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giovedì 12 luglio 2012

Il flop del preservativo


Una notizia che è passata in sordina: non ne ha parlato nessuno, tranne il quotidiano Avvenire che ha riportato direttamente i dati del ministero della Sanità inglese, anticipati a sua volta dal Daily Telegraph.
Li riportiamo anche noi, arrotondati per difetto. In Inghilterra nel 2010 hanno abortito 38.000 adolescenti e di queste ben 5.000 lo hanno fatto per la seconda volta e quasi 500 per la terza volta.
A onor del vero va detto che un leggero calo rispetto al 2009 c’è stato: quasi 2.000 aborti in meno. Ma è aumentato il numero degli aborti multipli.
Insomma, c’è poco da stare allegri. Da un lato c’è una vera e propria strage di innocenti, i bambini mai nati e uccisi alla media di poco più di 100 al giorno. Dall’altro c’è il dramma di ragazze segnate per tutta la vita da una scelta così devastante.

Ci dicono che in Italia si faccia poca educazione sessuale e che si parli poco di prevenzione. Ci dicono che si dovrebbe parlare maggiormente di preservativi & pillole ma che purtroppo viviamo in una società bigotta, con troppi tabù da sfatare. Ostacoli senza i quali diminuirebbero anche gli aborti tra le ragazze. Questo ci dicono.
Sarà che noi italiani siamo diversi dagli abitanti della Gran Bretagna, ma mi risulta davvero difficile credere che, se facessimo come loro, qui le cose funzionerebbero meglio. La società inglese è più libera e aperta della nostra, è meno “bigotta”, da 5 anni si promuove in lungo e in largo la contraccezione tra i teenagers. Perché allora più di 100 ragazze ogni giorno decidono di spegnere una nuova vita che è nata in loro? Evidentemente ci deve essere qualcosa che non funziona.

Che cosa?
Potrebbe essere la qualità dei contraccettivi. Scadenti, di pessima fattura, inefficaci. Ma è un’ipotesi che ci fa ridere. Quindi la scartiamo.
Potrebbe essere allora che nonostante la pubblicità martellante, i giovani teenagers inglesi non vogliano usare né pillole, né preservativi di sorta. Anche questa ipotesi sembra inverosimile, in un Paese dove la morale sessuale è molto più sbiadita e molle di quanto non sia in Italia e dove sembra che il governo inglese abbia addirittura recapitato gratuitamente a casa di migliaia di teenagers, durante le ultime vacanze natalizie, la pillola del giorno dopo.


E allora?
L’articolo di Avvenire riportava le parole di Rebecca Mallinson, della Prolife Alliance: “Queste ragazze hanno bisogno di valori, non di consigli pratici su come abortire. E’ facile dire a una minorenne che c’è una soluzione pratica e sbrigativa ai suoi problemi, ma una soluzione di questo tipo spesso è quella peggiore per il futuro”.
Qualche tempo fa un’amica ginecologa mi raccontava la sua esperienza di medico di guardia, soprattutto il sabato sera. Mi diceva delle ragazze che si presentavano da lei assieme al partner, terrorizzati entrambi, chiedendo la pillola perché si era rotto il preservativo. Mi raccontava di vedere in questi ragazzi sguardi attoniti, preoccupati, sorpresi, come a testimoniare un improvviso risveglio da un bel gioco. Un gioco che, nella realtà, proprio gioco non era, visto che tra le possibilità contemplava niente meno che quella di diventare padre e madre di una nuova creatura…
Ci chiedevamo, allora, che cosa non funzioni in Inghilterra, tra le teenagers super informate e super protette da una società che non mette loro alcun ostacolo al sesso-libero-ma-protetto. Una società che però non riesce ad impedire che, ogni giorno, più di 100 di esse uccidano il proprio figlio e si rovinino l’esistenza per sempre.

Può darsi allora che la partita vada giocata su un altro livello? Non è che forse bisognerebbe spiegare ai ragazzi che il sesso è più che un gioco? Può essere che prima ancora del come fare l’amore a loro interessi il perché ed il che cosa significhi?
Sono risposte difficili da dare e che avrebbero bisogno almeno che si provi quest’altra alternativa. Magari i risultati sarebbero gli stessi, ma non ci è dato saperlo in anticipo. L’unica certezza sembra essere che la prima strada non funziona, e quella l’abbiamo provata già; anzi c’è già chi l’ha provata per noi.
Perché allora insistere scioccamente?

Articolo pubblicato su Familiariamagazine.it

venerdì 22 giugno 2012

Ana e Mia: quando l’alimentazione diventa un problema.


La mia vita è controllata da due personalità: Ana e Mia. Ana mi fa stare bene, mi fa sentire bella, mi fa sentire importante, mi fa sentire libera. Mia mi uccide dentro, mi fa sbagliare, mi rende brutta, mi rende cattiva, mi rende un fallimento. Due personalità contrastanti ma così legate l'una all'altra...Si alternano, si intrecciano, mi fanno diventare pazza. Devo uccidere mia prima che lei uccida me e la ucciderò grazie ad ana.
Inizia così il mio viaggio alla scoperta di un mondo a me sconosciuto, fatto di ragazzi ma soprattutto ragazze alle prese con due tra i disordini alimentari più diffusi e devastanti che esistono tra gli adolescenti: l’anoressia e la bulimia.
L’anoressia, che significa letteralmente “senza appetito”, spinge una persona a ridurre fino a quasi interrompere la propria alimentazione per la paura ossessiva di ingrassare. La persona anoressica non prende cibo e fa di tutto per dimagrire: spesso vomita per evitare di metabolizzare il cibo ingerito.
Molto simile all’anoressia è la bulimia, che significa letteralmente “fame da bue”: essa consiste in uno smodato desiderio di mangiare, seguito da forti sensi di colpa che portano la persona bulimica a voler eliminare il cibo ingerito attraverso il vomito autoindotto o l’uso esasperato di lassativi.
Due malattie di cui si parla meno di quanto si dovrebbe e attorno alle quali esiste un mondo nascosto e spesso clandestino costituito da centinaia di siti, blog e forum che coinvolgono migliaia di adolescenti e non solo.

Quello che si legge sul web fa rabbrividire e dà l’idea di quanta sofferenza ci sia dietro queste due malattie:
“Toglietevi dalla testa che vomitando risolvete la schifosissima abbuffata in cui siete cadute! L’abbuffata non è ammissibile! E’ solo in caso di emergenza, deve essere un gesto estremo, all’abbuffata non bisogna mai arrivarci! MAI! ANA è ordinata, pulita, perfetta! Ti mette il potere e il controllo nelle mani…”
E ancora:
“Vomito incessantemente tutto il giorno e più vomito più mi sento in colpa, più mi faccio schifo, più mangio e più vomito”.
Ancora più inquietante è quest’altra testimonianza:
“Ho 16 anni e l’anno scorso ero ana pesavo 34/35 kg x 1,66 di altezza. Poi ho deciso di uscirne e a giugno pesavo 49 kg e non ero né ana né mia. Ora, però purtroppo sono mia e voglio tornare ana!!!ciao un bacio a tutte…”

Si tratta di un mondo che, se da un lato mi è distante – sono un educatore, non uno psicologo o un medico -, dall’altro mi inquieta per le conseguenze devastanti che ha su molti adolescenti.
Si tratta di malattie che richiedono interventi specialistici, di ambito soprattutto psichiatrico oltre che alimentare. Tuttavia da educatore mi interrogo su quali siano le cause che portano molti ragazzi ma soprattutto ragazze ad avere con il proprio corpo un rapporto così conflittuale da rovinare la propria esistenza e, ovviamente, quella di chi sta loro accanto.
Mi rendo conto che probabilmente le cause sono tante e complesse ma non riesco a credere che, di fronte alla non accettazione patologica del proprio corpo, non ci sia anche una carenza educativa da parte di chi quella accettazione dovrebbe favorirla sin dalla nascita, ossia i genitori.
Lungi da me il desiderio di colpevolizzare chi spesso soffre con i figli e più dei figli per una situazione dolorosa e difficile da gestire.

