi debba possedere non esiterei neanche un istante a indicare la speranza. Sì, perchè se gli manca la pazienza potrà sempre supplire con altre qualità. Se gli manca la capacitá di comunicare riuscirà comunque a trasmettere le proprie idee, anche se probabilmente con più fatica.
Se non possiede la capacità di comprensione – l'empatia – gli sarà più difficile capire chi si trova davanti ma alla fine il messaggio passerà egualmente.
Ma se a un educatore manca la speranza non ci sarà nessun’altra qualità che potrà sostituire questo grave vuoto. Sarebbe come guidare al buio e senza bussola. Con l'aggravante che un educatore non guida mai da solo ma porta con sé altre persone. Muovendosi al buio e senza nessun mezzo per orientarsi finirebbe per schiantarsi: e se anche riuscisse ad evitarlo, presto o tardi, la mancanza di speranza di arrivare alla meta spegnerebbe ogni speranza. Mi si perdoni il gioco di parole.
La speranza di giungere a destinazione è il motore che ci spinge ad andare avanti. Lo diceva già Seneca nel primo secolo: non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.
E' impossibile mantenere costante il desiderio di andare avanti se non sappiamo qual è la nostra meta o se la consideriamo irraggiungibile. Prima o poi si getta la spugna.

Bisogna innanzitutto avere chiara la destinazione del nostro cammino, quindi. Camminare per camminare, prima o poi stanca. Anche se oggi tutto sembra dirci il contrario: un famoso film italiano di qualche anno fa faceva dire ad uno dei protagonisti: “l’importante non è quello che trovi alla fine di una corsa; l’importante è quello che provi mentre corri”. Già, peccato però che non si corre all’infinito e che prima o poi ci si ferma a chiedersi verso quale meta è indirizzata la nostra vita. E che cosa succede se ci si accorge che non c’è nessun obiettivo per cui valga la pena continuare a vivere? E soprattutto che cosa succede quando lo si scopre nel momento in cui recuperare gli anni perduti diventa difficile se non impossibile?
Ma non è sufficiente avere una meta per alimentare la speranza di continuare a correre verso di essa. Abbiamo anche bisogno di considerare che l'obiettivo sia effettivamente raggiungibile. Come posso sperare, per esempio, di laurearmi a Oxford se non conosco l'inglese? Dovrei prima imparare la lingua.

Mi rendo conto che sperare che le cose possano cambiare in meglio in un mondo caratterizzato da incertezze e dubbi, da paure e preoccupazioni, non è facile neanche per il più ottimista degli educatori. Ma la speranza non è necessariamente ottimismo. Non è la convinzione che qualcosa andrà bene ma la certezza che una cosa ha senso in ogni caso, leggevo tempo fa sul blog di uno scrittore italiano.
Per questo un educatore può e deve fondare la sua opera d’arte – e ogni uomo che diventa più uomo è un’opera d’arte – sulla speranza che ciò che fa ha un senso, perché si inserisce in un disegno che molto spesso è più grande di lui e di cui lui non è altro che un ingranaggio, piccolo ma essenziale.
Non solo ha il dovere di pensare che il mondo può essere migliore, ma anche che con qualsiasi persona gli venga affidata si possa fare qualcosa di grande, anche se i suoi sforzi si concludessero in un apparente fallimento. Il prof. Hundert, uno dei protagonisti de Il club degli imperatori, dice alla fine del film che “il valore di una vita non è determinato da un singolo fallimento, né da un solitario successo. Per quanto possa inciampare un insegnante è votato a sperare sempre che con lo studio si possa modificare il carattere di un ragazzo e, di conseguenza, il destino di un uomo”.


