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martedì 20 marzo 2012

Vite parallele


Sapete quante cose succedono su internet mentre leggete questo articolo? Dipende da quanto tempo ci mettete per leggerlo, la risposta sembra banale. D’accordo, ma sareste in grado di quantificare esattamente quello che succede mentre scorrete le righe fino alla fine dell’articolo?
Supponiamo che riusciate a leggerlo interamente in un minuto. Ebbene, in questo lasso di tempo, in tutto il mondo saranno state inviate 168 milioni di mail, inseriti 600 nuovi video su Youtube, i server di Google avranno risposto a quasi 700 mila interrogazioni e tali saranno anche gli aggiornamenti di stato su Facebook, con 510 mila commenti postati sulle bacheche del social network più famoso del pianeta. E ancora, saranno nati 60 nuovi blog e saranno stati scritti 1500 nuovi post.

Insomma, se proprio ce ne fosse il bisogno, questi numeri – riportati qualche mese fa su alcuni quotidiani e blog - dimostrano che la rete è viva e vegeta e che rappresenta un luogo frequentato da milioni di persone.
Lo spazio virtuale costituito dal web – e con esso il tempo impiegato per viverlo – è pieno e ricco di vitalità. I numeri parlano chiaro e non possiamo ignorarli: esiste una sorta di vita parallela che prende sempre più forma col passare del tempo. Una vita che si sovrappone e si affianca a quella reale di ognuno di noi, una vita fatta di relazioni, contatti, rapporti con altre persone che non vediamo, né sentiamo, né – a volte – conosciamo.

Di vite parallele ha parlato, anzi ha scritto, duemila anni fa Plutarco, che non è il cane di Topolino, come disse Homer Simpson in una puntata del cartoon più seguito e amato dagli italiani.
Lo scrittore e filosofo greco mise a confronto molte biografie di personaggi famosi, riunite a coppie, per mostrare vizi e virtù comuni ad entrambi i personaggi descritti.
Vite parallele, vizi e virtù, luci ed ombre. Non possiamo ignorare questa dicotomia, se vogliamo cogliere il meglio di ciascuna delle due vite in questione.

Allo stesso modo, le vite parallele vissute da milioni di persone, ogni giorno, sul web, non sono fatte di sole ombre. Dovremmo ricordarcelo più spesso, noi educatori, quando parliamo del rapporto tra i ragazzi ed il web. A parte il fatto che sarebbe interessante capire quanti di coloro che fanno tutte quelle cose in un minuto della propria giornata siano adulti e non ragazzi; ma non ci è dato saperlo. Immaginiamoci allora che siano soprattutto giovani. Giovani che, come mi capita spesso di sentire dalla bocca dei loro educatori (genitori ma soprattutto docenti), stanno continuamente a perdere tempo su internet.
Dovremmo ricordarci più spesso, dicevo, che quello dei media digitali è un mondo che va conosciuto, valorizzato, compreso. Solo così potremo conoscere, valorizzare e comprendere meglio il mondo degli adolescenti. E quindi dare loro quel supporto educativo che essi, giustamente, reclamano.

Due esempi su tutti.
Un paio di anni fa mi trovavo con un quindicenne, il quale mi disse che quel giorno avrebbe dovuto fare attenzione al numero di sms da inviare agli amici, perché aveva quasi finito i 4000 messaggi disponibili per quel mese. Lo ascoltai e annuii soprapensiero; alcune ore dopo mi ritrovai a riflettere sulle sue parole e feci un rapido calcolo: se ha quasi finito i messaggi disponibili in un mese, vuol dire che ogni giorno, in media, ne ha inviati 130; ipotizzando che non abbia mai usato tutti i caratteri disponibili per scrivere un sms, ma soltanto la metà, il conto è presto fatto: ha scritto ben 10.400 caratteri al giorno, cioè più di 310.000 caratteri in un mese.
Detto in altri termini, un ragazzo che usa tutti gli sms di cui dispone ogni mese, è come se scrivesse, per dialogare con altre persone, un documento pari a 50 volte l’articolo che state leggendo. E questo soltanto con gli sms! Ora, vogliamo smetterla di pensare e dire che i ragazzi oggi non sanno più comunicare?
Comunicano, eccome! Il punto è che lo fanno in maniera diversa da come siamo stati abituati a farlo noi. E’ una comunicazione più povera, se vogliamo, ma è pur sempre una comunicazione che ci allontanerà da loro nella misura in cui ci limitiamo solo a criticarla.