Tuttavia non posso fare a meno di chiedermi: dove sono i genitori quando uno dei loro figli comincia a dimagrire in maniera così vistosa da scomparire quasi dietro ai vestiti? Come fanno a non accorgersene? Che modelli offrono ai loro figli perché questi possano identificarsi con essi? Quanto dialogo cercano di instaurare con loro sin da quando sono bambini?
Forse queste sembreranno domande semplici e scontate. Tuttavia è con azioni semplici e abituali che si formano i figli. L’educazione non è mai frutto di pratiche eccentriche o straordinarie. Straordinari sono quegli interventi che diventano necessari per sistemare qualcosa che a un certo punto ha smesso di funzionare correttamente. Non sarebbe meglio pensarci prima?

Articolo pubblicato sulla versione online di Familiaria

venerdì 15 giugno 2012

Un territorio comune


“Come è andata oggi a scuola?” Chi di noi non si è mai sentito fare questa domanda, tanto temuta quanto odiata, da parte dei propri genitori? Temuta, perché vorremmo fare tutto all’infuori che dover raccontare con parole sempre nuove quello che facciamo in maniera per noi ripetitiva e abituale ogni giorno a scuola. Odiata, perché è sempre la stessa domanda! E non è strano allora che si dia sempre la stessa risposta: Bene!
Il rapporto tra genitori e figli è una delle cose più difficili da gestire durante gli anni in cui si smette di essere bambini e ci si avvia verso l’età adulta. “L’adolescenza è quel periodo della vita in cui i genitori diventano insopportabili”, ho letto tempo fa in un libro sull’adolescenza. Sono le parole con cui un liceale risponde al suo prof che gli chiede di definire, a parole sue, questo periodo della vita.
Una definizione senz’altro poco scientifica, ma sicuramente divertente ed efficace. Una definizione che ben si collega alle parole con le quali ho iniziato questo articolo. Perché sentirsi porre sempre le stesse domande, in un periodo della vita in cui il rapporto con i genitori viene completamente ridisegnato, a volte è proprio insopportabile. Così come è difficile mettersi d’accordo sull’orario del rientro serale o sugli amici che “è bene o non è bene frequentare”, o sul modo di andare vestiti e via dicendo. Situazioni che spesso si concludono con porte sbattute, urla reciproche, musi lunghi e guerre fredde che durano per giorni e giorni.

Eppure, a sentire le due campane – da un lato i genitori, dall’altro i figli – verrebbe di dare ragione a entrambe. Ecco come un papà alle prese con un rapporto problematico con i suoi figli, commentava l’articolo in cui un docente faceva un elenco di comportamenti che ogni buon genitore dovrebbe avere: “Caro prof, ti posso garantire che essere genitori è difficilissimo, anche se tu fai tutto quello che annoti nel tuo post, spesso ti ritrovi contro i tuoi figli, capita di sentirti definire nei modi più sconfortanti... Sapessi quante volte ho pianto per il silenzio dei miei figli. Ho pianto per le loro risposte alle mie richieste. Sono stato quasi sempre molto disponibile, ho dedicato loro il mio tempo fuori dal lavoro, li ho sorretti, spalleggiati e coccolati, li ho amati, li coccolo e li amo ancora di più ora, sono la vita mia e di mia moglie, ma credimi essere genitori è la missione più difficile…”
E concludeva, rassegnato: “Prof, ti prego di' ai nostri figli quanto li amiamo e quanto cerchiamo molte volte in loro uno sguardo che ci indichi il momento di parlare e di esserci.”
Uno sfogo comprensibile, verrebbe da dire. Come non dare torto a questo papà che sembrerebbe mettercela tutta per continuare a comunicare con ragazzi che, dal canto loro, sembrano rispondere ignorando la sua sofferenza? E come non mettersi dalla parte di tanti papà e mamme che si trovano nella stessa situazione?
Già, ma come la mettiamo con gli altrettanto comprensibili e leciti desideri di tanti adolescenti che vogliono essere trattati da grandi, avere la giusta autonomia, pretendere il rispetto della propria riservatezza, essere tenuti maggiormente in considerazione?
Verrebbe di dare ragione a entrambi, scrivevo più sopra. Ma non sempre è possibile, anzi spesso è proprio dura riuscire a trovare una soluzione che accontenti entrambi, che tenga conto delle richieste degli uni e degli altri.
E allora che fare? Come costruire un ponte tra due mondi che sembrano, anzi, sono così diversi?

Un territorio comune
Proviamo ad individuare alcune possibili strategie per gettare un ponte da una riva all’altra. A cominciare, per esempio, dal trovare assieme un territorio comune su cui confrontarsi. I genitori non vogliono forse la felicità dei loro figli? Certamente sì, a loro modo però! E i figli, non vogliono per sè stessi la stessa cosa, cioè essere felici? In questo caso, però le prospettive sono assolutamente diverse da quelle dei genitori.
Si tratta allora di trovare dei punti in comune, per esempio provando a mettersi gli uni nei panni degli altri. E’ quello che gli esperti chiamano empatia, una parola che significa “provare la stessa passione, gli stessi sentimenti” e che a me piace tradurre in “guardare il mondo con gli occhi dell’altro”. Basterebbe questo per ridurre drasticamente molte delle incomprensioni che nascono tra genitori e figli, ma anche tra fratelli e sorelle, tra fidanzati, tra amici.
La comunicazione tra genitori e figli funziona infatti come qualsiasi altra forma di comunicazione. E quando c’è qualcosa che non va è perché in uno dei due – o in tutti e due – c’è qualche problema di fondo, oppure perché ci sono degli ostacoli tra le due persone che comunicano, oppure perché i due utilizzano linguaggi diversi. Quest’ultimo caso riguarda molto da vicino proprio la comunicazione tra genitori e figli che, per ovvi motivi, parlano e parleranno sempre due linguaggi completamente diversi. Se così non fosse, vorrebbe dire che i genitori hanno smesso di fare i genitori per indossare i panni degli amici – sarebbe meglio dire degli “amiconi” – dei figli. E questo comporterebbe altri problemi, ben più seri…
Ma torniamo all’empatia, a questa capacità di mettersi nei panni dell’altro per comprendere le ragioni del suo agire.
Pensiamo, per esempio, alla mamma che risponde alla figlia che vuole rientrare più tardi dell’orario previsto: “Un giorno capirai, quando sarai mamma e avrai i figli che vorranno rientrare alle due di notte!”. E perché non provare a capirlo adesso, invece? Perché aspettare anni per comprendere il motivo per cui i miei genitori sono così insopportabili su questo punto?
Qualche tempo fa, parlando con una ragazza del rapporto con i suoi genitori, questa mi diceva: “L’unica cosa di cui mi lamento è che mi chiedono ogni giorno ‘come è andata a scuola?’ perché credo che se mi assillano così è peggio e inutile: glielo dico comunque senza bisogno che me lo chiedono”.
Devo confessare che il dubbio che poi glielo dicesse comunque mi è rimasto… Eppure non è forse questo un esempio di come, mettendosi nei panni dei genitori e facendo il primo passo, si potrebbero evitare tante guerre familiari? Basterebbe, appunto, “dirglielo comunque senza bisogno che me lo chiedono”.
Certo, anche i genitori dovrebbero fare la stessa cosa ma molte volte, in un confronto difficile con un’altra persona, basta che uno dei due faccia il primo passo perché anche l’altro ammorbidisca la propria posizione.