L’alternativa è la mancanza di credibilità. I ragazzi si accorgono subito se gli adulti sono i primi a non credere realmente a quello che professano; se loro per primi vivono quello che insegnano.
E se trovano attorno a sé adulti incapaci di accendersi per qualcosa di grande, rimangono irrimediabilmente spenti anch'essi. Quanti studenti si lamentano della demotivazione dei propri insegnanti?
Se il mondo oggi è in crisi di speranza forse è perché lo sono molti adulti. Hanno abdicato al loro ruolo di adulti, cioè di persone mature, cresciute. Adulto deriva dal latino adultum che è il passato di adolesco, che significa crescere; per questo un adulto ha il compito di mostrare a chi ancora è adolescente, cioè sta crescendo, la strada maestra verso la felicità, strada che è strettamente connessa alla ricerca del bene personale e del bene comune.
Invece di insistere che non c'è lavoro diamoci da fare per cambiare quello che sta nelle nostre possibilità. Invece di dire che la famiglia non funziona più e dura poco, che non esiste l'amore per sempre, che non ha senso sposarsi, mostriamo con la nostra vita che cosa significa amare chi ci sta accanto. Invece di screditare l’amicizia agli occhi dei ragazzi, perché l'amico prima o poi ti rifila sempre una fregatura, circondiamoci di amici a cui noi per primi diamo il meglio di noi stessi, con la convinzione che la vita ci restituirà molto di più.

Non ci nascondiamo dietro a un dito. Che lo si creda o no, noi siamo i modelli che i ragazzi guardano. Se loro sono spenti è perché vedono che noi siamo spenti. È come se con la loro vita ci dicessero: Se tu sei così, a che serve crescere? Che senso ha diventare come te? Perché impegnarsi per un futuro migliore, se i risultati sono questi?
Le cause dell'emergenza educativa non sono da addebitare ai giovani. Il problema è nostro, siamo noi adulti che dobbiamo cambiare. Mettiamocelo bene in testa.
E allora ripartiamo da noi. Ripartiamo dal presentare ai ragazzi modelli credibili, veri, autentici. Modelli attraenti. Modelli che diano loro la speranza che un mondo migliore è possibile.
È dall'amore alla vita che nasce l'amore alla vita, ha scritto una scrittrice italiana recentemente scomparsa.
Iniziamo noi ad amare la vita. Mostriamo con tutto il nostro essere che la vita è bella.
Ci meraviglieremo dei risultati sui nostri ragazzi.

Articolo pubblicato su Fogli di maggio 2012

giovedì 3 maggio 2012

La salvezza viene dai giovani


Sembra una delle solite frasi fatte. Ma mai come adesso possiamo dire che la salvezza viene dai giovani, dalle nuove generazioni. Quale salvezza, vi starete chiedendo? Quella dei milioni di embrioni che ogni anno vengono concepiti, crescono e che non arrivano a vedere la luce, e non per cause naturali. Ma pure la salvezza di chi, arrivato alla fine della sua vita, vorrà portarla a termine in maniera naturale, anche quando la malattia potrà spingerlo a pensare che la sua vita non è più degna di essere vissuta. E ancora, penso alla salvezza di centinaia di bambini down, ai quali viene privato il diritto di nascere da chi ha deciso di non far loro condurre una vita tutt’altro che dignitosa…

La battaglia per la difesa della vita, oggi, si trova a un punto di svolta. Dopo decenni di ideologia post-sessantottina, nei quali è stata smantellata buona parte del sistema di valori su cui si è sviluppata la società occidentale, oggi qualcosa sta cambiando.

La medicina ha fatto passi da gigante ed è molto difficile riuscire a sostenere la tesi che un feto non sia un essere umano. Che l’aborto sia un omicidio oggi è più evidente di quanto non lo fosse trent’anni fa. Come pure che l’embrione è già una vita umana a tutti gli effetti. E allora, giustamente, ci si interroga sulle contraddizioni di una società che condanna la pena di morte ma che paradossalmente ammette che a milioni di bambini non ancora nati venga impedito per sempre di vedere la luce.

Non vorrei sembrare eccessivamente ottimista ma mi sembra che in Italia da alcuni anni stia crescendo la sensibilità verso questo tema; e soprattutto cresca la sensibilità di tanti giovani, che poco alla volta sostituiranno gli attuali "adulti" che governano le sorti della nostra società e che tanta responsabilità hanno avuto nell’approvazione della legge 194/78.