Un altro esempio.
L’estate scorsa sono stato invitato a moderare un laboratorio nell’ambito di una giornata di formazione per educatori di una diocesi siciliana. Il tema della giornata di lavoro era Giovani e sfida educativa. Il titolo del laboratorio che avrei dovuto moderare era Giovani e social network.
Mi aspettavo di coordinare il lavoro di diverse persone alle prese con un mondo – quello dei social network – sconosciuto per molti educatori. Prima dell’avvio dei laboratori, il coordinatore dei lavori aveva sottolineato ai partecipanti come quella dei social network fosse probabilmente la frontiera più difficile ma allo stesso tempo più avvincente per un educatore che cerca di capire il mondo dei giovani.
Eppure all’avvio del laboratorio credevo di aver sbagliato stanza, dato che eravamo soltanto in tre. Poco dopo sono arrivati altri due partecipanti, dirottati dagli altri gruppi, decisamente più numerosi.
Non per voler sminuire i temi degli altri tre laboratori (oratori, liturgia, progetto culturale) ma mi sono chiesto – e continuo a chiedermelo adesso – come sia possibile riavvicinare le nuove generazioni alla bellezza del rapporto con Dio se non ci si rende conto che il problema è soprattutto di comunicazione? E come si può pensare di comunicare con loro se i linguaggi parlati dai ragazzi diventano sempre più distanti e diversi da quelli degli adulti? Quanto meno bisognerebbe fare lo sforzo di comprendere come funziona il loro codice…
Il laboratorio si è però concluso in bellezza: almeno ho avuto il piacere di veder arrivare, nel bel mezzo dei lavori, addirittura l’anziano vescovo, il quale si è seduto assieme a noi e ha contribuito notevolmente allo sviluppo delle riflessioni, mostrando un grande interesse per l’argomento.

Come dire, non è l’età quella che impedisce di vedere le ombre e soprattutto le luci delle vite parallele.

Articolo pubblicato sul numero di febbraio di Fogli

venerdì 24 febbraio 2012

L'amicizia. Dove si nasconde questo tesoro?


"Sei su Facebook? Allora ti chiedo l’amicizia stasera, appena mi connetto!".
Chi di noi non ha mai pronunciato o ascoltato queste parole almeno una volta da quando utilizza Facebook?
“Ti ho chiesto l’amicizia… Mi hai accettato l’amicizia… Abbiamo 20 amici in comune…”. Mai come oggi, probabilmente, si è fatto un uso così disinvolto della parola amicizia e mai come oggi sembra che essa abbia perso quell'aura quasi di sacralità che da sempre la caratterizza.
Colpa di Facebook? Probabilmente no, anche se il social network più famoso del pianeta ci ha messo senz'altro del suo. Ma non al punto da far dimenticare ai suoi utilizzatori che l’amicizia, quella vera, è un’altra cosa. “Ho 1.500 amici su Facebook. Ma quanti di essi sono veri amici?”, potrebbe chiedersi a ragione ognuno dei milioni di utenti della community creata da Zuckerberg.
Già, i veri amici. Quelli che sono così "speciali" che si contano sulle dita di una o due mani. Quelli a cui posso dire tutto e da cui posso aspettarmi di tutto. Quelli di cui mi posso fidare ciecamente e a cui concedo l'accesso al tesoro più grande che possiedo, la mia intimità. Quelli che essi stessi sono un grande e inestimabile tesoro.
Eh sì, l’amicizia è una delle esperienze più belle che una persona possa fare. Per capire quanto sia vera questa affermazione, provate a immaginare un mondo senza amici. Se anche riusciste a raffigurarvelo, sareste in grado di vedervi felici in un mondo del genere?
E' molto probabile che la risposta a questa domanda sia un "no" deciso, a riprova che è impossibile vivere senza amici, e questo per un semplice motivo: l’amicizia risponde ad uno dei desideri più profondi del cuore umano, cioè quello di amare e di sentirsi amato.
Sull'amicizia si è scritto tanto nel corso del tempo.
Lewis la considera uno dei quattro amori, assieme all’affetto, all’eros e alla carità. E Goethe paragona gli amici a ciò che riempie il giardino della nostra vita: “Il nostro mondo appare più vuoto se lo immaginiamo solo pieno di montagne, fiumi e città. Però sappiamo che da qualche parte c’è qualcuno che è in sintonia con noi, qualcuno con il quale continuiamo a vivere, sia pure in silenzio. Questo, e solo questo, fa sì che la terra sia un giardino abitabile”.
Sono parole bellissime, che richiamano alla mente quelle di Calvino, il quale nelle Città invisibili paragona la nostra vita all’inferno dei viventi che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme e che molte volte è fonte di sofferenza. “Due modi ci sono per non soffrirne – afferma lo scrittore italiano –. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Come non pensare all’amicizia come una di queste risorse preziose da riconoscere, far durare e a cui dare spazio?