Lasciamo che anche il tempo faccia la sua parte
Nel discorso tenuto agli universitari di Stanford nel 2005, Steve Jobs, ha parlato di come spesso, per trovare un senso pieno a quello che ci succede, dobbiamo attendere che passi molto tempo: “non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro”.
Jobs si riferiva allo studio, all’università, alla carriera professionale. Ma le sue parole possono certamente applicarsi anche alle incomprensioni che ci sono tra genitori e figli. Insomma, è lo stesso concetto dell’odioso “un giorno capirai”, solo che detto da Jobs suona un tantino più simpatico.
Già, perché poi c’è anche il problema di come si dicono le cose. Perché tra mille modi di dire le cose si deve per forza scegliere il peggiore? Basterebbe un po’ più di attenzione, di delicatezza, di empatia, per usare parole che sono più efficaci proprio perché evitano di ferire l’altra persona.
“Non trovi mai niente nella tua stanza! Questa casa non è un albergo! Non studi mai!”, gridano i genitori. Ma anche i figli non scherzano: “I genitori di Tizio sono migliori di voi! Siete vecchi! Non capite niente di noi!”
Il risultato è che ognuno rimane sulla propria posizione, anzi direi che questo genere di accuse finisce per alzare barriere sempre più invalicabili.
A volte – e anche questo vale per ogni forma di relazione tra due persone – è meglio lasciar raffreddare gli animi, attendere un po’ di tempo prima di affrontare il problema, pensare se le parole che sto per dire “a me darebbero un fastidio tremendo”; se è così, perché usarle verso l’altro?
Sono considerazioni forse ovvie, eppure nel nostro rapporto con gli altri commettiamo spesso l’errore di dimenticarle.
Basterebbe davvero un po’ più di attenzione per comunicare meglio. Tutto sommato è semplice, no?

Articolo pubblicato su Dimensioni Nuove di aprile 2012

mercoledì 11 aprile 2012

Difendere un sogno


“Nella società odierna vale ancora la pena avere dei sogni?”
La domanda è di quelle che ti spiazzano. A farla, una studentessa di un liceo classico siciliano, dove mi trovavo qualche settimana fa per un incontro sul primo romanzo di Alessandro D’Avenia, vero e proprio best-seller del 2011.
Per rispondere alla domanda ho utilizzato proprio alcune parole riportate dallo scrittore siciliano nel suo libro: “un mondo senza sogni è come un giardino senza fiori” (dal libro “Bianca come il latte, rossa come il sangue”).
Già, come si fa a vivere senza sogni? Sarebbe impossibile, la vita sarebbe grigia, monotona, spenta. Non solo vale la pena sognare – dicevo a quella ragazza –, ma non possiamo farne a meno se vogliamo davvero essere felici; l’uomo è per sua natura un sognatore, solo gli animali non sognano. E per finire, citavo ancora D’Avenia, che nel suo romanzo fa dire al nonno del protagonista: “Non smettere di sognare, rinunceresti ad essere te stesso”.
Eppure, nonostante la mia risposta data con apparente facilità a quella liceale, le sue parole mi hanno fatto molto pensare. Perché una ragazza di 16 anni, che dovrebbe fare della “voglia di sognare” uno dei punti di forza su cui costruire il proprio futuro, si chiede se oggi vale ancora la pena farlo? Che cosa le fa venire il dubbio che forse è meglio non illudersi di immaginare un mondo migliore per poi non ritrovarsi con la delusione di un obiettivo impossibile da raggiungere?

In effetti, oggi sognare un futuro positivo richiede una buona dose di ottimismo e di speranza, ingredienti che sono sempre più difficili da trovare in giro. La ricetta per la felicità che ci viene offerta dal mondo attuale sembra fatta di individualismo, di soddisfazione immediata dei desideri, di conquiste professionali, di relazioni “usa e getta”. Il pronome personale più usato negli spot pubblicitari è “io”; quello possessivo è, invece, “mio”…
Tutto sembra dirci che non vale la pena studiare perché tanto poi non si trova lavoro. Non vale la pena amare perché tanto poi l’amore finisce. Non conviene avere amici perché gli amici prima o poi ti abbandonano quando non gli servi più. Sposarsi? Neanche a parlarne, visto che dopo un po’ ci si separa…
Ma è davvero così? E’ diventato così difficile essere felici? Oppure ci lasciamo condizionare così tanto dai messaggi negativi che il mondo ci manda in maniera tanto insistente quanto esagerata?
Forse sono vere entrambe le cose. Di sicuro molti di coloro che dovrebbero rappresentare dei modelli attraenti per i giovani non lo sono più e questo provoca una forte delusione in tanti ragazzi che vorrebbero guardare loro come punti di riferimento da imitare.
E così molti finiscono per spegnere le luci che illuminano il proprio avvenire e per ripiegare su modelli che presentano un’immagine di felicità tanto fragile quanto irraggiungibile.
“Voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho”, era scritto sulla parete di un edificio della mia città. Già, ma se chi ci deve aiutare a sognare non è capace di alzare la direzione del nostro sguardo, diventa tutto molto difficile.
Non pensiamo però di dare solo la colpa agli adulti assenti, sarebbe troppo facile! Il nostro futuro è come un mosaico che è fatto di tasselli già presenti, di altri che si staccano perché vecchi e di altri ancora che mettiamo noi. E allora sì che si può fare tanto, lavorando molto sui tasselli nuovi, quelli che possono ridare luce all’immagine quando questa diventa sbiadita. E’ la forza della giovinezza, che ha una capacità di sognare così grande da riuscire a resistere anche alle delusioni più forti. E’ la forza di un’età che è fatta apposta per conoscere le cose grandi che ognuno è venuto a fare in questo mondo.
Ricordate il discorso che Steve Jobs ha tenuto nel 2005 agli studenti dell’Università di Stanford? Probabilmente ricorderete le parole più celebri: “Stay hungry, stay foolish”. Siate affamati, perché la sazietà spegne i sogni, sembrava dire Jobs. E poi siate folli, perché per sognare, bisogna osare, rischiare, perdere la paura di fare qualcosa di grande.

Dove trovo i miei sogni?
E allora, proviamo a trovare il luogo dove incontrare i nostri sogni. Potrebbe sembrare un luogo lontano, fantastico, irraggiungibile e invece è più vicino di quanto ci aspettiamo.
Sì, perché i nostri sogni sono nascosti nelle cose che incontriamo realmente, ogni giorno. I nostri sogni li troviamo nella realtà, nelle persone che la vita ci mette accanto, nei talenti che ognuno di noi ha, a cominciare dal tempo, che è il primo dono che ci è stato dato.
A volte invece li cerchiamo al di fuori della realtà, quando immaginiamo situazioni che per diversi motivi non potremo mai vivere. Quanti di voi che state leggendo saranno protagonisti di Amici o del prossimo campionato di serie A? E quanti invece potranno essere protagonisti della propria esistenza perché decidono di essere se stessi e di giocarsi la vita al meglio delle possibilità che vengono loro offerte?
Cercare i sogni nella realtà significa, per esempio, trovarli in un libro che ci apre orizzonti nuovi e insospettati; oppure in un film che ci coinvolge profondamente per la storia vera, autentica, reale che ci racconta. Ancora, troviamo i nostri sogni nello scrivere una lettera ad un amico invece di mandargli una mail; o nel fargli una telefonata al posto di un freddo e distaccato SMS.
Troviamo i nostri sogni nel silenzio, che così tanto ci aiuta a guardare dentro noi stessi e a contemplare la grandezza della nostra vita. Troviamo i nostri sogni nelle tante piccole cose che ci accadono lungo la giornata e che spesso ci danno indicazioni sulla direzione verso la quale orientare il nostro cammino.