Diverse sono state, recentemente, le iniziative a favore della vita promosse proprio dai giovani. Lo scorso anno una organizzazione internazionale giovanile è riuscita a presentare all’ONU una Declaración de la Juventud (Dichiarazione della Gioventù) con più di 100.000 firme per promuovere politiche a favore della vita. Sul web sono presenti gruppi e movimenti giovanili apertamente schierati a favore della vita. Tra questi segnalo, ad esempio, www.giovaniprolife.org, il portale dei giovani del Movimento per la Vita; oppure http://www.saltovitale.info, il magazine online dei giovani prolife. Il prossimo 13 maggio si terrà a Roma la seconda edizione della Marcia nazionale per la vita, alla quale prenderanno parte anche numerose associazioni giovanili.

Tuttavia questo non basta. I giovani hanno dalla loro l’entusiasmo e la freschezza tipici dell’età, ma la loro azione non può prescindere dagli adulti. E questo per diversi motivi.
Innanzitutto perché gli adulti rappresentano il futuro e se questo futuro non è raffigurato positivamente da modelli concreti, diventa più difficile per i giovani sperare in un reale cambiamento del mondo. Oppure il cambiamento auspicato rischia di diventare il desiderio di una società perfetta fondata sull’utopia. E sappiamo come è finita tutte le volte in cui l’uomo ha cercato di creare il paradiso sulla terra…

E poi i giovani hanno bisogno di formazione, perché possano liberarsi dall’approccio superficiale tanto diffuso nel mondo d’oggi e che banalizza tutto, a partire dalla vita stessa. I giovani hanno dalla loro il desiderio tipico della giovinezza di chiedersi il perché delle cose, di volere comprendere le ragioni di quello che succede nel mondo, di quello che li riguarda da vicino. Ma non possiamo dimenticare che sono figli di un mondo che li spinge ad una superficialità che, se non affrontata adeguatamente, non dà spazio alla ragione e alla verità.

Per questo hanno bisogno di adulti competenti e appassionati, che sappiano trasmettere loro non solo le conoscenze sulla vita ma anche il desiderio di andare a fondo, la speranza concreta di cambiare il mondo, la volontà di non fermarsi ai luoghi comuni, soprattutto quando questi riguardano la vita, che è il bene più grande che possediamo.

Sull’aborto, sull’eutanasia, sugli embrioni, sulla procreazione artificiale, i giovani hanno il diritto di capire come stanno le cose. Hanno il diritto di conoscere la verità, spesso nascosta per motivi ideologici o di convenienza. Aiutarli a formarsi è un dovere degli adulti. E’ un dovere nostro e non possiamo tirarci indietro.

Articolo pubblicato sulla versione online di Familiaria

mercoledì 11 aprile 2012

Difendere un sogno


“Nella società odierna vale ancora la pena avere dei sogni?”
La domanda è di quelle che ti spiazzano. A farla, una studentessa di un liceo classico siciliano, dove mi trovavo qualche settimana fa per un incontro sul primo romanzo di Alessandro D’Avenia, vero e proprio best-seller del 2011.
Per rispondere alla domanda ho utilizzato proprio alcune parole riportate dallo scrittore siciliano nel suo libro: “un mondo senza sogni è come un giardino senza fiori” (dal libro “Bianca come il latte, rossa come il sangue”).
Già, come si fa a vivere senza sogni? Sarebbe impossibile, la vita sarebbe grigia, monotona, spenta. Non solo vale la pena sognare – dicevo a quella ragazza –, ma non possiamo farne a meno se vogliamo davvero essere felici; l’uomo è per sua natura un sognatore, solo gli animali non sognano. E per finire, citavo ancora D’Avenia, che nel suo romanzo fa dire al nonno del protagonista: “Non smettere di sognare, rinunceresti ad essere te stesso”.
Eppure, nonostante la mia risposta data con apparente facilità a quella liceale, le sue parole mi hanno fatto molto pensare. Perché una ragazza di 16 anni, che dovrebbe fare della “voglia di sognare” uno dei punti di forza su cui costruire il proprio futuro, si chiede se oggi vale ancora la pena farlo? Che cosa le fa venire il dubbio che forse è meglio non illudersi di immaginare un mondo migliore per poi non ritrovarsi con la delusione di un obiettivo impossibile da raggiungere?