Un percorso a tappe
Avere amici non è facile e ancora più difficile è esserlo; lo sappiamo per esperienza. Tempo fa una ragazza mi scriveva: “come è difficile farsi amare, soprattutto da un amico. Farsi voler bene senza se e senza ma, non avendo paura di andare in profondità. Perché ci sono aspetti del nostro essere che noi stessi odiamo e mai e poi mai vorremmo che saltassero fuori soprattutto davanti a una persona che stiamo facendo nostra amica.”
Mi sembra che queste parole mettano bene in luce il primo vero obiettivo da raggiungere per divenire capaci di amicizia vera: essere amici di noi stessi.
Quante amicizie finiscono perché ad un certo punto l’altro non soddisfa più i nostri desideri? Ma, c’è da chiedersi, che amicizia è quella che ci tiene uniti ad un’altra persona solo perché questa ci fa stare bene? In un rapporto del genere quanto c’è di amicizia vera e quanto invece di bisogno di colmare i nostri vuoti affettivi? Perché se non ci amiamo e non ci accettiamo con tutti i nostri limiti e lati oscuri, difficilmente riusciremo a vivere amicizie autentiche e soprattutto libere.
Il momento più nobile e autentico di un'amicizia si raggiunge infatti quando davanti all'amico posso mostrare le mie ferite e i miei limiti senza timore di essere giudicato. Fino ad allora non c'è vera amicizia, ma solo il bisogno di riconoscimento, cioè di qualcuno che mi dica "tu sei bravo". E un’amicizia così è destinata, prima o poi, a naufragare.
Il primo passo è quindi quello di imparare ad essere amici di se stessi.
Ma non basta. Bisogna andare oltre e comprendere il senso di un'amicizia intesa come dono di sè, perchè solo così essa potrà durare a lungo, anche per sempre.
Probabilmente starete pensando che l'amicizia di chi si dona completamente, di chi non cerca il proprio tornaconto ed è capace di dire all'amico "sono contento che tu esista così come sei", sia difficile da ottenere, se non addirittura impossibile da trovare.
In effetti è indubbio che di amici così ce ne sono pochi e quando abbiamo la fortuna di avere un amico autentico si rafforza in noi la convinzione di avere trovato un vero e proprio tesoro. Ma è anche vero che non è poi così difficile diventare noi stessi tesoro per gli altri.
Come fare allora a trasformare le nostre amicizie in relazioni solide e profonde, belle e indistruttibili?

L'amicizia non cresce da sola
Il segreto sta nell'impegno a farla crescere andando oltre la semplice spontaneità: l'amicizia come dono richiede un costante esercizio di generosità, lealtà, stima, comprensione, prudenza, fortezza, umiltà, fiducia. In altri termini richiede che crescano in noi quelle che Aristotele chiama virtù umane.
D'altra parte, se ci pensiamo bene, è anche logico che sia così. Abbiamo detto che l'amicizia autentica, come ogni forma di amore, esige il dono di sè all'altro. Ma come possiamo pensare di donare noi stessi senza fare i conti con la nostra tendenza innata a voler ricevere le attenzioni degli altri piuttosto che essere noi a darne? Sarebbe un'impresa difficilissima. Per questo ci vengono in aiuto le virtù, come gli esercizi atletici senza i quali nessuno sportivo sarebbe capace di migliorarsi costantemente. Basti pensare che questo dono si esprime, per esempio:

  • nell’offerta della propria interiorità, sapendo dare qualcosa di sé all’amico; e questo richiede umiltà, senza la quale diventa molto difficile permettere ad un'altra persona di entrare nella nostra intimità;
  • nell’accoglienza dell’altro così come egli è, il che presuppone una notevole capacità di comprensione;
  • nella benevolenza rivolta a cercare innanzitutto il bene dell’amico; e sappiamo per esperienza quanto sia difficile pensare al bene altrui prima di ogni tornaconto personale. Una volta mi diceva una persona che l'amore vero non esiste, perchè in ogni relazione che intessiamo con gli altri c'è sempre la ricerca di una forma di soddisfazione egoistica che vogliamo prima di ogni altra cosa. Non è forse questa una visione troppo cinica che dimentica quanto il cuore umano sia capace di dilatarsi, se opportunamente allenato dall'esercizio delle virtù?
  • nel non voltare le spalle all'amico quando scopro i suoi limiti, i suoi difetti, quando mi accorgo che nella nostra amicizia è comparso un ostacolo che prima non c'era. E questo richiede la fedeltà che mantiene l’amicizia nel tempo; e richiede anche la fortezza che mi fa dire di no alla tentazione, oggi così diffusa, di mandare tutto all'aria quando non sento più nulla per l'altro;
  • nella solidarietà quando l’amico si trova in difficoltà. Si dice sempre che i veri amici si vedono al momento del bisogno. E' vero, ma non è altrettanto vero che un amico viene fuori al momento della tempesta solo se ha vissuto bene la sua amicizia anche in tempi di bonaccia? Impresa ardua da ottenere senza una buona dose di generosità.