Per non perdere la rotta.
Riportavo all’inizio il paragone fatto da D’Avenia tra una vita senza sogni ed un giardino senza fiori. Subito dopo, però, lo scrittore aggiunge che “una vita di sogni impossibili è come un giardino di fiori finti”. E i fiori finti, se a prima vista possono sembrare bellissimi, finiscono presto per deludere, perché non hanno vita.
I sogni non possono rimanere tali, devono trasformarsi in progetti. Solo così danno quella soddisfazione che promettono; se rimangono sogni deludono.
Ma per trasformarsi in progetti, molte volte i sogni hanno bisogno di ostacoli, di difficoltà che ne mettano alla prova la consistenza. Avete mai provato ad appendere un quadro ad un chiodo che è stato piantato alla parete senza incontrare nessuna resistenza?
Probabilmente è facile capire che un sogno ha bisogno di ostacoli per trasformarsi in un progetto reale. Ma poi la vita ci mette di fronte alle difficoltà ed ecco che improvvisamente si perde di vista questa idea. Provate a rimanere convinti del valore delle difficoltà quando il prof vi mette un quattro, o quando la ragazza vi ha lasciato, o quando vostro padre non è quello che vorreste… Difficile, vero?
Anche per questo è importante avere accanto qualcuno che ci aiuti a trasformare i sogni in realtà, che sappia indicare la strada da percorrere. Soprattutto qualcuno che sappia dimostrare con la propria vita che i sogni si possono raggiungere, e che è possibile farlo anche se spesso si tratterà di camminare in salita o contro corrente.
Qualcuno che faccia venire la voglia di andare avanti anche quando molti ci diranno “lascia perdere” o quando ci faremo prendere dalla paura di rischiare, dalla tentazione di lasciare il passo a qualcun altro.
Qualche tempo fa leggevo su un forum le parole di una ragazza: “Ognuno di noi ha un sogno, ma tanti hanno paura di credere ai propri sogni e li rinchiudono in un cassetto, dimenticando dove hanno lasciato la chiave”.
Sognare è facile, credere nei propri sogni lo è di meno. Ma la cosa più difficile è forse quella di lasciare i cassetti vuoti. O almeno, di non riempirli con i nostri desideri di cose grandi!

Articolo pubblicato su Dimensioni Nuove di marzo 2012

martedì 20 marzo 2012

Vite parallele


Sapete quante cose succedono su internet mentre leggete questo articolo? Dipende da quanto tempo ci mettete per leggerlo, la risposta sembra banale. D’accordo, ma sareste in grado di quantificare esattamente quello che succede mentre scorrete le righe fino alla fine dell’articolo?
Supponiamo che riusciate a leggerlo interamente in un minuto. Ebbene, in questo lasso di tempo, in tutto il mondo saranno state inviate 168 milioni di mail, inseriti 600 nuovi video su Youtube, i server di Google avranno risposto a quasi 700 mila interrogazioni e tali saranno anche gli aggiornamenti di stato su Facebook, con 510 mila commenti postati sulle bacheche del social network più famoso del pianeta. E ancora, saranno nati 60 nuovi blog e saranno stati scritti 1500 nuovi post.

Insomma, se proprio ce ne fosse il bisogno, questi numeri – riportati qualche mese fa su alcuni quotidiani e blog - dimostrano che la rete è viva e vegeta e che rappresenta un luogo frequentato da milioni di persone.
Lo spazio virtuale costituito dal web – e con esso il tempo impiegato per viverlo – è pieno e ricco di vitalità. I numeri parlano chiaro e non possiamo ignorarli: esiste una sorta di vita parallela che prende sempre più forma col passare del tempo. Una vita che si sovrappone e si affianca a quella reale di ognuno di noi, una vita fatta di relazioni, contatti, rapporti con altre persone che non vediamo, né sentiamo, né – a volte – conosciamo.

Di vite parallele ha parlato, anzi ha scritto, duemila anni fa Plutarco, che non è il cane di Topolino, come disse Homer Simpson in una puntata del cartoon più seguito e amato dagli italiani.
Lo scrittore e filosofo greco mise a confronto molte biografie di personaggi famosi, riunite a coppie, per mostrare vizi e virtù comuni ad entrambi i personaggi descritti.
Vite parallele, vizi e virtù, luci ed ombre. Non possiamo ignorare questa dicotomia, se vogliamo cogliere il meglio di ciascuna delle due vite in questione.

Allo stesso modo, le vite parallele vissute da milioni di persone, ogni giorno, sul web, non sono fatte di sole ombre. Dovremmo ricordarcelo più spesso, noi educatori, quando parliamo del rapporto tra i ragazzi ed il web. A parte il fatto che sarebbe interessante capire quanti di coloro che fanno tutte quelle cose in un minuto della propria giornata siano adulti e non ragazzi; ma non ci è dato saperlo. Immaginiamoci allora che siano soprattutto giovani. Giovani che, come mi capita spesso di sentire dalla bocca dei loro educatori (genitori ma soprattutto docenti), stanno continuamente a perdere tempo su internet.
Dovremmo ricordarci più spesso, dicevo, che quello dei media digitali è un mondo che va conosciuto, valorizzato, compreso. Solo così potremo conoscere, valorizzare e comprendere meglio il mondo degli adolescenti. E quindi dare loro quel supporto educativo che essi, giustamente, reclamano.

Due esempi su tutti.
Un paio di anni fa mi trovavo con un quindicenne, il quale mi disse che quel giorno avrebbe dovuto fare attenzione al numero di sms da inviare agli amici, perché aveva quasi finito i 4000 messaggi disponibili per quel mese. Lo ascoltai e annuii soprapensiero; alcune ore dopo mi ritrovai a riflettere sulle sue parole e feci un rapido calcolo: se ha quasi finito i messaggi disponibili in un mese, vuol dire che ogni giorno, in media, ne ha inviati 130; ipotizzando che non abbia mai usato tutti i caratteri disponibili per scrivere un sms, ma soltanto la metà, il conto è presto fatto: ha scritto ben 10.400 caratteri al giorno, cioè più di 310.000 caratteri in un mese.
Detto in altri termini, un ragazzo che usa tutti gli sms di cui dispone ogni mese, è come se scrivesse, per dialogare con altre persone, un documento pari a 50 volte l’articolo che state leggendo. E questo soltanto con gli sms! Ora, vogliamo smetterla di pensare e dire che i ragazzi oggi non sanno più comunicare?
Comunicano, eccome! Il punto è che lo fanno in maniera diversa da come siamo stati abituati a farlo noi. E’ una comunicazione più povera, se vogliamo, ma è pur sempre una comunicazione che ci allontanerà da loro nella misura in cui ci limitiamo solo a criticarla.

Un altro esempio.
L’estate scorsa sono stato invitato a moderare un laboratorio nell’ambito di una giornata di formazione per educatori di una diocesi siciliana. Il tema della giornata di lavoro era Giovani e sfida educativa. Il titolo del laboratorio che avrei dovuto moderare era Giovani e social network.
Mi aspettavo di coordinare il lavoro di diverse persone alle prese con un mondo – quello dei social network – sconosciuto per molti educatori. Prima dell’avvio dei laboratori, il coordinatore dei lavori aveva sottolineato ai partecipanti come quella dei social network fosse probabilmente la frontiera più difficile ma allo stesso tempo più avvincente per un educatore che cerca di capire il mondo dei giovani.
Eppure all’avvio del laboratorio credevo di aver sbagliato stanza, dato che eravamo soltanto in tre. Poco dopo sono arrivati altri due partecipanti, dirottati dagli altri gruppi, decisamente più numerosi.
Non per voler sminuire i temi degli altri tre laboratori (oratori, liturgia, progetto culturale) ma mi sono chiesto – e continuo a chiedermelo adesso – come sia possibile riavvicinare le nuove generazioni alla bellezza del rapporto con Dio se non ci si rende conto che il problema è soprattutto di comunicazione? E come si può pensare di comunicare con loro se i linguaggi parlati dai ragazzi diventano sempre più distanti e diversi da quelli degli adulti? Quanto meno bisognerebbe fare lo sforzo di comprendere come funziona il loro codice…
Il laboratorio si è però concluso in bellezza: almeno ho avuto il piacere di veder arrivare, nel bel mezzo dei lavori, addirittura l’anziano vescovo, il quale si è seduto assieme a noi e ha contribuito notevolmente allo sviluppo delle riflessioni, mostrando un grande interesse per l’argomento.

