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venerdì 15 giugno 2012

Un territorio comune


“Come è andata oggi a scuola?” Chi di noi non si è mai sentito fare questa domanda, tanto temuta quanto odiata, da parte dei propri genitori? Temuta, perché vorremmo fare tutto all’infuori che dover raccontare con parole sempre nuove quello che facciamo in maniera per noi ripetitiva e abituale ogni giorno a scuola. Odiata, perché è sempre la stessa domanda! E non è strano allora che si dia sempre la stessa risposta: Bene!
Il rapporto tra genitori e figli è una delle cose più difficili da gestire durante gli anni in cui si smette di essere bambini e ci si avvia verso l’età adulta. “L’adolescenza è quel periodo della vita in cui i genitori diventano insopportabili”, ho letto tempo fa in un libro sull’adolescenza. Sono le parole con cui un liceale risponde al suo prof che gli chiede di definire, a parole sue, questo periodo della vita.
Una definizione senz’altro poco scientifica, ma sicuramente divertente ed efficace. Una definizione che ben si collega alle parole con le quali ho iniziato questo articolo. Perché sentirsi porre sempre le stesse domande, in un periodo della vita in cui il rapporto con i genitori viene completamente ridisegnato, a volte è proprio insopportabile. Così come è difficile mettersi d’accordo sull’orario del rientro serale o sugli amici che “è bene o non è bene frequentare”, o sul modo di andare vestiti e via dicendo. Situazioni che spesso si concludono con porte sbattute, urla reciproche, musi lunghi e guerre fredde che durano per giorni e giorni.

Eppure, a sentire le due campane – da un lato i genitori, dall’altro i figli – verrebbe di dare ragione a entrambe. Ecco come un papà alle prese con un rapporto problematico con i suoi figli, commentava l’articolo in cui un docente faceva un elenco di comportamenti che ogni buon genitore dovrebbe avere: “Caro prof, ti posso garantire che essere genitori è difficilissimo, anche se tu fai tutto quello che annoti nel tuo post, spesso ti ritrovi contro i tuoi figli, capita di sentirti definire nei modi più sconfortanti... Sapessi quante volte ho pianto per il silenzio dei miei figli. Ho pianto per le loro risposte alle mie richieste. Sono stato quasi sempre molto disponibile, ho dedicato loro il mio tempo fuori dal lavoro, li ho sorretti, spalleggiati e coccolati, li ho amati, li coccolo e li amo ancora di più ora, sono la vita mia e di mia moglie, ma credimi essere genitori è la missione più difficile…”
E concludeva, rassegnato: “Prof, ti prego di' ai nostri figli quanto li amiamo e quanto cerchiamo molte volte in loro uno sguardo che ci indichi il momento di parlare e di esserci.”
Uno sfogo comprensibile, verrebbe da dire. Come non dare torto a questo papà che sembrerebbe mettercela tutta per continuare a comunicare con ragazzi che, dal canto loro, sembrano rispondere ignorando la sua sofferenza? E come non mettersi dalla parte di tanti papà e mamme che si trovano nella stessa situazione?
Già, ma come la mettiamo con gli altrettanto comprensibili e leciti desideri di tanti adolescenti che vogliono essere trattati da grandi, avere la giusta autonomia, pretendere il rispetto della propria riservatezza, essere tenuti maggiormente in considerazione?
Verrebbe di dare ragione a entrambi, scrivevo più sopra. Ma non sempre è possibile, anzi spesso è proprio dura riuscire a trovare una soluzione che accontenti entrambi, che tenga conto delle richieste degli uni e degli altri.
E allora che fare? Come costruire un ponte tra due mondi che sembrano, anzi, sono così diversi?

Un territorio comune
Proviamo ad individuare alcune possibili strategie per gettare un ponte da una riva all’altra. A cominciare, per esempio, dal trovare assieme un territorio comune su cui confrontarsi. I genitori non vogliono forse la felicità dei loro figli? Certamente sì, a loro modo però! E i figli, non vogliono per sè stessi la stessa cosa, cioè essere felici? In questo caso, però le prospettive sono assolutamente diverse da quelle dei genitori.
Si tratta allora di trovare dei punti in comune, per esempio provando a mettersi gli uni nei panni degli altri. E’ quello che gli esperti chiamano empatia, una parola che significa “provare la stessa passione, gli stessi sentimenti” e che a me piace tradurre in “guardare il mondo con gli occhi dell’altro”. Basterebbe questo per ridurre drasticamente molte delle incomprensioni che nascono tra genitori e figli, ma anche tra fratelli e sorelle, tra fidanzati, tra amici.
La comunicazione tra genitori e figli funziona infatti come qualsiasi altra forma di comunicazione. E quando c’è qualcosa che non va è perché in uno dei due – o in tutti e due – c’è qualche problema di fondo, oppure perché ci sono degli ostacoli tra le due persone che comunicano, oppure perché i due utilizzano linguaggi diversi. Quest’ultimo caso riguarda molto da vicino proprio la comunicazione tra genitori e figli che, per ovvi motivi, parlano e parleranno sempre due linguaggi completamente diversi. Se così non fosse, vorrebbe dire che i genitori hanno smesso di fare i genitori per indossare i panni degli amici – sarebbe meglio dire degli “amiconi” – dei figli. E questo comporterebbe altri problemi, ben più seri…
Ma torniamo all’empatia, a questa capacità di mettersi nei panni dell’altro per comprendere le ragioni del suo agire.
Pensiamo, per esempio, alla mamma che risponde alla figlia che vuole rientrare più tardi dell’orario previsto: “Un giorno capirai, quando sarai mamma e avrai i figli che vorranno rientrare alle due di notte!”. E perché non provare a capirlo adesso, invece? Perché aspettare anni per comprendere il motivo per cui i miei genitori sono così insopportabili su questo punto?
Qualche tempo fa, parlando con una ragazza del rapporto con i suoi genitori, questa mi diceva: “L’unica cosa di cui mi lamento è che mi chiedono ogni giorno ‘come è andata a scuola?’ perché credo che se mi assillano così è peggio e inutile: glielo dico comunque senza bisogno che me lo chiedono”.
Devo confessare che il dubbio che poi glielo dicesse comunque mi è rimasto… Eppure non è forse questo un esempio di come, mettendosi nei panni dei genitori e facendo il primo passo, si potrebbero evitare tante guerre familiari? Basterebbe, appunto, “dirglielo comunque senza bisogno che me lo chiedono”.
Certo, anche i genitori dovrebbero fare la stessa cosa ma molte volte, in un confronto difficile con un’altra persona, basta che uno dei due faccia il primo passo perché anche l’altro ammorbidisca la propria posizione.