In effetti, oggi sognare un futuro positivo richiede una buona dose di ottimismo e di speranza, ingredienti che sono sempre più difficili da trovare in giro. La ricetta per la felicità che ci viene offerta dal mondo attuale sembra fatta di individualismo, di soddisfazione immediata dei desideri, di conquiste professionali, di relazioni “usa e getta”. Il pronome personale più usato negli spot pubblicitari è “io”; quello possessivo è, invece, “mio”…
Tutto sembra dirci che non vale la pena studiare perché tanto poi non si trova lavoro. Non vale la pena amare perché tanto poi l’amore finisce. Non conviene avere amici perché gli amici prima o poi ti abbandonano quando non gli servi più. Sposarsi? Neanche a parlarne, visto che dopo un po’ ci si separa…
Ma è davvero così? E’ diventato così difficile essere felici? Oppure ci lasciamo condizionare così tanto dai messaggi negativi che il mondo ci manda in maniera tanto insistente quanto esagerata?
Forse sono vere entrambe le cose. Di sicuro molti di coloro che dovrebbero rappresentare dei modelli attraenti per i giovani non lo sono più e questo provoca una forte delusione in tanti ragazzi che vorrebbero guardare loro come punti di riferimento da imitare.
E così molti finiscono per spegnere le luci che illuminano il proprio avvenire e per ripiegare su modelli che presentano un’immagine di felicità tanto fragile quanto irraggiungibile.
“Voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho”, era scritto sulla parete di un edificio della mia città. Già, ma se chi ci deve aiutare a sognare non è capace di alzare la direzione del nostro sguardo, diventa tutto molto difficile.
Non pensiamo però di dare solo la colpa agli adulti assenti, sarebbe troppo facile! Il nostro futuro è come un mosaico che è fatto di tasselli già presenti, di altri che si staccano perché vecchi e di altri ancora che mettiamo noi. E allora sì che si può fare tanto, lavorando molto sui tasselli nuovi, quelli che possono ridare luce all’immagine quando questa diventa sbiadita. E’ la forza della giovinezza, che ha una capacità di sognare così grande da riuscire a resistere anche alle delusioni più forti. E’ la forza di un’età che è fatta apposta per conoscere le cose grandi che ognuno è venuto a fare in questo mondo.
Ricordate il discorso che Steve Jobs ha tenuto nel 2005 agli studenti dell’Università di Stanford? Probabilmente ricorderete le parole più celebri: “Stay hungry, stay foolish”. Siate affamati, perché la sazietà spegne i sogni, sembrava dire Jobs. E poi siate folli, perché per sognare, bisogna osare, rischiare, perdere la paura di fare qualcosa di grande.

Dove trovo i miei sogni?
E allora, proviamo a trovare il luogo dove incontrare i nostri sogni. Potrebbe sembrare un luogo lontano, fantastico, irraggiungibile e invece è più vicino di quanto ci aspettiamo.
Sì, perché i nostri sogni sono nascosti nelle cose che incontriamo realmente, ogni giorno. I nostri sogni li troviamo nella realtà, nelle persone che la vita ci mette accanto, nei talenti che ognuno di noi ha, a cominciare dal tempo, che è il primo dono che ci è stato dato.
A volte invece li cerchiamo al di fuori della realtà, quando immaginiamo situazioni che per diversi motivi non potremo mai vivere. Quanti di voi che state leggendo saranno protagonisti di Amici o del prossimo campionato di serie A? E quanti invece potranno essere protagonisti della propria esistenza perché decidono di essere se stessi e di giocarsi la vita al meglio delle possibilità che vengono loro offerte?
Cercare i sogni nella realtà significa, per esempio, trovarli in un libro che ci apre orizzonti nuovi e insospettati; oppure in un film che ci coinvolge profondamente per la storia vera, autentica, reale che ci racconta. Ancora, troviamo i nostri sogni nello scrivere una lettera ad un amico invece di mandargli una mail; o nel fargli una telefonata al posto di un freddo e distaccato SMS.
Troviamo i nostri sogni nel silenzio, che così tanto ci aiuta a guardare dentro noi stessi e a contemplare la grandezza della nostra vita. Troviamo i nostri sogni nelle tante piccole cose che ci accadono lungo la giornata e che spesso ci danno indicazioni sulla direzione verso la quale orientare il nostro cammino.