Fidarsi è bene, e tra amici è ancora meglio!
Abbiamo visto alcuni dei diversi modi in cui si puó manifestare il dono dell'amicizia. Ma ce n'è ancora uno che, probabilmente, è quello che più di ogni altro caratterizza un autentico rapporto di amicizia: la fiducia.
Qualche tempo fa ho raccolto alcune definizioni dell'amicizia durante un incontro fatto con un gruppo di ragazzi proprio su questo tema.
Amicizia è condividere sogni, futuro, passioni, lotte, confidenze. Accettarsi reciprocamente e migliorarsi a vicenda.
E ancora: L'amicizia è un rapporto sincero e fedele tra due persone. Due persone che si vogliono bene e sono pronte ad aiutarsi sempre. L'amicizia rende felici.
Potrei continuare con altre definizioni simili, ma le esigenze di spazio me lo impediscono. Eppure se lo facessi, vi accorgereste che sempre, nelle definizioni che i ragazzi hanno dato, compare la fiducia. Un elemento fondamentale, imprescindibile, senza il quale non può esserci amicizia. Di un amico mi devo fidare. Sempre. Se non mi fido fino in fondo allora non siamo veri amici.
Certo, c'è sempre il rischio che l'amico tradisca questa fiducia. Ma non posso rimanere immobile per questo motivo, così come sarebbe assurdo smettere di respirare per paura dell'aria inquinata.
E poi il cuore umano è fatto per amare, e se non ama qualcuno finisce per rinchiudersi in se stesso.
Insomma, l'amicizia è una esperienza vitale per la nostra felicità. Certo, non è facile difenderla e mantenerla intatta nel corso degli anni. E' un tesoro e, come tutti i tesori, va custodito dagli attacchi dei ladri che vogliono rubarlo. Può darsi che sia un tesoro difficile da individuare e proteggere, perchè l'amicizia non è visibile come può esserlo uno scrigno che contiene diamanti: è un tesoro che, come ha scritto uno dei partecipanti all'incontro di cui vi parlavo prima, si trova nell'invisibile legame che congiunge le anime degli amici.
O, se vogliamo utilizzare le parole di uno dei libri più belli che la storia ci ha lasciato, l'essenziale è invisibile agli occhi; e l'amicizia fa parte di ciò che nella vita di una persona è essenziale.
Per questo è impossibile farne a meno. Peggio: sarebbe inumano.

Articolo pubblicato sul numero di febbraio 2012 di Dimensioni Nuove



venerdì 20 gennaio 2012

Amici su Facebook? Sì, ma di presenza è più bello

Una scena vista altre volte: un centinaio di vivaci liceali con cui confrontarmi su un tema che sta a entrambi a cuore, l’amicizia. La sfida? Quella di capire assieme se Facebook può aiutare o meno ad essere amici. Voi che ne dite?
Vi racconto come è andata. Entro in aula e alcuni mi osservano quasi come se fossi un marziano da cui difendersi: sono pur sempre un adulto e gli adulti appartengono per principio alla categoria degli “esseri strani da cui prendere le distanze”.
Racconto loro la storia di due ragazzi che litigano sulla bacheca di Facebook, sotto gli occhi dei loro “amici”. I lettori di questo sito la ricorderanno; gli altri potranno rileggerla qui.
Risate, meraviglia, commenti del tipo “che scemi questi due” e “ma tanto a me non succede”.
Poi cominciamo a dirigerci verso il centro del nostro discorso: quali sono le caratteristiche dell’amicizia?
I ragazzi si lanciano in un elenco interminabile: coerenza, affetto, divertimento, onestà, fare cose stupide assieme, fiducia, avere interessi comuni, lealtà, fedeltà, rispetto, stima, aiutarsi nel momento del bisogno, complicità, casualità, perdono, gratuità… Forse ne dimentico qualcuna ma queste bastano da sole per mostrare che cosa c’è nei cuori di questi ragazzi. E mi piacerebbe tanto farlo vedere a certi adulti che fanno una gran fatica a guardarli bene, questi cuori.

Poi arriva il momento più importante: bisogna cancellare dalla lista ciò che non è proprio necessario all’amicizia, quello che se c’è è meglio ma, se qualche volta manca, siamo amici lo stesso. Ed ecco che parte, non senza fatica, l’esclusione degli accessori: la complicità, l’intesa e la disponibilità, che a volte possono mancare; il sostegno che in alcuni casi, anzi, è meglio non dare se non condivido quello che il mio amico sta facendo.
Ci areniamo per un po’ sul fare cose stupide assieme, sul divertimento, sullo stare assieme fisicamente; alcuni maschi non riescono proprio a escludere il divertimento dall’abc dell’amicizia.
Con il consenso di alcune ragazze cerco di chiedere loro se non sia possibile essere amici anche se non sempre ci si diverte assieme, ma non c’è verso di far cambiare idea. E’ proprio vero, gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere…
Alla fine vince la maggioranza e anche gli ultimi accessori saltano.
Rimangono solo gli ingredienti che compongono due pilastri dell’amicizia.
Il primo è la condivisione dell’intimità: tu sei mio amico perchè con te e solo con te condivido qualcosa di molto personale. Per la nostra amicizia c’è bisogno di fiducia, stima, fedeltà.
Il secondo è la chiarezza di identità tra gli amici. Rimango tuo amico solo se tu sei autenticamente te stesso. Per questo ti voglio sincero, coerente, leale. Altrimenti smetto di esserti amico appena ho il sospetto che stai indossando una maschera.

A questo punto arrivo alla conclusione, con una domanda che lascio ai ragazzi: se non si può essere amici senza condivisione dell’intimità e senza consapevolezza di avere davanti una persona autentica, come può svilupparsi un’amicizia se la mia vita si svolge per tanto, troppo, tempo su Facebook, che dell’identità e dell’intimità ha decretato la morte?
Mi accorgo che la risposta non è così scontata, perché è difficile mettere anche per un attimo in discussione ciò che credi ti sia entrato dentro fino a essere quasi parte di te…
Ma il dubbio è stato posto e questo era l’obiettivo.
La stessa domanda pongo a voi lettori, non senza dirvi che alla fine dell’incontro me ne sono tornato a casa per l’ennesima volta con una convinzione: con questi ragazzi è possibile cambiare il mondo. Basta solo crederci e farlo credere loro. Forse così ci guarderanno con occhi diversi: gli occhi di chi sa che può contare su di te.