Lasciamo che anche il tempo faccia la sua parte
Nel discorso tenuto agli universitari di Stanford nel 2005, Steve Jobs, ha parlato di come spesso, per trovare un senso pieno a quello che ci succede, dobbiamo attendere che passi molto tempo: “non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro”.
Jobs si riferiva allo studio, all’università, alla carriera professionale. Ma le sue parole possono certamente applicarsi anche alle incomprensioni che ci sono tra genitori e figli. Insomma, è lo stesso concetto dell’odioso “un giorno capirai”, solo che detto da Jobs suona un tantino più simpatico.
Già, perché poi c’è anche il problema di come si dicono le cose. Perché tra mille modi di dire le cose si deve per forza scegliere il peggiore? Basterebbe un po’ più di attenzione, di delicatezza, di empatia, per usare parole che sono più efficaci proprio perché evitano di ferire l’altra persona.
“Non trovi mai niente nella tua stanza! Questa casa non è un albergo! Non studi mai!”, gridano i genitori. Ma anche i figli non scherzano: “I genitori di Tizio sono migliori di voi! Siete vecchi! Non capite niente di noi!”
Il risultato è che ognuno rimane sulla propria posizione, anzi direi che questo genere di accuse finisce per alzare barriere sempre più invalicabili.
A volte – e anche questo vale per ogni forma di relazione tra due persone – è meglio lasciar raffreddare gli animi, attendere un po’ di tempo prima di affrontare il problema, pensare se le parole che sto per dire “a me darebbero un fastidio tremendo”; se è così, perché usarle verso l’altro?
Sono considerazioni forse ovvie, eppure nel nostro rapporto con gli altri commettiamo spesso l’errore di dimenticarle.
Basterebbe davvero un po’ più di attenzione per comunicare meglio. Tutto sommato è semplice, no?

Articolo pubblicato su Dimensioni Nuove di aprile 2012

martedì 5 giugno 2012

Educare il cuore: non c’è altra strada


“Ai genitori fanno quasi paura, i figli; i genitori fanno tutto quello che gli chiedono loro”
Parole di Sara, 13 anni, studentessa di una scuola media di Modena. Le riporta Maurizio Tucci, giornalista, nel suo commento all’ultima indagine della Società italiana di Pediatria sulle “Abitudini e stili di vita degli adolescenti”.
Un’indagine fatta su un campione di 1300 ragazzi e ragazze tra i 12 e i 14 anni.

Ho sempre pensato che le parole di Sara potrebbero essere quelle di tanti suoi coetanei. Soprattutto quando guardo i miei, di coetanei. Genitori spesso timorosi di dire di no ai propri figli, per non perdere la loro amicizia e la loro fiducia. Genitori che, davanti al compito di educare i figli, sembra che abbiano alzato bandiera bianca. Con la conseguenza che tanti ragazzi si ritrovano senza quei punti di riferimento necessari per imparare a diventare grandi.
Educare i figli, oggi, è un compito arduo, non lo metto in dubbio. Qualche giorno fa parlavo con un amico di quanto sia difficile, per esempio, aiutare un adolescente a riconoscere la propria tonalità emotiva, a dare un nome alle emozioni che prova, a vivere una sessualità inserita in una più ampia cornice affettiva e relazionale che le dia senso pieno.
Un compito che diventa ancora più arduo se chi dovrebbe averlo per “missione” decide di tirare i remi in barca.
L’indagine che ho citato all’inizio è tanto chiara quanto impietosa: a proposito di sessualità, per esempio, i ragazzi non parlano quasi mai con i genitori, non li ritengono capaci di comprenderli e si rivolgono sempre più spesso ai forum su internet o ai coetanei per risolvere i propri dubbi. I genitori rimangono estranei alla sfera sessuale e affettiva dei figli e spesso, rassegnati davanti ai “tempi che cambiano”, non riescono ad andare oltre alla raccomandazione di portare con sé la pillola o il preservativo, perché “non si sa mai…”