Per non perdere la rotta.
Riportavo all’inizio il paragone fatto da D’Avenia tra una vita senza sogni ed un giardino senza fiori. Subito dopo, però, lo scrittore aggiunge che “una vita di sogni impossibili è come un giardino di fiori finti”. E i fiori finti, se a prima vista possono sembrare bellissimi, finiscono presto per deludere, perché non hanno vita.
I sogni non possono rimanere tali, devono trasformarsi in progetti. Solo così danno quella soddisfazione che promettono; se rimangono sogni deludono.
Ma per trasformarsi in progetti, molte volte i sogni hanno bisogno di ostacoli, di difficoltà che ne mettano alla prova la consistenza. Avete mai provato ad appendere un quadro ad un chiodo che è stato piantato alla parete senza incontrare nessuna resistenza?
Probabilmente è facile capire che un sogno ha bisogno di ostacoli per trasformarsi in un progetto reale. Ma poi la vita ci mette di fronte alle difficoltà ed ecco che improvvisamente si perde di vista questa idea. Provate a rimanere convinti del valore delle difficoltà quando il prof vi mette un quattro, o quando la ragazza vi ha lasciato, o quando vostro padre non è quello che vorreste… Difficile, vero?
Anche per questo è importante avere accanto qualcuno che ci aiuti a trasformare i sogni in realtà, che sappia indicare la strada da percorrere. Soprattutto qualcuno che sappia dimostrare con la propria vita che i sogni si possono raggiungere, e che è possibile farlo anche se spesso si tratterà di camminare in salita o contro corrente.
Qualcuno che faccia venire la voglia di andare avanti anche quando molti ci diranno “lascia perdere” o quando ci faremo prendere dalla paura di rischiare, dalla tentazione di lasciare il passo a qualcun altro.
Qualche tempo fa leggevo su un forum le parole di una ragazza: “Ognuno di noi ha un sogno, ma tanti hanno paura di credere ai propri sogni e li rinchiudono in un cassetto, dimenticando dove hanno lasciato la chiave”.
Sognare è facile, credere nei propri sogni lo è di meno. Ma la cosa più difficile è forse quella di lasciare i cassetti vuoti. O almeno, di non riempirli con i nostri desideri di cose grandi!

Articolo pubblicato su Dimensioni Nuove di marzo 2012

lunedì 13 febbraio 2012

Un senso


“Volevo dirle che mi ha fatto molto riflettere sulle diverse tematiche in questione e soprattutto su quella relativa alla comunicazione genitori-figli. Secondo lei come si ci può comportare con un genitore la cui visione della vita è pessimistica e di conseguenza influenza i propri figli?”
Sono appena rientrato a casa e, scaricando la posta elettronica, leggo queste parole di una ragazza che ha partecipato ad un incontro tenuto nella sua scuola il giorno prima. Un incontro in cui ho parlato di sogni e speranze, di ottimismo e fiducia nel futuro.

Fa sempre piacere vedere che le tue parole sono state utili a qualcuno. Fa ancora più piacere se si tratta di persone giovani. Noi educatori abbiamo bisogno anche di queste piccole gratificazioni, perché, per quanto ripetiamo a noi stessi che quello che conta è la gratuità con cui ci dedichiamo ai ragazzi, a volte i nostri limiti ci fanno toccare con mano la difficoltà a mantenere quell’ottimismo che ci sforziamo di trasmettere con le parole.
Una volta un amico al quale manifestavo la sensazione di aver parlato invano ad un gruppo di studenti particolarmente “vivaci”, mi rispose: “Lasciamo sempre qualcosa anche ai più distratti e stanchi tra i ragazzi che ci ascoltano. Comunque, fosse anche per uno solo, ne vale sempre la pena.”