Come dire, non è l’età quella che impedisce di vedere le ombre e soprattutto le luci delle vite parallele.

Articolo pubblicato sul numero di febbraio di Fogli

domenica 29 gennaio 2012

Non c'è sesso senza amore

Ho 13 anni e ho avuto due storie serie con due ragazzi diversi e capisco molto della vita. Con l’oratorio ho fatto qualche mese fa una gita dove c’era anche un mio amico. Al ritorno lui ci ha provato con me (ha 18 anni) e io sono stata un po’ al suo gioco (mi ha anche baciata) perché mi faceva sentire felice.
Abbiamo così iniziato a messaggiare e ci siamo conosciuti meglio. In uno dei messaggi mi dice però di non andargli dietro, altrimenti ci starei male, e che mi vuole parlare a voce. Quando lo vedo, mi risponde che in quel momento ha da fare e non mi parla più. Sono tornata a casa e ho pianto, perché io ci tengo molto a lui e la sua indifferenza mi ferisce.

Nell’iniziare questa nuova rubrica mi piace partire da alcune parole che ho letto, tempo fa, su una rivista per adolescenti. E’ solo uno dei tanti esempi di come, in maniera sempre più precoce, tanti ragazzi e soprattutto ragazze si sentano prepotentemente spinti a comportarsi da adulti. E, tra tutti gli atteggiamenti “maturi” che vengono sollecitati, il primo della lista riguarda quasi sempre la sfera della sessualità.
Nel parlare di educazione dell’affettività negli adolescenti, mi sembra doveroso fare subito una precisazione: da sempre l’uomo è stato prima bambino, poi adolescente e infine adulto. Da sempre, a un certo punto della sua vita, ha attraversato quel periodo di transizione in cui ha sperimentato l’affascinante e al tempo stesso inquietante sensazione di lasciarsi l’infanzia alle spalle per approdare alla vita adulta. Una tappa caratterizzata da insicurezze, paure, timori, entusiasmo, speranze, sogni.
Nessuna novità, quindi: l’adolescenza c’è sempre stata, anche se probabilmente non la si chiamava così e il bambino diventava adulto attraverso un periodo più o meno lungo in cui sbagliava e, facendo tesoro dei suoi errori, imparava. E lo faceva in maniera semplice e più o meno lineare, con buona pace di psicologi e pedagogisti.

Oggi non è più così: l’adolescenza è diventata una fase della vita sulla quale, nel bene e nel male, è stata puntata da decenni una gigantesca lente di ingrandimento che ne deforma i lineamenti, rendendocela quasi inquietante. Se ciò, da un lato, è comprensibile per via della crescente complessità in cui viviamo oggi, dall’altro però mi sembra che ci troviamo di fronte a una specie di “patologizzazione” di un fenomeno che è sempre stato assolutamente naturale. Qualcuno ha fatto nascere addirittura una scienza che si occupa del bambino che diventa adulto: l’adolescentologia. Mi sembra un tantino esagerato.

Premesso ciò, va ammesso comunque che di cambiamenti nel modo di vivere l’adolescenza, rispetto a un po’ di tempo fa, ce ne sono diversi. Se non altro perché l’eccessiva attenzione a questo periodo della vita, da parte di esperti più o meno accreditati, genera inevitabilmente ansie e problematiche nuove nei ragazzi stessi. Ma non c’è solo questo. Oggettivamente, soprattutto negli ultimi anni, abbiamo assistito a dei cambiamenti sociali e culturali che hanno reso più complesso l’attraversamento di questo periodo della vita. Una delle dimensioni più delicate è proprio quella della sessualità e della formazione dell’affettività.
Senza voler fare la genesi del fenomeno, è sotto gli occhi di tutti il fatto che viviamo in una società fortemente erotizzata: oggi abbonda il sesso in TV, al cinema, nella musica, nei costumi. E la cosa più preoccupante non è tanto l’ossessione con cui si gira attorno a questo argomento ma il fatto che si avverte in maniera sempre più evidente una perdita del senso ultimo della sessualità. Il suo esercizio è stato sradicato da una visione antropologica che considera l’uomo innanzitutto come persona, dotato di una dimensione spirituale oltre che materiale, capace di entrare in relazione con l’altro e di amarlo. La sessualità – o, sarebbe meglio dire, il sesso – è diventata un gioco e l’uomo sembra aver dimenticato che essa è invece una componente fondamentale della personalità, un suo modo di essere, di manifestarsi, di comunicare con gli altri, di sentire, di esprimere e di vivere l'amore umano.

Chi paga il prezzo più alto di questa situazione sono soprattutto i giovani e gli adolescenti. Questi ultimi in particolare, fanno una grande fatica a decifrare il senso autentico della propria sessualità. Sanno tutto di sesso ma non sanno nulla di sessualità. Vivono sulla propria pelle una contrapposizione a volte devastante tra amore e sesso. Magari hanno già fatto esperienze sessuali, ma non hanno esperienza dell’amore.
E soprattutto non riescono a sviluppare la dimensione sessuale all’interno di una più ampia cornice affettiva e relazionale. Sì, perché di sesso oggi si parla tanto. Ma dei sentimenti non si parla. Non si parla del cuore. I ragazzi non sanno dare un nome a quello che provano dentro di sé. La conseguenza rischia di essere una lacerazione interiore tra ciò che essi fanno ed il senso di ciò che essi fanno.

Qualche mese fa una docente mi ha fatto leggere le domande fatte dai ragazzi della sua scuola alla psicologa che aveva appena tenuto un incontro di “educazione sessuale”. Ovviamente le domande erano anonime e quindi i ragazzi, che avevano un’età media di 15 anni, hanno potuto esprimersi senza alcuna inibizione. Ebbene, tra tutte le domande – erano più di venti – solo una chiedeva quale fosse il vero significato della sessualità. Le altre erano tutte un susseguirsi di curiosità su contraccezione e pratiche sessuali più o meno fantasiose…
Ora, è comprensibile che a 15 anni una persona sia attraversata da dubbi e curiosità sulla propria dimensione sessuale, ci mancherebbe altro; ed è giusto che i ragazzi sappiano. Ma è questo il modo per rispondere alle loro domande? Il dubbio è lecito, perché l’esperienza mostra che spesso gli interventi che si fanno a scuola su questo argomento sollecitano la curiosità degli ascoltatori più sulle domande tecniche che non su quelle di senso.
L’ultima indagine sugli stili di vita degli adolescenti, condotta dalla Società Italiana di Pediatria, ha evidenziato come ben 4 ragazzi su 10 di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, affermino che non c’è un’età precisa in cui iniziare ad avere rapporti sessuali completi; dipende da quando ci si sente pronti, hanno affermato gli intervistati. Una risposta che è tanto preoccupante quanto indeterminata.