Sembrerà un’affermazione banale, ma se oggi si parla tanto di emergenza educativa è perché, da molto, troppo tempo, la grande assente è proprio l’educazione.
E la soluzione, anche questo sembrerà banale, sta nel tornare a educare. A cominciare proprio dall’affettività, che forse è la dimensione che più di altre ha bisogno di essere ridefinita nel giusto quadro antropologico. L’uomo contemporaneo soffre di uno squilibrio esistenziale perché ha continuato ad alimentare la testa ma ha smesso di educare il cuore, lasciandolo in balìa di se stesso.
Il cuore è la sede degli affetti. E’ stato detto che dal cuore nascono i buoni propositi ma anche le peggiori intenzioni che un uomo possa formulare. Dal cuore dipende la qualità delle nostre relazioni. Da esso passa la nostra felicità. E oggi più che mai il cuore è la porta attraverso la quale possiamo arrivare alla testa dei giovani. Per questo se vogliamo affrontare la sfida educativa dobbiamo iniziare dalla formazione del cuore.
Non c'è altra strada, se vogliamo dare ai ragazzi gli strumenti con i quali possano rispondere alle domande di senso che si fanno proprio durante l’adolescenza. Chi sono io? Che ci faccio su questa terra? Che senso ha la mia esistenza? Perché vivo? Per chi vivo? Che cosa è la felicità e che cosa devo fare per essere veramente felice?
Dobbiamo tornare a educare il cuore perché oggi le risposte a queste domande mancano o, quando ci sono, sono spesso fonte di insoddisfazione e di malessere per i ragazzi stessi. Un malessere che si esprime soprattutto nella fragilità affettiva, nella banalizzazione della sessualità che viene vissuta come un gioco, nel preoccupante aumento dei comportamenti a rischio.
Riporto solo alcuni dati. Il 17% del campione intervistato dalla Società italiana di Pediatria ritiene che i 14 anni siano l’età giusta per avere rapporti sessuali completi. Tra gli adolescenti cresce a macchia d’olio il fenomeno del sexting, l’inserimento in rete di proprie immagini a sfondo sessuale. Qualche settimana fa ha fatto il giro del web la notizia di una bambina di 10 anni che si è fotografata nuda ed ha postato le proprie immagini su Facebook. Sempre più ragazzi sono affetti dall’ansia da prestazione sessuale: si sentono inadeguati a riprodurre con il proprio partner quello che vedono raffigurato dalle immagini che trovano con estrema facilità su internet.
Sono convinto che alla base di tanto malessere ci sia un cuore che non funziona bene. Molti dei problemi relazionali tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici o tra fidanzati, non nascono proprio dall’incapacità di gestire i moti dell’affettività? O non derivano forse dal dare troppo spazio alle emozioni a scapito della ragione, o dalla difficoltà di orientare correttamente le proprie passioni?
Il nostro agire si esprime sempre attraverso emozioni, sentimenti, passioni, sensazioni, motivazioni, manifestazioni tutte dell’affettività; quest’ultima è una sorta di anello di congiunzione fra la dimensione fisica dell’uomo e quella spirituale-razionale. Come possiamo trascurare allora questa “terza dimensione” così importante e fondamentale per la nostra felicità?
E soprattutto come possiamo farlo quando ci troviamo ad educare una generazione di ragazzi sempre più storditi dalla ricerca ossessiva di emozioni forti?

Sia chiaro: emozioni e sentimenti vanno sviluppati e valorizzati, non repressi. L’obiettivo dell’educazione è sempre quello di formare persone libere ed equilibrate. Persone capaci di usare la testa ma anche il cuore. Il compito educativo è un lavoro eminentemente positivo. Bisogna lavorare quindi in tal senso. Come?
Innanzitutto valorizzando proprio le istanze positive che l’odierna società affettiva ci presenta. Parliamo ai ragazzi della bellezza dei sentimenti e delle emozioni quando questi sono guidati dalla ragione. E facciamolo presentando loro esempi e modelli di persone che incarnano questo stile di vita: la storia, il cinema, l’attualità ci verranno in aiuto, senza dimenticare comunque che i modelli che i ragazzi guardano per primi siamo proprio noi.
Aiutiamo i ragazzi a conoscersi, ad ascoltarsi, a guardarsi dentro, educandoli sin da bambini alla lettura, alla contemplazione della bellezza, al silenzio, al rispetto per l’opinione degli altri. Fermiamoci a rispondere alle domande che ci fanno anche quando pensiamo che non abbiamo il tempo per farlo.
Aiutiamoli ad accettarsi per come sono fatti, amandoli incondizionatamente e non per i risultati che ottengono a scuola o in palestra o al circolo del tennis. Evitiamo di fare paragoni con i fratelli o con i loro compagni di classe. Ascoltiamoli, osserviamoli, comprendiamoli, invece di fare domande. A volte basterà semplicemente trasmettere l’idea che li capiamo, dicendo “Che forte! Ci sarai rimasto male. Sarai stato contento”.
Rispettiamone la crescita e non diamo loro l’impressione che li vogliamo più grandi o più piccoli di quello che sono.
Aiutiamoli a conquistarsi gli obiettivi e non diamo loro tutto subito. Che apprezzino lo sforzo per raggiungere una meta. Che sperimentino la noia, perché una vita in cui ogni desiderio è immediatamente soddisfatto finisce per spegnere in loro la capacità di sognare.
Incoraggiamoli a sviluppare le passioni, che sono intense come le emozioni e durature come i sentimenti. Coltivare passioni sane è la ricetta migliore per curare l’apatia che oggi affligge molti di essi. Non a caso c’è chi ha definito il nostro tempo l’epoca delle passioni tristi.
E per finire, ripartiamo da un’idea centrale: la famiglia è il primo luogo in cui affrontare con i figli il tema dell’affettività prima e della sessualità poi. Non si può delegare questo compito alla scuola o alla parrocchia o all’associazione culturale.
Ai genitori viene richiesta una preparazione ed un impegno maggiori, non c’è dubbio. Dovranno appassionarsi se vorranno essere all’altezza del loro compito. Passione benedetta, perché così facendo avranno già ottenuto una vittoria: quella dell’esempio, che agli occhi dei figli vale sempre più di mille discorsi.

Articolo pubblicato sul numero di Marzo 2012 di Fogli

lunedì 13 febbraio 2012

Un senso


“Volevo dirle che mi ha fatto molto riflettere sulle diverse tematiche in questione e soprattutto su quella relativa alla comunicazione genitori-figli. Secondo lei come si ci può comportare con un genitore la cui visione della vita è pessimistica e di conseguenza influenza i propri figli?”
Sono appena rientrato a casa e, scaricando la posta elettronica, leggo queste parole di una ragazza che ha partecipato ad un incontro tenuto nella sua scuola il giorno prima. Un incontro in cui ho parlato di sogni e speranze, di ottimismo e fiducia nel futuro.