Ma torniamo alle parole della ragazza con cui ho aperto questo articolo. Già, è facile parlare di ottimismo, sembrava dire, ma come fai quando esso manca proprio a casa tua, tra le mura domestiche, tra i tuoi cari, tra coloro che dovrebbero mostrarti la speranza nel futuro?
“Cerca di avere accanto persone ottimiste”, è stata la prima cosa che mi sono sentito di consigliarle. Per rispondere così ho dovuto far tesoro della mia esperienza personale, perché la vita ha messo al mio fianco persone che mi hanno insegnato a gioire del dono che ogni giorno mi viene fatto. Mia madre, innanzitutto; poi tanti amici, alcuni in particolare. Forse anche a me è mancato l’apporto di mio padre, che mi ha trasmesso altre qualità ma non l’ottimismo… e questo mi ha fatto sentire particolarmente vicino alla ragazza che mi ha fatto quella domanda.
Essere ottimisti oggi non è facile. Non è facile trovare ottimisti attorno a noi; anzi, spesso siamo attorniati da messaggi e modelli che vanno nella direzione opposta e che alimentano in noi la paura e la disillusione nei confronti del futuro.
Una paura che ha il potere di spegnere i sogni, come il vento freddo che soffia d’inverno e che ci spinge a rimanere chiusi in casa.
Ma dalla casa bisogna uscire, non siamo fatti per vivere tra le pareti di un appartamento. E non siamo fatti neanche per piangerci addosso. Quando lo facciamo ci stiamo male.

L’uomo contemporaneo è malato di pessimismo, di paura, di tristezza perché ha perso la speranza in qualcosa o in qualcuno che dia un senso ultimo alla sua esistenza. L’uomo contemporaneo è malato di solitudine perché non sa più dare una risposta piena alla domanda che, prima o poi, bussa alla sua porta: Io per chi vivo?
L’ottimismo è il risultato di una pienezza di senso: qualsiasi cosa succeda per me ha un senso, per questo la vita non mi fa paura.
Ripartiamo dal dare un senso alla nostra vita. E per farlo, facciamo leva sul naturale desiderio di condividerla con altri, che a loro volta si appoggeranno su di noi, alimentando una reciproca rigenerazione di speranza. La felicità è reale solo se condivisa, ci ricordava un bellissimo film di qualche anno fa.
Forse un rimedio per interrompere il circolo vizioso della tristezza e del buio nel quale tanti sono caduti è provare a fare girare il vortice al contrario e trasformarlo in un circolo virtuoso di speranza e di luce. Come?
Magari partendo dalla constatazione che "c’è del buono in questo mondo", per usare le parole che, nel Signore degli Anelli, Tolkien mette in bocca a Sam in un momento di sconforto del suo migliore amico, Frodo.
Proprio partendo dal "buono" che troviamo attorno a noi, nelle persone che amiamo, nei nostri amici e conoscenti, nei nostri colleghi, in noi stessi, troveremo la forza per trasformare lo spazio e il tempo della nostra esistenza in risorse preziose per noi e per chi ci sta accanto.
E i pessimisti che ci circondano? Forse smetteranno di essere tali proprio grazie a noi. Anche se si trattasse di chi, come i genitori, dovrebbe illuminare il nostro cammino verso il futuro.

Articolo pubblicato sul blog della rivista Familiaria

venerdì 27 maggio 2011

Cogitoetvolo intervista Beppe Severgnini a Palermo

Sono le 15,30 di martedì 24 maggio. Si parla di giornalismo. O meglio, di giornalisti alle prese con l’informazione nell’era del web. Il titolo del convegno dice tutto: I (già) vecchi media. Carta stampata, TV, web. Siamo a Palermo, presso l’Albergo delle Povere, a pochi passi dalla centralissima piazza Indipendenza.