Articolo pubblicato sul blog della rivista Familiaria

sabato 22 ottobre 2011

Un minuto virtuale per una vita reale


Forse non ci avete mai pensato ma sapete quante cose accadono su internet in un solo minuto? Qualche settimana fa su alcuni quotidiani è stata riportata una statistica che dà l’idea di quanto tempo si investe su internet & dintorni.
Alcuni dati su tutti: in un solo minuto, in tutto il mondo vengono inviate 168 milioni di mail, inseriti 600 nuovi video su Youtube, i server di Google rispondono a quasi 700 mila interrogazioni e tali sono anche gli aggiornamenti di stato su Facebook, con 510 mila commenti postati sulle bacheche del social network più famoso del pianeta. E ancora, in un solo minuto nascono 60 nuovi blog e vengono scritti 1500 nuovi post.
Gli articoli che ne hanno parlato non hanno specificato quanto questi dati siano veritieri. In ogni caso fanno riflettere molto.

Buona parte del nostro tempo oggi è occupato dal web. Siamo costantemente connessi con il mondo, viviamo quasi tutto in tempo reale.
E’ un bene? E’ un male? Dipende; di certo possiamo dire che è un dato di fatto. Anche sui numeri che ho riportato all’inizio si può dire tutto e il contrario di tutto.
I profeti di sventure – e tra questi diversi adulti – diranno che oggi i ragazzi non comunicano più, che non hanno relazioni autentiche, che vivono in un mondo virtuale e quindi falso. Mi sembra eccessivo.
I più ottimisti arriveranno a dire, come è successo recentemente, che stare sui social network migliora addirittura la capacità di avere relazioni reali. Anche questo mi sembra un tantino esagerato.
In medio stat virtus, scriveva Aristotele, che mi piace tradurre in questo modo: in mezzo va trovato il giusto equilibrio tra le due posizioni opposte.
E allora proviamo a trovare questo giusto equilibrio: ciò che ci rende felici non è stare o meno su internet, ma entrare in relazione con qualcuno, meglio se in carne ed ossa. Inviamo mail, stiamo su Facebook, creiamo profili e aggiorniamo il nostro blog o la nostra bacheca perché sappiamo che qualcuno se ne accorgerà e ci gratificherà in qualche modo, fosse anche con il “mi piace” di Facebook. Altrimenti non lo faremmo e ci cercheremmo altre strade per manifestare la nostra natura di animali sociali, per citare ancora il grande filosofo greco.

Insomma, che la gente faccia tutte quelle cose su internet, in un solo minuto, non mi sembra un problema. Anche perché la giornata è fatta di molti altri minuti, che potremo impiegare in relazioni vere, a tu per tu, faccia a faccia.
Magari proprio grazie alla “preparazione” fatta attraverso il web… 

Articolo pubblicato sul blog della rivista Familiaria

giovedì 21 aprile 2011

Chi ha paura di Facebook? (seconda parte)

Continuiamo a parlare dei media digitali, che tanta influenza hanno nella vita dei nostri ragazzi. Il mese scorso si ricordava che per un educatore è molto importante l’atteggiamento da avere nei confronti di questi strumenti: deve avere il desiderio di conoscerli, di comprenderne le dinamiche, se possibile di usarli anche. Qualche mese fa un amico mi diceva: “I miei figli non useranno mai Facebook”. Alla mia domanda se lui lo avesse mai usato, mi rispose di no. Pensai istintivamente all’immagine del bambino che non vuole la minestra pur senza averla mai assaggiata…

Conoscere Facebook & dintorni significa conoscerne luci e ombre, potenzialità e limiti. E aiutare i ragazzi a rendersene conto anche loro.

Prendiamo ad esempio il problema della superficialità. Internet ha accorciato enormemente le distanze spazio-temporali; e questa è una grande conquista. E’ entusiasmante poter chattare con una persona di un altro Paese che si è conosciuta durante una vacanza. Oppure poter vedere attraverso una webcam che cosa succede dall’altra parte del mondo. O ancora, per i ragazzi, informarsi sui compiti per il giorno dopo, poter organizzare una festa o una partita di calcio con pochi click e a costo zero! Il prezzo da pagare è però una comunicazione decisamente più povera. Manca la voce, il suo timbro, la cadenza, i gesti che accompagnano le parole. Non c’è la manifestazione delle emozioni sul volto dell’interlocutore, semplicemente perché questo volto non posso vederlo… Una comunicazione povera che si sviluppa con estrema rapidità. E si sa che ciò che è rapido spesso spinge a rimanere in superficie. La riflessione ha bisogno di tempo, di lentezza. Caratteristica estranea alla logica di internet.