Fa sempre piacere vedere che le tue parole sono state utili a qualcuno. Fa ancora più piacere se si tratta di persone giovani. Noi educatori abbiamo bisogno anche di queste piccole gratificazioni, perché, per quanto ripetiamo a noi stessi che quello che conta è la gratuità con cui ci dedichiamo ai ragazzi, a volte i nostri limiti ci fanno toccare con mano la difficoltà a mantenere quell’ottimismo che ci sforziamo di trasmettere con le parole.
Una volta un amico al quale manifestavo la sensazione di aver parlato invano ad un gruppo di studenti particolarmente “vivaci”, mi rispose: “Lasciamo sempre qualcosa anche ai più distratti e stanchi tra i ragazzi che ci ascoltano. Comunque, fosse anche per uno solo, ne vale sempre la pena.”

Ma torniamo alle parole della ragazza con cui ho aperto questo articolo. Già, è facile parlare di ottimismo, sembrava dire, ma come fai quando esso manca proprio a casa tua, tra le mura domestiche, tra i tuoi cari, tra coloro che dovrebbero mostrarti la speranza nel futuro?
“Cerca di avere accanto persone ottimiste”, è stata la prima cosa che mi sono sentito di consigliarle. Per rispondere così ho dovuto far tesoro della mia esperienza personale, perché la vita ha messo al mio fianco persone che mi hanno insegnato a gioire del dono che ogni giorno mi viene fatto. Mia madre, innanzitutto; poi tanti amici, alcuni in particolare. Forse anche a me è mancato l’apporto di mio padre, che mi ha trasmesso altre qualità ma non l’ottimismo… e questo mi ha fatto sentire particolarmente vicino alla ragazza che mi ha fatto quella domanda.
Essere ottimisti oggi non è facile. Non è facile trovare ottimisti attorno a noi; anzi, spesso siamo attorniati da messaggi e modelli che vanno nella direzione opposta e che alimentano in noi la paura e la disillusione nei confronti del futuro.
Una paura che ha il potere di spegnere i sogni, come il vento freddo che soffia d’inverno e che ci spinge a rimanere chiusi in casa.
Ma dalla casa bisogna uscire, non siamo fatti per vivere tra le pareti di un appartamento. E non siamo fatti neanche per piangerci addosso. Quando lo facciamo ci stiamo male.

L’uomo contemporaneo è malato di pessimismo, di paura, di tristezza perché ha perso la speranza in qualcosa o in qualcuno che dia un senso ultimo alla sua esistenza. L’uomo contemporaneo è malato di solitudine perché non sa più dare una risposta piena alla domanda che, prima o poi, bussa alla sua porta: Io per chi vivo?
L’ottimismo è il risultato di una pienezza di senso: qualsiasi cosa succeda per me ha un senso, per questo la vita non mi fa paura.
Ripartiamo dal dare un senso alla nostra vita. E per farlo, facciamo leva sul naturale desiderio di condividerla con altri, che a loro volta si appoggeranno su di noi, alimentando una reciproca rigenerazione di speranza. La felicità è reale solo se condivisa, ci ricordava un bellissimo film di qualche anno fa.
Forse un rimedio per interrompere il circolo vizioso della tristezza e del buio nel quale tanti sono caduti è provare a fare girare il vortice al contrario e trasformarlo in un circolo virtuoso di speranza e di luce. Come?
Magari partendo dalla constatazione che "c’è del buono in questo mondo", per usare le parole che, nel Signore degli Anelli, Tolkien mette in bocca a Sam in un momento di sconforto del suo migliore amico, Frodo.
Proprio partendo dal "buono" che troviamo attorno a noi, nelle persone che amiamo, nei nostri amici e conoscenti, nei nostri colleghi, in noi stessi, troveremo la forza per trasformare lo spazio e il tempo della nostra esistenza in risorse preziose per noi e per chi ci sta accanto.
E i pessimisti che ci circondano? Forse smetteranno di essere tali proprio grazie a noi. Anche se si trattasse di chi, come i genitori, dovrebbe illuminare il nostro cammino verso il futuro.

Articolo pubblicato sul blog della rivista Familiaria

venerdì 24 giugno 2011

Il bene di chi?

Nelle isole Salomone, quando la gente di quelle tribù vuole deforestare un pezzo di giungla, per ricavarne terra da coltivare, quella gente non abbatte gli alberi. Si avvicina all'albero e lo insulta con ostinazione; poi lo maledice e, piano piano, l'albero alla fine si secca. Poi cade a terra da solo.
Sono parole tratte da un film che ho avuto la fortuna di vedere qualche mese fa. Da tempo un amico insisteva perché lo vedessi, ma un po’ per la mancanza di tempo, un po’ perché il titolo non mi attraeva più di tanto, ne avevo sempre rinviato la visione.
E invece ho avuto l’ennesima conferma che non bisogna mai fidarsi dei pregiudizi, perché l’ho visto e devo riconoscere che ne è valsa la pena: sembra fatto apposta per un educatore. Dovrebbero vederlo in particolare quei papà che mostrano insofferenza per un figlio che non è all'altezza delle loro aspettative, un figlio che, a loro dire, non fa bene qualcosa in cui “dovrebbe” invece essere il migliore.
Sempre che sia un bene per il figlio essere il migliore.

Sì, perché un genitore, quando fa di tutto, giustamente, per ottenere il bene di suo figlio, dovrebbe innanzitutto chiedersi: sto cercando il bene di chi? Il bene di mio figlio? Oppure quello che io ho deciso per lui?
La risposta sembrerebbe scontata, ma non è così. O, almeno, non lo è sempre.
Quanti papà proiettano nei figli le aspettative di una vita – la propria – della quale non si è pienamente soddisfatti?
O quanti pur non arrivando a questo, considerano lecito - quasi doveroso - pianificare il futuro dei propri figli? Altrimenti – pensano giustamente – non arriveranno mai ad essere qualcuno; non arriveranno ad essere felici.
Sembra di sentirle, queste parole, di fronte ad un insuccesso scolastico oppure sportivo del figlio: “Lui deve riuscirci, è per il suo bene! Altrimenti non sarà mai nessuno nella vita!”