Che fare, allora, per aiutare i figli adolescenti a sviluppare armonicamente la propria affettività in un contesto sociale che va da tutt’altra parte?
Innanzitutto è bene non allarmarsi. Non servirebbe a nulla e potrebbe portare a chiudere irrimediabilmente il canale di comunicazione con i figli.
Quello che serve è, semmai, una chiara consapevolezza del problema da parte degli educatori. In questo modo si potranno pensare interventi equilibrati, mirati e soprattutto adeguati alle personali necessità di ogni ragazzo.
E, ovviamente, non bisogna dimenticare che in questo campo, l’aiuto migliore che un genitore può dare ai propri figli per comprendere che cosa sia l’amore, è mostrarlo innanzitutto con la sua vita. E’ facile, infatti, parlare di amore. E’ più difficile farlo trasparire da ognuna delle proprie azioni. Eppure è questo l’unico modo per insegnarlo. Altrimenti rimane teoria, astratta e inutile. E la vita, quella vera, rimane un’altra cosa…

Articolo pubblicato sulla rivista Fogli (numero di gennaio 2012)

lunedì 9 gennaio 2012

Una bomba nel cuore


L'inizio di una storia è sempre magica... quando vieni fulminato "accetti" tutto... anche i difetti. Non ci pensi nemmeno a ragionarci su. Il problema nasce dopo, quando inizi a razionalizzare tutto... Il tuo ideale non corrisponde alla realtà e così facendo il cuore si contrappone alla ragione.
Di solito vince sempre il cuore, ma quando non si è corrisposti la ragione prende il sopravvento...
Sono le parole, prese da un forum, di una ragazza che ha sperimentato personalmente la sensazione indescrivibile che si prova quando si è innamorati. Una sensazione unica, affascinante, intensa, che quasi sempre porta con sé un coinvolgimento del cuore così forte da lasciare nell’ombra la ragione. Chi di noi è stato innamorato almeno una volta nella vita sa bene quanto sia difficile, in quei momenti, provare a dar retta ai ragionamenti che vengono della nostra testa; sempre che ci siano, questi ragionamenti, perché spesso è come se la testa fosse spenta…
Ma che cosa succede quando, inevitabilmente, essa si riaccende? E, soprattutto, quanto incidono queste dinamiche sul nostro grado di felicità?
Aristotele scriveva che, se vuole essere felice, l’uomo deve esercitare in modo eccellente la funzione che gli è propria, ovvero ciò che lo contraddistingue dagli altri esseri. Viene spontaneo pensare che il filosofo greco si riferisse alla parte razionale dell’uomo: chi se non solo l’uomo è in grado di pensare, fare ipotesi, amare consapevolmente, odiare, scrivere poesie, dipingere un quadro, costruire una cattedrale, scolpire una statua?
Eppure sono proprio le due facoltà che ci dimostrano il nostro essere “animali razionali”, ossia l’intelligenza e la volontà, che ci portano a pensare che il nostro agire non è soltanto il frutto di freddi ragionamenti. Per realizzare il Giudizio universale o la Pietà, infatti, è impensabile che Michelangelo abbia fatto affidamento solo sulla sua razionalità. I due capolavori sarebbero stati tali se l’artista toscano non avesse attinto alla sfera sensibile della sua anima, ai suoi sentimenti e desideri, alle sue emozioni e passioni? Sarebbe bastata la ragione senza il sentimento? Probabilmente no.
Conciliare la testa e il cuore però non è facile, soprattutto in un mondo che sembra abbia deciso di consacrarsi a quello che Michel Lacroix, in un bellissimo e interessante libro, ha chiamato Il culto dell’emozione.
Leggiamo ancora dal web una “perla di emotività allo stato puro”: anche io sono d'accordo, al cuor non si comanda... il cuore ha sempre ragione... e a volte prevale anche sulla ragione... comunque forse non è sempre giusto seguire il cuore, perché a volte potrebbe anche portare alla tristezza... ma d'altronde tentar non nuoce, no? E poi il cuore è il cuore... lui dice sempre la verità!
Quante volte ci siamo trovati a dover mettere d’accordo la nostra ragione con le emozioni, i sentimenti, le passioni, i desideri che albergano nel nostro cuore! Quante volte abbiamo avuto come l’impressione di avere dentro una vera e propria bomba pronta a esplodere da un momento all’altro! Ricordate la mano che teneva una bomba a forma di cuore sanguinante, raffigurata sulla copertina di American Idiot dei Green Day? Mai immagine è stata più esplicita nel rappresentare il vissuto emotivo di tanti ragazzi.

L’affettività: emozioni, sentimenti, passioni
Per capire come riuscire a trovare il giusto equilibrio, credo che sia utile spendere due parole sull’affettività, che è una specie di anello di congiunzione tra la sfera cognitiva e quella biologica di una persona. I movimenti dell’affettività hanno origine nel nostro corpo, come reazioni soggettive agli stimoli esterni (l’ambiente e le relazioni con gli altri) ed interni (in particolare la memoria).
Pensiamo alle reazioni di rossore, pallore, sudorazione, agitazione motoria, postura, sguardo, tono della voce, gestualità, espressioni del viso che accompagnano molti dei nostri moti affettivi.
Tra essi individuiamo innanzitutto le emozioni, che di solito sono molto intense, nascono improvvisamente ed hanno una breve durata: per esempio, pensiamo alla paura che, poco prima di un’interrogazione, ci fa tremare la voce o ci fa dimenticare quello che dobbiamo dire.
Troviamo poi i sentimenti, che sono meno intensi e più duraturi delle emozioni, e che influenzano molto la nostra vita affettiva ed il modo con cui percepiamo e giudichiamo le cose, le persone, noi stessi: tra i sentimenti, per esempio, possiamo mettere la simpatia, l’antipatia, la gelosia, la tenerezza, l’amore (che non è solo un sentimento, però!).
Ed infine ci sono le passioni, che assomigliano alle emozioni per intensità e ai sentimenti per durata. Se gestite bene, esse ci permettono di vivere nel migliore dei modi le relazioni con gli altri e gli impegni della vita, con entusiasmo e convinzione. Basti pensare a come sia pienamente umano l’amare con passione, il lavorare con passione, l’essere capaci di soffrire con passione.

Doping emotivo
A questo punto torniamo a chiederci: come fare per riuscire a orientare questa straordinaria forza interiore che, se governata bene, ci può aiutare ad esprimere pienamente tutta la nostra potenzialità umana? E soprattutto, come farlo nonostante i continui stimoli emotivi che, al grido del “Cogli l’attimo” oraziano, puntano a far vibrare soltanto le corde del nostro cuore?
Michel Lacroix parla di sovrastimolazione emotiva a cui siamo sottoposti costantemente, soprattutto da film, videoclip, fiction e spot pubblicitari, ma non solo: tutto è previsto perché i suoni ci facciano compagnia. In effetti, se ci pensiamo bene, i nostri sensi sono costantemente assediati da stimoli sonori che non ci danno tregua, in metrò, per strada, a casa con la TV, youtube, ipod e via dicendo. Ma anche gli stimoli visivi ci spingono a cercare emozioni sempre più forti: ascoltare musica con il dolby surround, possibilmente davanti ad un maxischermo ad altissima definizione; o ancora, emozionarsi seguendo una gara di Formula1 o di motoGP attraverso le immagini della telecamera montata sull’auto o sul casco del pilota.
Lacroix nel suo libro parla di emozioni shock, contrapponendole alle emozioni-contemplazione. Paragona le prime all’effetto che ha su di noi un giro sulle montagne russe: intense, forti, folgoranti, che spingono in modo travolgente a cercarne altre sempre più forti.
Le seconde, invece sono emozioni che si iscrivono nella durata, nel tempo. Sono le emozioni che proviamo quando guardiamo un tramonto, un bel quadro, leggiamo un libro, ascoltiamo un concerto di musica classica: è più facile elaborarle, gustarle, farle proprie e trasformarle in sentimenti duraturi.
Ogni uomo ha bisogno di entrambi i tipi di emozione: che cosa ci succederebbe, per esempio, se fossimo così apatici da non provare quella paura necessaria per fuggire una situazione di pericolo? Ci servono entrambe, quindi, ma il mondo odierno ci fornisce una quantità sproporzionata di emozioni-shock, a scapito di quelle emozioni che, attraverso la contemplazione, ci permettono di godere il sapore di relazioni umane profonde e arricchenti.
Il risultato rischia di essere una vita in cui, paradossalmente, perdiamo ogni sensibilità; viviamo in uno stato di permanente eccitazione ma non sappiamo più sentire. Siamo allo stesso tempo sovraeccitati e insensibili: I’ve become so numb, direbbero i Linkin Park.