Tra gli invitati ci sono diversi volti noti del giornalismo: Giuseppe Di Piazza, direttore di Sette; Corradino Mineo, direttore di Rai News 24; Marco Bardazzi, caporedattore centrale de La Stampa. Nomi prestigiosi, ma la mia attesa era soprattutto per lui, Beppe Severgnini, scrittore e giornalista del Corriere della Sera.

Il convegno è lungo, dura quasi quattro ore ininterrotte. All’inizio viene proiettato un filmato che mostra come la classe dei giornalisti abbia una pessima reputazione agli occhi degli italiani: mediocri, superficiali, asserviti al potere… L’audio del filmato è pessimo e, per fortuna, dura poco. Al termine della proiezione iniziano a parlare i giornalisti invitati. Quando prende la parola Severgnini, la prima cosa che fa è chiederci se in sala riusciamo a sentire. Dettaglio di classe…

Il convegno procede, senza pause ma in maniera gradevole; si segue con piacere, soprattutto quando a parlare è il giornalista del Corriere, ironico, colto e chiaro, come sempre.
Si parla di tante cose: del fatto che in Italia si legge poco, della crisi della carta stampata - sarà anche colpa del web? - , dell’età media sempre più giurassica dei giornalisti italiani e della assenza di nuove leve, anche perché le assunzioni nel settore sono bloccate da anni…
Torna a parlare Severgnini, che loda la bravura dei giovani giornalisti; è un peccato che i giornali non riescano ad offrire loro neanche uno stage.

La tavola rotonda si avvia alla conclusione, affidata, come era prevedibile proprio a Severgnini.
La missione del giornalista ? Unire i puntini: la gente - dice - non ha tempo per cercare le informazioni da sola, non riesce a districarsi tra le mille notizie della rete: qui entra il giornalista, che deve unire i puntini, appunto, come si fa con i giochi delle riviste enigmistiche per fare comparire una figura ben precisa. In questo modo il giornalista fa un vero servizio alla società.

Poi parla del mirmicoleone, facendoci ridere, forse per ingannare la stanchezza e la fame, data l'ora.
Il mirmicoleone – dice – è una figura leggendaria, per metà leone e per metà formica; esso nasce da un padre leone e una madre formica, ma non potendosi nutrire né come il padre, carnivoro, né come la madre, erbivora, rimane indeciso e muore pochi giorni dopo la nascita. Nel mondo del giornale ci sono tanti mirmicoleoni, giornalisti indecisi che non sanno cosa fare. E invece l'importante é fare le cose bene, non come il mirmicoleone che non sa che cosa fare e muore.
Applauso e conclusione della conferenza.

E qui arriva il bello. Incoraggiato dalla presenza, accanto a me, di Guido Vassallo, decido di andare subito all’arrembaggio e di intervistarlo. Ci avviciniamo assieme.

Salve, dott. Severgnini, complimenti per le belle cose che ha detto. Ci saluta sorridente. Incalziamo: siamo di Cogitoetvolo, vorremmo lasciarle alcuni segnalibri per suo figlio e vorremmo farle alcune domande. Ci dedica qualche minuto?
Severgnini accetta i segnalibri e, spiazzato dalla nostra intraprendenza, ci dice di sì, un po’ a denti stretti – è molto stanco e, come è logico, tutte le attenzioni sono per lui – ma a patto che le domande siano solo due.
Lo ringraziamo e gli ricordiamo che lui, tre anni fa, citò Cogitoetvolo sul suo blog Italians, dicendo, con riferimento ai giovani di Cogitoetvolo, che "gli piacevano gli studenti svegli (quelli colti dicono proattivi)".

Iniziamo a intervistarlo. Guido pone le domande, io registro.