A un papà o a una mamma che pensassero così bisognerebbe porre alcune domande.
Chi ha deciso che tuo figlio deve essere il più bravo della classe?
Chi ha deciso che deve diventare un campioncino di tennis? O che deve incantare compagni e parenti suonando divinamente il pianoforte?
Chi ha deciso che deve essere tanto bravo quanto lo è stato il fratello maggiore?
E se non ci riesce, ti sei chiesto il perché? Hai pensato che forse i suoi talenti sono altri, oppure che c'è qualcosa che lo blocca e che non riesce a comunicarti perché le tue pressanti richieste gli mettono paura e gli impediscono di parlarti?

E' bene che i genitori si facciano queste domande. Sì, perché una reazione sbagliata nei confronti di un figlio che non vuole o non riesce ad essere il migliore nell’ambito che essi hanno deciso per lui, potrebbe segnarlo per tutta la vita.
Potrebbe portarsi a lungo le ferite di non essere stato all'altezza di quello che i suoi genitori sognavano. E queste ferite sono difficili da rimarginare, soprattutto se gli sono state inferte, anche se involontariamente, da coloro le cui parole e i cui atteggiamenti hanno un grande peso - nel bene e nel male - nel suo viaggio verso la maturità.

Qualche tempo fa un ragazzo mi diceva che non avrebbe mai studiato, per non dare nessuna soddisfazione ai genitori: si sentiva sotto pressione da anni, e la sua reazione più naturale era quella di rifiutare per principio l’idea di prendere un buon voto a scuola. Reazione che lui stesso, razionalmente, giudicava illogica ma che emotivamente non riusciva a gestire in maniera diversa.

I ragazzi, soprattutto se adolescenti, hanno una spiccata sensibilità nel cogliere la coerenza e la sincerità dell’atteggiamento degli adulti che hanno di fronte.
Per questo non dovrebbe mai mancare, nei genitori, questa domanda: il bene di chi sto cercando? I ragazzi lo capiscono facilmente e reagiscono di conseguenza.

Per la cronaca, il film citato all’inizio è Stelle sulla terra, di Aamir Khan. E di stelle sulla terra se ne accendono ogni giorno a decine, centinaia, migliaia.
Tutte le volte che nasce un essere umano si accende una stella sulla terra. Una stella il cui compito è quello di splendere e dare luce a quella parte di firmamento dove le è toccato di stare; fosse anche l'angolo più nascosto del cielo, esso rimarrebbe al buio se mancasse la luce di quella stella... Non può permettersi di spegnersi.
Eppure di stelle spente anzitempo, oggi, ce ne sono tante, troppe. E il più delle volte esse non si sono spente da sole.
A un educatore - a un genitore, innanzitutto - spetta il compito di mantenere accesa ogni stella che gli viene affidata. E se per caso questa dovesse spegnersi inaspettatamente, non ne cerchi subito la causa nella scarsa qualità della stella o nella società, nel mondo, nella crisi morale e via dicendo. Potrebbe essere troppo comodo per nascondere un’altra verità.
Che si ricordi di quello che succede agli alberi delle isole Salomone...


Articolo pubblicato sul numero di Giugno 2011 di Fogli

mercoledì 27 aprile 2011

La famiglia, scuola di amore

Mi puoi descrivere qualcosa di quello che dicono o fanno i tuoi genitori che ti è utile nel rapporto con loro?, chiesi a una liceale tempo fa. Mi aspettavo una risposta prevedibile del tipo mi danno fiducia, oppure mi incoraggiano, o ancora mi danno consigli su come comportarmi.
E invece la sua risposta mi lasciò senza parole: Volersi bene! Due semplici parole che hanno confermato quello che ho sempre pensato e cioè che l’amore lo si impara vedendolo e provandolo sulla propria pelle.
E i primi da cui lo impariamo sono i nostri genitori. Se loro non ce lo mostrano – prima ancora che spiegarcelo – la strada della vita diventa subito in salita e difficilmente potrà cambiare pendenza.

Non è difficile osservare come i ragazzi, oggi, sono sempre più fragili dal punto di vista affettivo: hanno paura di amare e di impegnarsi in relazioni stabili; desiderano l’amicizia autentica ma allo stesso tempo non sono capaci di reggere la delusione di un tradimento; non credono nell’amore per sempre.
A questo si aggiunge la difficoltà a manifestare la propria sessualità in maniera adeguata all’età e soprattutto in modo consono con il proprio sesso biologico: un problema che riguarda soprattutto le ragazze, che negli ultimi anni si sono sempre più mascolinizzate.
Oggi abbonda il sesso, dovunque si parla di sesso. Ma dei sentimenti non si parla. Non si parla del cuore. E chi ne paga le spese sono i ragazzi, disorientati e incapaci di comprendere il legame tra sesso e amore.

Non è facile risalire alle cause, che dipendono dalla società in cui crescono, dai modelli che si offrono loro, dalla sessualizzazione precoce a cui sono sottoposti dai continui stimoli che ricevono sin da quando sono bambini. Almeno non è facile farlo in poche righe.

Su una cosa però vorrei soffermarmi: quanto incidono sulla maturazione affettiva e sessuale di un ragazzo i modelli rappresentati dai genitori? Quanto incide l’assenza o il cattivo esempio di uno dei due genitori? Quanto condiziona soprattutto l’assenza del padre?
Torniamo all’idea iniziale: noi impariamo ad amare se lo vediamo fare ai nostri genitori. A entrambi, papà e mamma; non a uno dei due con un’altra persona che non ci abbia generato. E’ dalla famiglia che ha origine la nostra capacità di voler bene.

E’ in famiglia che impariamo a essere voluti bene.
A casa veniamo amati per quello che siamo, non per quello che abbiamo o per quello che otteniamo. Papà e mamma ci vogliono bene perché è così e basta. Gratuitamente. Papà e mamma ci fanno sentire importanti perché ci amano incondizionatamente.

E’ in famiglia che impariamo a volerci bene.
Perché sin da piccoli siamo incoraggiati da papà e mamma che fanno il tifo per noi, credono in noi, ci fanno sentire sempre adeguati, nonostante i limiti nostri e loro. Perché ci aiutano a conoscerci e ad amarci per quello che siamo.