La morale dell’attenzione
Eppure una via d’uscita al bombardamento emotivo e all’aggressività delle emozioni-shock sembra esserci. E’ quella che ci spinge all’accoglienza, all’attenzione, all’accettazione dell’altro, al suo ascolto. Costruire una morale dell’attenzione che si contrappone alla morale dell’utile, della soddisfazione immediata, dell’interesse personale.
Come fare?
Innanzitutto possiamo cercare di rafforzare le passioni buone. La nostra è chiamata l’epoca delle passioni tristi, delle passioni che portano alla morte, fondate sull’utile, sulla soddisfazione immediata che spesso lascia spazio ad un profondo senso di vuoto.
Ricordate il discorso appassionato di Roberto Benigni ai suoi studenti in La tigre e la neve?
Innamoratevi! Se non vi innamorate è tutto morto! Vi dovete innamorare e diventa tutto vivo… Per trasmettere la felicità bisogna essere felici. E per trasmettere il dolore bisogna essere… felici. Siate felici! Dovete patire, stare male, soffrire, non abbiate paura a soffrire, tutto il mondo soffre! 
Benigni fa passare la felicità dalla sofferenza: sarà un caso che passione e patire derivano dalla stessa radice latina che indica il verbo soffrire? E la sofferenza non è forse agli antipodi rispetto ad uno stile di vita impostato sulla ricerca dell’emozione facile?
Un altro mezzo per costruire in noi la morale dell’attenzione è la lentezza. Se ci pensiamo bene, le emozioni-shock uccidono il presente, proiettandoci verso i piaceri che ci riserva il futuro immediato: sono impazienti, insaziabili. Lasciamo vivere in noi il presente, rallentiamo il ritmo della nostra esistenza. Ci pensiamo a quanto è bella e gratificante l’emozione di un’amicizia che cresce a poco a poco, di un amore che si sviluppa senza la fretta di bruciare le tappe?
Un ulteriore aiuto contro lo stordimento emotivo contemporaneo è dato dalla lettura. Nelle immagini tutta l’informazione è data di colpo. Quando leggiamo, invece, la rappresentazione mentale viene elaborata progressivamente e questo richiede tempo. Essa matura lentamente ed è più facile che dia origine a quelle emozioni profonde, che si metabolizzano nella nostra vita interiore.
In definitiva, si tratta di riscoprire la bellezza dell’agire disinteressato e gratuito. Per essere disponibili ed accoglienti nei confronti degli altri, per contemplare il mondo che ci circonda, bisogna mettere da parte gli scopi utilitari. “A mio figlio fanno studiare Manzoni, ma a che cosa gli serve, visto che farà l’ingegnere?” si lamentava il papà di un liceale…
Forse ci può essere utile, per concludere, riflettere su questo breve ma significativo racconto.
Un monaco, un bandito, un pittore, un avaro e un saggio viaggiavano assieme.
Al calar della notte essi trovarono rifugio in una grotta.
- Che bel rifugio per dei fuorilegge – esclamò il bandito.
- Il posto è perfetto per nascondere un tesoro – osservò l’avaro.
- Che bel soggetto per un quadro questi giochi di luce e di ombre sulle pareti – sospirò il pittore.
- Il posto è propizio per la meditazione, qui si potrebbe fare un eremo – suggerì il monaco.
Il saggio, da parte sua, pronunciò queste semplici parole:
- Che bella grotta!

Articolo pubblicato sul numero di dicembre di Dimensioni Nuove

martedì 22 novembre 2011

Io che mi guardo dentro


Tutti noi adolescenti viviamo almeno un periodo di crisi che per la maggior parte si manifesta con la solitudine: siamo convinti che noi al mondo non serviamo a nulla per via di qualche delusione soprattutto amorosa. Perciò ci rinchiudiamo in noi stessi in attesa che qualcuno si accorga di noi e ci faccia capire che possiamo dare al mondo più di quanto non immaginiamo.
Così scriveva, tempo fa, una ragazza su un forum, commentando un articolo sull’adolescenza.
Siamo convinti che noi non serviamo a nulla. Forse un adolescente non scriverebbe una cosa del genere se solo si conoscesse meglio. Già, perché una delle cose più belle ma anche più difficili per un ragazzo è proprio il conoscersi. Una conoscenza che a volte mette paura, la paura di non accettarsi per quello che si è.
Eppure, se non si vuole restare per tutta la vita ad un livello superficiale, è necessario conoscersi. O meglio, è necessario volerlo fare, fino in fondo, fino a giungere nel luogo dove nasce la parola “io”. E qual è questo luogo?
Per provare a rispondere prendiamo in prestito le parole di Susanna Tamaro: E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va’ dove lui ti porta.
La scrittrice triestina individua nel cuore il luogo da cui nasce la voce che ognuno di noi dovrebbe ascoltare prima di prendere una decisione. E’ dal cuore che scaturisce l’amore, è il cuore il luogo in cui si fanno le scelte; esso è la sede degli affetti e della volontà. Dal cuore nasce l’intimità.
Ma che cosa è l’intimità? Che vuol dire intimo? Forse non tutti sanno che il vocabolo "intimo" è il superlativo di "interiore"; vuol dire, quindi, la parte più interna. Intimo è allora ciò che si riferisce alla parte più interiore di me stesso.
Possiamo dire che l’intimità è quanto di più prezioso possediamo, è un luogo inaccessibile agli altri e, a volte, anche a noi stessi. E’ un tesoro da custodire, da far crescere e da difendere a tutti i costi.
Come possiamo immaginare questo luogo? Proviamo a raffigurarlo come uno spazio dove ciascuno di noi può incontrare pienamente se stesso. Non è facile da raggiungere perché è molto più semplice muoversi rimanendo in superficie.
Eppure è fondamentale arrivare a “prendere possesso” della nostra intimità, perché solo così saremo in grado di agire in funzione di motivi profondi, con la piena consapevolezza delle nostre azioni. E allora potremo ritenerci davvero liberi.
Non è facile. Per esempio, vi siete mai chiesti come mai sono spesso le crisi esistenziali che permettono a una persona di ritrovare se stessa? Perché? La sofferenza, la crisi, il dolore, ci interrogano sul senso della vita. Ci costringono a fermarci e a porci domande. Spesso ci fanno rimanere soli con noi stessi. E non è forse vero che è proprio quando ci guardiamo dentro, che scopriamo il vero piano dell’esistenza umana?

La scoperta dell’intimità
Non possiamo certo aspettare una crisi esistenziale per scoprire e impossessarci della nostra intimità. Dobbiamo trovare la strada ordinaria, una strada che comunque è piena di ostacoli.
Viviamo nell’era dell’immagine, che ci fa vivere proiettati più sulla realtà esterna che dentro di noi; veniamo sollecitati soprattutto nella nostra dimensione sensoriale ed emotiva e non si ha più il tempo né la voglia di usare l’intelligenza che, vale la pena ricordarlo, è la facoltà che permette all’uomo di intus legere (leggere dentro) le cose e gli avvenimenti.
Siamo circondati da mille distrazioni che ostacolano prima la scoperta e poi lo sviluppo della nostra intimità: lo stordimento delle emozioni forti, la massificazione, la superficialità, la fretta, l'attivismo, i rumori, la banalizzazione della sessualità…
Prendiamo il rumore, per esempio. Quanti di noi hanno paura di rimanere in silenzio? Se ci pensiamo bene, siamo costantemente accompagnati da rumori di sottofondo: a scuola, in TV, in autobus, in mezzo al traffico, per strada, in panineria, al pub… Siamo così abituati al rumore che ritrovarci improvvisamente in un luogo silenzioso a volte ci dà quasi fastidio.
Eppure, passato il primo momento di disorientamento, il silenzio può condurci a provare l’emozione di ascoltare addirittura noi stessi!