Spesso si ha l’impressione che nel giornalismo faccia notizia la cattiva notizia, oppure il fatto di cronaca un po’ morboso e si punta molto su queste cose. E’ un ripiego perché non c’è altro da dire oppure è questa la prima finalità del giornalismo?
Allora, mettiamola così. Se in un condominio ci sono venti famiglie e in diciannove va tutto bene, i genitori lavorano, i figli studiano, vanno in vacanza d’estate, ecc. Nella ventesima famiglia hanno l’abitudine, quando litigano, di buttare la lavatrice dal balcone e ogni tanto si picchiano sulle scale. Secondo voi nel condominio di chi si parla?
Traduzione: c’è una sorta di inevitabilità che è l’eccezione e spesso è un’eccezione negativa e attira l’attenzione. Questo è fisiologico; quello che è patologico è costruire su questo una sorta di ossessione sociale e quindi trasformare un delitto in un serial televisivo, con i plastici nei talk-show; questo è secondo me sbagliato. Ma che un caso particolare, anche di cronaca nera attiri l’attenzione della gente è normale.
Se uno guarda l’Iliade, c’è di mezzo un rapimento, che è un fatto di cronaca nera! Quindi non bisogna neanche esagerare, anche se è vero però che oggi stiamo eccedendo e che per molti media tutto diventa morboso. Il crimine come eccesso ed esempio della debolezza della natura umana va bene, come nelle tragedie greche: Sofocle o Euripide di che cosa parlano? Ma il crimine come ossessione morbosa è un’altra cosa.

C’è la consapevolezza nel giornalista che quello che lui scrive, sia la notizia che la sua opinione, ha un’influenza nel sentire comune. L’impressione è che a volte nel giornalismo c’è un po’ di pessimismo, si instilla un po’ di pessimismo nella società piuttosto che spingere all’ottimismo.
La tua è un’opinione più che una domanda. Io sono abbastanza d’accordo. E’ vero che alcuni giornalisti hanno questa capacità di condizionare l’opinione pubblica, però non sono moltissimi. Semmai questo avviene nella scelta delle notizie, questo sì.

Questo genera molto pessimismo nei giovani. La cosa che cerchiamo di fare con Cogitoetvolo, che ci siamo posti come obiettivo, è quella di presentare notizie positive, che fanno meno rumore, probabilmente, rispetto a quelle di cronaca nera. Però a volte abbiamo l’impressione che questo non basti, perchè i ragazzi spesso sono disillusi. Guardi il telegiornale e solo dopo un quarto d’ora, forse, se va bene, c’è una notizia positiva. Vedi, l’idea che le notizie positive siano di per sé interessanti è un po’ ingenua. La notizia positiva richiede un’abilità tecnica di esposizione, di confezionamento, di seduzione, superiore. La notizia cattiva aiuta il giornalista pigro, perché di per sé attira. La buona notizia richiede un lavoro maggiore da parte dei giornalisti, una bravura maggiore. Occorre commuovere, appassionare, ispirare, divertire, non è facile! Qualcuno pensa che in qualche modo il buon cuore sia di per sé il passaporto per l’attenzione altrui; non è vero, è quasi l’opposto, il buon cuore è spesso un ostacolo, deve essere filtrato attraverso il mestiere, l’esperienza, l’intelligenza, l’ironia, altrimenti è un guaio. Il romanziere pessimo per definizione è la brava persona che ha il cuore pieno di buoni sentimenti: quasi sempre scrive un romanzo pessimo. Il filtraggio tra i sentimenti che riempiono il cuore e la pagina scritta è quella che si chiama capacità di scrivere. Lo scrittore si vede lì. Quindi io invito a respingere l’idea che poiché sono buono in qualche modo mi merito l’attenzione. Se fosse così il mondo sarebbe migliore, probabilmente; però non funziona così e uno deve accettarlo.

Grazie. Un pronostico per domenica sera? Chi vince la finale di Coppa Italia? Sa, siamo a Palermo…
Vince l’Inter 3 a 1.

Ridiamo.
Guido – interista, ma dal cuore rosanero – forse ride di più. Anch’io rido, ma in cuor mio mi auguro che il pronostico di Severgnini sia l’unica cosa infelice pronunciata in questo bel pomeriggio palermitano.


Articolo pubblicato su www.cogitoetvolo.it