E’ in famiglia che impariamo a volere bene.
Perché solo se sapremo volerci bene saremo in grado di voler bene a un’altra persona.

Essere amati, amarsi, amare. Tre tappe successive che portano un ragazzo a saper gestire bene una relazione affettiva con un’altra persona. Tre tappe che hanno origine nei genitori.

Come aiutare allora i figli ad imparare ad amare? Volersi bene, ci ricorda la liceale di cui ho parlato all’inizio dell’articolo. Non bastano le intenzioni. E’ necessario che l’amore si veda, che i figli lo vedano vissuto in prima persona da papà e mamma. Che ne vedano i piccoli dettagli, la delicatezza, il pudore, la freschezza nonostante l’età che si fa strada; che capiscano – perché lo vedono in papà e mamma – il senso dell’intimità e del rispetto l’uno per l’altra.
Vogliatevi bene: sarà il regalo migliore che potrete fare ai vostri figli.


Articolo pubblicato sul numero di febbraio-marzo 2011 di Familiaria


giovedì 21 aprile 2011

Chi ha paura di Facebook? (seconda parte)

Continuiamo a parlare dei media digitali, che tanta influenza hanno nella vita dei nostri ragazzi. Il mese scorso si ricordava che per un educatore è molto importante l’atteggiamento da avere nei confronti di questi strumenti: deve avere il desiderio di conoscerli, di comprenderne le dinamiche, se possibile di usarli anche. Qualche mese fa un amico mi diceva: “I miei figli non useranno mai Facebook”. Alla mia domanda se lui lo avesse mai usato, mi rispose di no. Pensai istintivamente all’immagine del bambino che non vuole la minestra pur senza averla mai assaggiata…

Conoscere Facebook & dintorni significa conoscerne luci e ombre, potenzialità e limiti. E aiutare i ragazzi a rendersene conto anche loro.

Prendiamo ad esempio il problema della superficialità. Internet ha accorciato enormemente le distanze spazio-temporali; e questa è una grande conquista. E’ entusiasmante poter chattare con una persona di un altro Paese che si è conosciuta durante una vacanza. Oppure poter vedere attraverso una webcam che cosa succede dall’altra parte del mondo. O ancora, per i ragazzi, informarsi sui compiti per il giorno dopo, poter organizzare una festa o una partita di calcio con pochi click e a costo zero! Il prezzo da pagare è però una comunicazione decisamente più povera. Manca la voce, il suo timbro, la cadenza, i gesti che accompagnano le parole. Non c’è la manifestazione delle emozioni sul volto dell’interlocutore, semplicemente perché questo volto non posso vederlo… Una comunicazione povera che si sviluppa con estrema rapidità. E si sa che ciò che è rapido spesso spinge a rimanere in superficie. La riflessione ha bisogno di tempo, di lentezza. Caratteristica estranea alla logica di internet.

Cambiamo pagina. Tanti genitori infieriscono su Facebook perché non aiuta i figli a comprendere che cosa è la vera amicizia. Mio figlio ha 400 amici su Facebook, ma quanti di questi sono amici veri???
A questi genitori andrebbe chiesto che cosa fanno loro per aiutare i figli ad avere amici veri, reali, in carne ed ossa. Quanto tempo dedicano loro per far toccare con mano la bellezza di relazioni autentiche, profonde, gratuite, belle, vissute personalmente, a tu per tu, in presenza? Rapporti che possono essere iniziati o continuati anche attraverso il web, che diventa così uno strumento per approfondire amicizie vere.

Poi c’è il timore che i ragazzi incappino in contenuti pericolosi: violenza, pornografia, razzismo, droghe e via dicendo. Per evitare ciò sono di grande aiuto i filtri e i cosiddetti programmi di Parental control da installare sui computer; come pure è bene evitare che i figli tengano il computer in camera. Soluzioni utili ma che, di per sé, hanno un’efficacia molto ridotta. Meglio lavorare sulla motivazione, per portare poco alla volta i ragazzi a convincersi liberamente di non accedere a certi contenuti. Come? Rafforzando la comunicazione all’interno della famiglia, favorendo la formazione culturale degli adolescenti attraverso la passione per la lettura – dando essi per primi l’esempio! – , aiutandoli a comprendere l’uso corretto della libertà e la bellezza dell’amore umano. In questo modo i ragazzi stessi arrivano a capire quanto sia riduttivo e umiliante il modo in cui viene rappresentato spesso dai media.

In sostanza, chi educa deve puntare a sviluppare nei ragazzi un sano senso critico. E per farlo deve mettere in gioco tempo, pazienza, sforzo personale. Già, sforzo personale, perché bisogna per primi dare l’esempio ai propri figli. E’ molto più comodo vietare, proibire, comandare. E’ più comodo ma è molto meno efficace.

Continuiamo nell’elenco delle problematiche legate all’uso dei digital media ed arriviamo a quello che forse è uno degli inconvenienti più seri: l’invasività di Facebook. Volete sapere tutto su una persona? Cercatela su Facebook; il più delle volte raggiungerete il vostro obiettivo! Facebook vi permette di sapere come è fatta, qual è la sua età, la sua situazione sentimentale, il suo orientamento politico o religioso, quali sono le persone che frequenta su Facebook ma anche nella vita reale, quello che fa abitualmente (attraverso i suoi stati personali, le foto e i video caricati).

E il più delle volte le persone non si rendono conto che quello che scrivono o pubblicano di sé viene visto da centinaia o addirittura migliaia di persone. Ma c’è di più. Quanti di coloro che mettono le proprie foto su Facebook o che scrivono di essere tristi perché hanno litigato con un amico si esporrebbero allo stesso modo se fossero realmente davanti a tutti gli amici di Facebook contemporaneamente presenti?