Cambiamo pagina. Tanti genitori infieriscono su Facebook perché non aiuta i figli a comprendere che cosa è la vera amicizia. Mio figlio ha 400 amici su Facebook, ma quanti di questi sono amici veri???
A questi genitori andrebbe chiesto che cosa fanno loro per aiutare i figli ad avere amici veri, reali, in carne ed ossa. Quanto tempo dedicano loro per far toccare con mano la bellezza di relazioni autentiche, profonde, gratuite, belle, vissute personalmente, a tu per tu, in presenza? Rapporti che possono essere iniziati o continuati anche attraverso il web, che diventa così uno strumento per approfondire amicizie vere.

Poi c’è il timore che i ragazzi incappino in contenuti pericolosi: violenza, pornografia, razzismo, droghe e via dicendo. Per evitare ciò sono di grande aiuto i filtri e i cosiddetti programmi di Parental control da installare sui computer; come pure è bene evitare che i figli tengano il computer in camera. Soluzioni utili ma che, di per sé, hanno un’efficacia molto ridotta. Meglio lavorare sulla motivazione, per portare poco alla volta i ragazzi a convincersi liberamente di non accedere a certi contenuti. Come? Rafforzando la comunicazione all’interno della famiglia, favorendo la formazione culturale degli adolescenti attraverso la passione per la lettura – dando essi per primi l’esempio! – , aiutandoli a comprendere l’uso corretto della libertà e la bellezza dell’amore umano. In questo modo i ragazzi stessi arrivano a capire quanto sia riduttivo e umiliante il modo in cui viene rappresentato spesso dai media.

In sostanza, chi educa deve puntare a sviluppare nei ragazzi un sano senso critico. E per farlo deve mettere in gioco tempo, pazienza, sforzo personale. Già, sforzo personale, perché bisogna per primi dare l’esempio ai propri figli. E’ molto più comodo vietare, proibire, comandare. E’ più comodo ma è molto meno efficace.

Continuiamo nell’elenco delle problematiche legate all’uso dei digital media ed arriviamo a quello che forse è uno degli inconvenienti più seri: l’invasività di Facebook. Volete sapere tutto su una persona? Cercatela su Facebook; il più delle volte raggiungerete il vostro obiettivo! Facebook vi permette di sapere come è fatta, qual è la sua età, la sua situazione sentimentale, il suo orientamento politico o religioso, quali sono le persone che frequenta su Facebook ma anche nella vita reale, quello che fa abitualmente (attraverso i suoi stati personali, le foto e i video caricati).

E il più delle volte le persone non si rendono conto che quello che scrivono o pubblicano di sé viene visto da centinaia o addirittura migliaia di persone. Ma c’è di più. Quanti di coloro che mettono le proprie foto su Facebook o che scrivono di essere tristi perché hanno litigato con un amico si esporrebbero allo stesso modo se fossero realmente davanti a tutti gli amici di Facebook contemporaneamente presenti?

A volte mi diverto nel vedere come un liceale che conosco per la prima volta a scuola mi dia del “lei” e pochi giorni dopo, su Facebook, passa senza alcuna remora al “tu”; ma ciò che mi diverte di più è il suo imbarazzo nel tornare al “lei” quando ci rivediamo a scuola. Questo succede perchè il monitor indebolisce e a volte annulla le barriere che proteggono la propria intimità. E Facebook è la massima rappresentazione di tale potere del web. Ma se l’intimità, che è quanto di più prezioso una persona possiede, diventa merce di tutti, che cosa potrà condividere di strettamente personale con coloro che ama di più? Che cosa potrà condividere con gli amici (quelli veri, reali, di carne)? Che cosa potrà donare di sè alla persona che diventerà la sua compagna di vita per sempre? Che cosa proteggerà come valore inestimabile che le permette di possedersi ed, in definitiva, di amarsi?

Ciò che è intimo, quindi, diventa a disposizione di tutti. Ma facendosi pubblico, paradossalmente esso svanisce, si perde e la persona si sente come violentata, anche se sul momento non se ne rende conto.

Perciò la migliore soluzione a questo problema va cercata sin dall’infanzia, aiutando i bambini a salvaguardare la propria intimità e a curare la virtù del pudore. Se un ragazzo arriva alle soglie dell’adolescenza con la piena consapevolezza di possedere dentro di sè un tesoro da proteggere a tutti i costi, gli verrà più facile farlo anche se usa Facebook o altri strumenti che mettono a repentaglio questo tesoro.

Come comportarci quindi per non perdere il contatto con il mondo dei nostri figli? Proviamo a trarre alcune conclusioni.

Innanzitutto ci vuole credibilità. I ragazzi ci guardano. Il problema educativo è degli adulti, ai quali è richiesta innanzitutto coerenza. Oggi mancano veri educatori, per questo si parla di crisi educativa. Gli adulti sono assenti e i ragazzi ne pagano le conseguenze. Dobbiamo lavorare quindi su di noi innanzitutto.

Poi è necessario il dialogo con la cultura post-moderna. Non serve fare crociate, cercare il muro contro muro, che oltre a non portare a nessuna conclusione costruttiva spesso non fa altro che esasperare le posizioni reciproche.