A volte mi diverto nel vedere come un liceale che conosco per la prima volta a scuola mi dia del “lei” e pochi giorni dopo, su Facebook, passa senza alcuna remora al “tu”; ma ciò che mi diverte di più è il suo imbarazzo nel tornare al “lei” quando ci rivediamo a scuola. Questo succede perchè il monitor indebolisce e a volte annulla le barriere che proteggono la propria intimità. E Facebook è la massima rappresentazione di tale potere del web. Ma se l’intimità, che è quanto di più prezioso una persona possiede, diventa merce di tutti, che cosa potrà condividere di strettamente personale con coloro che ama di più? Che cosa potrà condividere con gli amici (quelli veri, reali, di carne)? Che cosa potrà donare di sè alla persona che diventerà la sua compagna di vita per sempre? Che cosa proteggerà come valore inestimabile che le permette di possedersi ed, in definitiva, di amarsi?

Ciò che è intimo, quindi, diventa a disposizione di tutti. Ma facendosi pubblico, paradossalmente esso svanisce, si perde e la persona si sente come violentata, anche se sul momento non se ne rende conto.

Perciò la migliore soluzione a questo problema va cercata sin dall’infanzia, aiutando i bambini a salvaguardare la propria intimità e a curare la virtù del pudore. Se un ragazzo arriva alle soglie dell’adolescenza con la piena consapevolezza di possedere dentro di sè un tesoro da proteggere a tutti i costi, gli verrà più facile farlo anche se usa Facebook o altri strumenti che mettono a repentaglio questo tesoro.

Come comportarci quindi per non perdere il contatto con il mondo dei nostri figli? Proviamo a trarre alcune conclusioni.

Innanzitutto ci vuole credibilità. I ragazzi ci guardano. Il problema educativo è degli adulti, ai quali è richiesta innanzitutto coerenza. Oggi mancano veri educatori, per questo si parla di crisi educativa. Gli adulti sono assenti e i ragazzi ne pagano le conseguenze. Dobbiamo lavorare quindi su di noi innanzitutto.

Poi è necessario il dialogo con la cultura post-moderna. Non serve fare crociate, cercare il muro contro muro, che oltre a non portare a nessuna conclusione costruttiva spesso non fa altro che esasperare le posizioni reciproche.

Infine, bisogna armarsi di molta pazienza. Pazienza per capire il mondo dei giovani; o almeno fare lo sforzo di capirlo. Pazienza per aggiornarsi; oggi educare è diventata una professione a tutti gli effetti; ed ogni professionista che si rispetti non può trascurare il proprio aggiornamento. Bisogna che ci si riappropri degli spazi umani, attraverso la lettura, i rapporti umani profondi, la dedicazione di tempo; perché si possa costituire quel territorio comune tra le diverse generazioni che è necessario per poter trasmettere a ogni persona giovane la convinzione – sono parole di Benedetto XVI - della “bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune”.


Articolo pubblicato sul numero di aprile 2011 di Fogli (edizioni Ares)


venerdì 8 aprile 2011

Chi ha paura di Facebook? (prima parte)

“Internet è un vero dono per l’umanità (…) è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana, la pace e la giustizia, i diritti umani e il rispetto per la vita e il bene della creazione (…) Sentitevi impegnati a introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita…”

Mi piace partire da queste parole di Benedetto XVI per rassicurare quei genitori terrorizzati dall’avanzata inarrestabile di un mostro che starebbe “divorando” il tempo, la mente, l’anima dei loro figli. Genitori in crisi perché non riescono a stare al passo con lo sviluppo tecnologico; genitori che vedono affievolirsi ogni speranza di salvare quel filo sottile che ancora permette loro di comunicare con i propri figli adolescenti, colpevoli di rimanere sempre più spesso chiusi in camera a passare il tempo su Facebook, mentre il mondo, quello vero, va avanti senza di loro…

Genitori spaventati. Genitori disorientati. E, va aggiunto, genitori spesso inconsapevoli.

Di cosa? Inconsapevoli che il vero problema probabilmente è dentro di loro. Sia chiaro, non è mia intenzione difendere a spada tratta Facebook, Messenger, siti web e media digitali, dei quali peraltro sono un grande utilizzatore. Ma siamo sicuri che il problema siano i media?

O meglio, siamo sicuri che il problema sia solo questo? Può darsi che sia necessario fare un passo indietro e interrogarsi in senso più ampio sul rapporto con i nostri ragazzi? E’ possibile che dobbiamo chiederci perché i media hanno guadagnato così tanto spazio nella loro vita da farci temere che c’è qualcosa che non va?

Mi capita spesso, quando parlo di questi temi con alcuni genitori, di cogliere due tipi di reazione. A volte un atteggiamento negativo: ai media andrebbe data la colpa di tutto, soprattutto dell’impoverimento relazionale e lessicale. Non sanno più parlare! Non sanno più scrivere! Sanno scrivere solo TVB, Xkè, xò, nnt e via dicendo…, si lamentano allarmate molte mamme (e pochi papà, ma di questo parleremo un’altra volta…).

Altre volte, l’atteggiamento dei genitori è diametralmente opposto: una sorta di rassegnazione, di resa “generazionale” che ha tra le conseguenze più pericolose quella di tagliarli fuori dalla sfida educativa lanciata dai loro figli. Un educatore, un genitore, oggi più che mai è chiamato innanzitutto a dare speranza e ottimismo; non può arrendersi o dare l’impressione di farlo.

Non è vero che i ragazzi si chiudono nel loro mondo “virtuale” perché non vogliono parlare con gli adulti. Anzi, in essi spesso si avverte un crescente bisogno di socializzazione verticale: i giovani cercano – perché ne hanno bisogno - adulti capaci di essere punti riferimento e li cercano innanzitutto nei genitori. Essi cercano disperatamente modelli autorevoli; ma l’autorità non si impone, semmai viene riconosciuta dagli educandi, quindi bisogna conquistarsela. Quando i giovani non trovano negli adulti dei veri punti di riferimento, succede che li cercano altrove e quindi anche nei media; essi allora non si sono emancipati dagli adulti, ma li hanno solo surrogati. I media non hanno sottratto spazi educativi agli adulti, sono questi ultimi che glieli hanno lasciati.

Tempo fa ho letto queste belle parole di Natalia Ginzburg: « Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro [ai figli] di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita ».

Perché l’amore alla vita genera amore alla vita. Parole sagge, che vanno vissute prima ancora che dette. Mostrare l’amore alla vita per mezzo della propria vita: un genitore non può abdicare a questo compito primario che è quello che i figli si aspettano. E mostrare che la vita è bella significa anche valorizzare ciò che di buono c’è nelle novità che i figli ci presentano. Anche Facebook, sì…

Perché per comunicare con le nuove generazioni e non aumentare a dismisura il gap che ci separa da esse bisogna conoscere il loro linguaggio, capirlo, valorizzarne le istanze positive; solo così, acquistando credibilità e fiducia nei confronti dei ragazzi, un educatore sarà in grado di aiutarli a cogliere anche le negatività insite nell’uso di questi strumenti. Bisogna convincersi che non è vero che essi siano strumenti negativi; dipende dall’uso che se ne fa, come avviene per tutto. Se li si usa bene sono utili; altrimenti diventano inutili o dannosi. Internet, per esempio, è una vetrina che presenta il mondo: se il mondo ha degli aspetti negativi, internet ci presenterà contenuti negativi; se il mondo ha degli aspetti positivi, internet ci presenterà contenuti positivi. Il problema non è internet ma il mondo. E lo stesso si può dire per Facebook, Youtube, Messenger, video-telefonini, ecc.

Va fatta un’altra considerazione. Non è possibile arrestare il tempo e con esso il progresso. Le nuove generazioni vengono identificate con il termine di nativi digitali, per rimarcare la forte influenza che le tecnologie digitali hanno su di esse. Si tratta di ragazzi nati nell’era dei digital media, a differenza dei loro genitori che, al limite, possono essere considerati immigrati digitali, come vengono chiamati dagli studiosi coloro che si sono avvicinati solo da adulti alle nuove tecnologie.

Ciò significa che in questi ragazzi è diverso il modo di comunicare, di ragionare, di percepire la realtà, di provare e rappresentare le proprie emozioni. Questo è un dato di fatto da cui partire per poterli aiutare. Non si può partire dalla considerazione che “oggi i giovani non sanno comunicare!”. A parte il fatto che non è vero, perché comunicano e anche tanto. Semmai lo fanno in maniera diversa rispetto agli adulti. E poi questo è il modo migliore cha ha un adulto per tagliare i ponti con loro.

All’inizio di questo articolo ho precisato che esso non è un’apologia di Facebook e dintorni. E’ ovvio che ci sono degli aspetti problematici relativi all’utilizzo dei digital media da parte dei figli. Ma ogni intervento educativo sull’uso dei media sarà efficace nella misura in cui noi per loro siamo persone credibili, amabili, autorevoli, autentiche, positive.

Premesso ciò possiamo adesso affrontare le difficoltà educative connesse all’uso di questi strumenti, con l’obiettivo di valorizzarne maggiormente gli aspetti positivi e minimizzarne invece le istanze negative.


Articolo pubblicato sul numero di marzo 2011 di Fogli (edizioni Ares)
La seconda parte verrà pubblicata nel numero di aprile

venerdì 21 gennaio 2011

Costruiamo ponti, non barriere

Lettere a un teenager/1

Reduce da un anno di incontri con alcune centinaia di liceali in giro per la Sicilia. Argomento degli incontri, ogni volta, la comunicazione con i genitori.

Un tema caldo, sentito come un macigno da chi, a 15 anni, fa di tutto per mostrare al mondo, ma soprattutto ai suoi, che non è più un ragazzino.

Da un lato la sfida lanciata con tutte le forze del corpo e dello spirito: Io sono ormai grande!

Dall’altro un muro alzato, spesso inconsapevolmente, da chi continua a vederti come il suo bambino e continua a dirti con i fatti più che con le parole che “non hai ancora l’età per fare questo e quello…”

E tu soffri. Perché vorresti che i tuoi ti comprendessero e ti ascoltassero di più, si fidassero di te, pensassero che anche loro hanno avuto la tua età, che dessero più importanza ai tuoi problemi e la smettessero di continuare a ripetere “non preoccuparti, è l’età, passerà…”

Eh sì, è proprio difficile per un genitore capire il mondo dei propri figli quindicenni. Eppure negli occhi dei ragazzi e delle ragazze che ho incontrato – e forse anche nei tuoi – si leggeva il desiderio di avere un rapporto forte e sincero con i propri cari, nonostante le incomprensioni che sempre ci saranno nella vita. Come fare? – si chiedevano.

Sono sicuro che te lo chiedi anche tu.

Una risposta definitiva e che fosse sempre valida non l’abbiamo trovata, ovviamente; ma forse abbiamo trovato (o meglio riscoperto) il segreto per comunicare tra due mondi che necessariamente sono diversi. E questo segreto sta nell’amore; nell’amore disinteressato; nell’amore di chi si sforza di mettersi nei panni dell’altro per capire il suo mondo; di chi prova a costruire ponti invece di innalzare barriere.

“L’unica cosa di cui mi lamento è che mi chiedono ogni giorno «come è andata a scuola?», perché credo che se mi assillano così è peggio e inutile: glielo dico comunque senza bisogno che me lo chiedono”, diceva una ragazza.
“Dovrebbero cambiare soprattutto loro, perché alla fine anche se io non sono d’accordo sono loro che decidono quello che vogliono”, sosteneva un’altra.

E’ vero, sono i genitori che spesso sbagliano il modo di confrontarsi con te; e sono loro che dovrebbero essere i primi a cambiare il proprio atteggiamento.

Ma hai pensato a quanto tu li puoi aiutare facendo il primo passo? “… glielo dico comunque senza bisogno che me lo chiedono…”


Articolo pubblicato sulla versione online della rivista Familiaria