Infine, bisogna armarsi di molta pazienza. Pazienza per capire il mondo dei giovani; o almeno fare lo sforzo di capirlo. Pazienza per aggiornarsi; oggi educare è diventata una professione a tutti gli effetti; ed ogni professionista che si rispetti non può trascurare il proprio aggiornamento. Bisogna che ci si riappropri degli spazi umani, attraverso la lettura, i rapporti umani profondi, la dedicazione di tempo; perché si possa costituire quel territorio comune tra le diverse generazioni che è necessario per poter trasmettere a ogni persona giovane la convinzione – sono parole di Benedetto XVI - della “bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune”.


Articolo pubblicato sul numero di aprile 2011 di Fogli (edizioni Ares)


venerdì 8 aprile 2011

Chi ha paura di Facebook? (prima parte)

“Internet è un vero dono per l’umanità (…) è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana, la pace e la giustizia, i diritti umani e il rispetto per la vita e il bene della creazione (…) Sentitevi impegnati a introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita…”

Mi piace partire da queste parole di Benedetto XVI per rassicurare quei genitori terrorizzati dall’avanzata inarrestabile di un mostro che starebbe “divorando” il tempo, la mente, l’anima dei loro figli. Genitori in crisi perché non riescono a stare al passo con lo sviluppo tecnologico; genitori che vedono affievolirsi ogni speranza di salvare quel filo sottile che ancora permette loro di comunicare con i propri figli adolescenti, colpevoli di rimanere sempre più spesso chiusi in camera a passare il tempo su Facebook, mentre il mondo, quello vero, va avanti senza di loro…

Genitori spaventati. Genitori disorientati. E, va aggiunto, genitori spesso inconsapevoli.

Di cosa? Inconsapevoli che il vero problema probabilmente è dentro di loro. Sia chiaro, non è mia intenzione difendere a spada tratta Facebook, Messenger, siti web e media digitali, dei quali peraltro sono un grande utilizzatore. Ma siamo sicuri che il problema siano i media?

O meglio, siamo sicuri che il problema sia solo questo? Può darsi che sia necessario fare un passo indietro e interrogarsi in senso più ampio sul rapporto con i nostri ragazzi? E’ possibile che dobbiamo chiederci perché i media hanno guadagnato così tanto spazio nella loro vita da farci temere che c’è qualcosa che non va?

Mi capita spesso, quando parlo di questi temi con alcuni genitori, di cogliere due tipi di reazione. A volte un atteggiamento negativo: ai media andrebbe data la colpa di tutto, soprattutto dell’impoverimento relazionale e lessicale. Non sanno più parlare! Non sanno più scrivere! Sanno scrivere solo TVB, Xkè, xò, nnt e via dicendo…, si lamentano allarmate molte mamme (e pochi papà, ma di questo parleremo un’altra volta…).

Altre volte, l’atteggiamento dei genitori è diametralmente opposto: una sorta di rassegnazione, di resa “generazionale” che ha tra le conseguenze più pericolose quella di tagliarli fuori dalla sfida educativa lanciata dai loro figli. Un educatore, un genitore, oggi più che mai è chiamato innanzitutto a dare speranza e ottimismo; non può arrendersi o dare l’impressione di farlo.

Non è vero che i ragazzi si chiudono nel loro mondo “virtuale” perché non vogliono parlare con gli adulti. Anzi, in essi spesso si avverte un crescente bisogno di socializzazione verticale: i giovani cercano – perché ne hanno bisogno - adulti capaci di essere punti riferimento e li cercano innanzitutto nei genitori. Essi cercano disperatamente modelli autorevoli; ma l’autorità non si impone, semmai viene riconosciuta dagli educandi, quindi bisogna conquistarsela. Quando i giovani non trovano negli adulti dei veri punti di riferimento, succede che li cercano altrove e quindi anche nei media; essi allora non si sono emancipati dagli adulti, ma li hanno solo surrogati. I media non hanno sottratto spazi educativi agli adulti, sono questi ultimi che glieli hanno lasciati.

Tempo fa ho letto queste belle parole di Natalia Ginzburg: « Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro [ai figli] di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita ».

Perché l’amore alla vita genera amore alla vita. Parole sagge, che vanno vissute prima ancora che dette. Mostrare l’amore alla vita per mezzo della propria vita: un genitore non può abdicare a questo compito primario che è quello che i figli si aspettano. E mostrare che la vita è bella significa anche valorizzare ciò che di buono c’è nelle novità che i figli ci presentano. Anche Facebook, sì…

Perché per comunicare con le nuove generazioni e non aumentare a dismisura il gap che ci separa da esse bisogna conoscere il loro linguaggio, capirlo, valorizzarne le istanze positive; solo così, acquistando credibilità e fiducia nei confronti dei ragazzi, un educatore sarà in grado di aiutarli a cogliere anche le negatività insite nell’uso di questi strumenti. Bisogna convincersi che non è vero che essi siano strumenti negativi; dipende dall’uso che se ne fa, come avviene per tutto. Se li si usa bene sono utili; altrimenti diventano inutili o dannosi. Internet, per esempio, è una vetrina che presenta il mondo: se il mondo ha degli aspetti negativi, internet ci presenterà contenuti negativi; se il mondo ha degli aspetti positivi, internet ci presenterà contenuti positivi. Il problema non è internet ma il mondo. E lo stesso si può dire per Facebook, Youtube, Messenger, video-telefonini, ecc.

Va fatta un’altra considerazione. Non è possibile arrestare il tempo e con esso il progresso. Le nuove generazioni vengono identificate con il termine di nativi digitali, per rimarcare la forte influenza che le tecnologie digitali hanno su di esse. Si tratta di ragazzi nati nell’era dei digital media, a differenza dei loro genitori che, al limite, possono essere considerati immigrati digitali, come vengono chiamati dagli studiosi coloro che si sono avvicinati solo da adulti alle nuove tecnologie.

Ciò significa che in questi ragazzi è diverso il modo di comunicare, di ragionare, di percepire la realtà, di provare e rappresentare le proprie emozioni. Questo è un dato di fatto da cui partire per poterli aiutare. Non si può partire dalla considerazione che “oggi i giovani non sanno comunicare!”. A parte il fatto che non è vero, perché comunicano e anche tanto. Semmai lo fanno in maniera diversa rispetto agli adulti. E poi questo è il modo migliore cha ha un adulto per tagliare i ponti con loro.

All’inizio di questo articolo ho precisato che esso non è un’apologia di Facebook e dintorni. E’ ovvio che ci sono degli aspetti problematici relativi all’utilizzo dei digital media da parte dei figli. Ma ogni intervento educativo sull’uso dei media sarà efficace nella misura in cui noi per loro siamo persone credibili, amabili, autorevoli, autentiche, positive.

Premesso ciò possiamo adesso affrontare le difficoltà educative connesse all’uso di questi strumenti, con l’obiettivo di valorizzarne maggiormente gli aspetti positivi e minimizzarne invece le istanze negative.


Articolo pubblicato sul numero di marzo 2011 di Fogli (edizioni Ares)
La seconda parte verrà pubblicata nel numero di aprile

venerdì 11 febbraio 2011

Con Facebook sei sempre in vetrina

Lettere a un teenager/2

- E' successo, ok. Ma chiediti il perchè.
- Chieditelo tu... lo sai benissimo...
- La colpa non è per forza SOLO degli altri
- In questo caso la colpa non è mia...
- Non puoi esserne sicura
- Lo sono e come...
- Come no..
- Pensa ciò che vuoi... non mi interessa...
- Naturalmente

E’ un dialogo reale. Sono le parole di due ragazzi che si sono appena lasciati. Per una incomprensione, forse, questo non lo so. Posso solo immaginarlo. Ma so che si sono lasciati.
L’ho scoperto ieri per caso, quando su Facebook ho letto che lui, che è uno dei miei amici della grande rete, era tornato single. Questo mi aveva spinto ad andare sul suo profilo e cercare di capire che cosa fosse successo, dato che sapevo che stava con una ragazza da tanto tempo.

E sempre dal suo profilo su Facebook ho intuito che probabilmente ha passato una delle giornate più malinconiche della sua vita.
Ma so che non ha perso la speranza di rimettersi con lei. Anche questo lo ha scritto sulla sua pagina di Facebook: Non ho davvero rinunciato. Ma tu non ti fidi di me.
Un messaggio rivolto a lei, ma letto da tutti i suoi amici

Ho sempre pensato che se vuoi sapere qualcosa su una persona, basta che la cerchi su Facebook: nove volte su dieci funziona. Sì, perché di tutto quello che si può dire sul social network più famoso del mondo, c’è una cosa che, da sempre, mi mette paura: la sua capacità di farci svendere il tesoro più prezioso che abbiamo dentro, la nostra intimità.

E’ una idea che ho realizzato pienamente il giorno in cui un amico mi disse:
- e quindi domenica non farai più quella gita?
- e tu come fai a saperlo?, gli chiesi.
- l'ho letto su Facebook…
Da allora ho capito di avere a che fare con uno strumento capace di svuotarmi della mia intimità e di metterla a disposizione di tutti.
Non ho lasciato Facebook, però. Ho solo deciso di guardarmi bene dall'occhio di questo Grande fratello virtuale che mette sulla pubblica piazza le vicende personali dei suoi utenti.
Sì, perché ci sono cose di noi che possono e devono conoscere solo le persone che se lo meritano, le persone che amiamo e che ci amano: i sentimenti più nobili, i pensieri più profondi, gli episodi più toccanti - nel bene e bel male - della nostra vita, gli amori, le passioni.
E’ il tesoro che ciascuno di noi si porta dentro e che è disposto a svelare solo a pochi privilegiati: l'amico del cuore, la sua ragazza, suo padre, sua madre. Non a tutti.

Pensaci un momento. Probabilmente tu usi Facebook.
E magari lì i tuoi amici sono centinaia. Bene.
Ma a quanti di loro, se li avessi davanti a te, diresti che ti sei appena lasciato con la tua ragazza? Forse a uno o due.
E a quanti racconteresti quello che vi siete detti? Forse a nessuno.
Perché sono fatti tuoi.
Appunto.

Articolo pubblicato sulla versione online della rivista Familiaria