Chi mi vuole?
Per prendere possesso della nostra ricchezza interiore, dovremmo imparare a saperla usare bene e quindi, per esempio, ad essere in grado di difenderla da ciò che la può danneggiare, come l'invadenza da parte di altre persone.
Saper usare bene la propria intimità significa anche essere capaci di donarla senza perderla. Questo vuol dire evitare di aprirla a chiunque o in qualsiasi momento. Il tesoro della nostra intimità va concesso soltanto alle persone giuste e al momento opportuno.
Un ragazzo o una ragazza che offrono la propria intimità – i propri sentimenti e affetti, la propria storia, i propri segreti, fino al proprio corpo – al primo che capita, è come se stessero svendendo questo tesoro; o meglio, è come se non si rendessero conto di possederlo.
Un ragazzo così, come potrà mai costruire una profonda relazione di amicizia, o ancora di più, di amore verso una ragazza, relazioni che si fondano entrambe sulla condivisione della propria interiorità?
Se non possiede – o non è convinto di possedere – nessun tesoro, che cosa potrà condividere, che cosa potrà donare a un’altra persona? L’intesa, in una storia di amore, è innanzitutto condivisione di ciò che di più intimo abbiamo.
L’intimità va quindi difesa a denti stretti e con molta decisione. Ne va della nostra felicità!
A questo serve la virtù del pudore. E non mi riferisco solo all’intimità del corpo ma anche e soprattutto a quella dell’anima.
Oggi si tende a considerare il pudore come qualcosa di superato, di artificioso, quasi un ostacolo alle naturali manifestazioni della propria personalità. E invece il pudore non è altro che la tendenza, presente in ogni uomo, a nascondere ciò che appartiene alla propria intimità. Non ci vestiamo solo perché vogliamo proteggerci dal freddo ma anche per celare agli altri ciò che non va mostrato indiscriminatamente. Ci teniamo a custodire il diario personale perché lì c’è qualcosa di nostro che desideriamo mostrare solo a chi si merita la nostra fiducia. E così via: ognuno di noi pretende e ha diritto di difendere la propria stanza, i propri spazi, il proprio tempo, i propri silenzi… Sentiamo tutto questo così intimo a ciascuno di noi tanto da non essere più qualcosa che ci appartiene ma addirittura la manifestazione di noi stessi.
La persona, quindi, è un essere che ha intimità, e avere intimità significa possedersi. Solo se mi possiedo mi potrò donare a un’altra persona, potrò fare di me un dono che la persona amata non finirà mai di scoprire.
Nella bellissima Come musica, Jovanotti canta: siamo stati sulla luna a Mezzogiorno, andata, solo andata senza mai un ritorno. Abbiamo fatto piani per un nuovo mondo, ci siamo accarezzati fino nel profondo... Ma c'è ancora qualcosa che non so di te: al centro del tuo cuore che c'è?
Non è bello sapere che mai finiremo di conoscere la ricchezza della persona che amiamo?

Un tesoro da far crescere.
Se abbiamo compreso che l’intimità è un tesoro da custodire, come faremo per andare oltre e farla crescere?
Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano, ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il tempo.
Esistono calendari ed orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che, talvolta, un'unica ora ci può sembrare una eternità, e un'altra invece passa in un attimo... dipende da quel che viviamo in quest'ora.
Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore.
Così scrive Michael Ende nel suo romanzo Momo. Il tempo è una risorsa indispensabile per coltivare la propria intimità. Tempo dedicato alla lettura, ad ascoltarsi, ad annoiarsi. La vita ci ha abituato a non perdere neanche un momento facendo qualcosa di inutile, a non fare nulla che non abbia uno scopo ben preciso. E si corre, si corre, per non rimanere mai indietro e soprattutto per non rimanere mai da soli. La solitudine ci mette paura, perché costringe ciascuno di noi a chiedersi: chi sono io? Ma se è così, allora ben venga la solitudine, ben venga la noia!
Il tempo, poi, è una risorsa formidabile per far crescere la condivisione dell’intimità tra due persone che si amano; sì, perché esso permette di costruire una storia, ed è nella storia che si sviluppa quel clima di conoscenza reciproca che a poco a poco fa maturare la confidenza, che a sua volta permette di condividere la propria intimità in maniera sempre più profonda fino alla condivisione totale (anche nel corpo), tipica della comunione piena di chi si è donato per sempre. E in questa relazione d’amore con un tu, l’io trova ulteriore consistenza, perché, per quanto noi ci guardiamo dentro per trovare la parola “io”, quest’ultima non potrebbe esistere se non ci fosse un'altra persona in cui specchiarci. Per questo una relazione autentica di amicizia o di amore ci permette come non mai di conoscere meglio noi stessi.
Non ci resta che concludere, tornando alle parole con cui è iniziato questo articolo: fino in fondo. Non c’è altra strada, se vogliamo trovare un antidoto alla superficialità: essere, voler essere profondi. Arrivare fino all’essenziale, che si trova in fondo al cuore. Arrivare a conoscere – e ad amare – se stessi.
In quel capolavoro di libro che è Il piccolo principe, Antoine de Saint-Exupery fa dire alla volpe che l'essenziale è invisibile agli occhi.
Perché si trova nel cuore.

Articolo pubblicato sul numero di novembre di Dimensioni Nuove

domenica 9 ottobre 2011

Come me nessuno mai


Chi sono io? Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non si è posto questa domanda. Ed il momento in cui lo ha fatto è stato quasi sempre l’inizio dell’adolescenza, che molti chiamano l’età delle domande: chi sono io? Perché sono qui? E, soprattutto, che cosa sono venuto a fare in questo mondo? Quale sarà il mio compito?
Sono domande impegnative, che richiedono risposte altrettanto impegnative.
A volte, però, si ha come l’impressione che una persona giovane non si ponga più di tanto queste domande e che preferisca rimandare tutto a un momento successivo più o meno indefinito, quando si sentirà adulta. Ma quando possiamo dire di essere diventati adulti? E, soprattutto, per la società in cui viviamo, quando possiamo considerarci adulti?
Qualche anno fa, un noto scrittore italiano di libri per adolescenti, in un’intervista rilasciata all’apice del suo successo – era da poco uscito un film tratto da un suo romanzo – disse: Ormai ho fatto le spalle larghe alle critiche, e considerato che come autore televisivo me ne hanno dette di tutti i colori, quelle sui libri e i film le considero un lusso. Quando sarò grande recupererò con i critici scrivendo un libro di quelli che piacciono a loro…
Per la cronaca, l’intervista è del 2008 e la persona in questione è nata nel 1963. A voi il compito di calcolare la sua età e giudicare il suo “quando sarò grande”…
Adulti che sono rimasti eterni adolescenti, film che fanno della frivolezza lo stile di vita prediletto dalle nuove generazioni, canzoni, videoclip e spot pubblicitari che presentano la vita come un gioco, educatori (prof e genitori in primis) in crisi di identità: come si fa a non pensare che tutto ciò non spinga a rimanere tremendamente superficiali?
Forse qualcuno storcerà il naso; ma credo che non sia così sbagliato pensare che un adolescente tenda per natura ad essere superficiale. Ma sono altrettanto convinto che accanto a questa “leggerezza” è facile trovare anche il desiderio di fare della propria vita qualcosa di grande.
“I ragazzi, oggi, non si fanno tante domande sul senso della vita, sulla loro identità, sul loro futuro. Vanno avanti a forza di emozioni.
Quelle domande se le pongono solo se incontrano lungo la loro strada la sofferenza. Allora, forse...”
Così mi diceva un amico al quale confidavo il mio desiderio di comprendere il cuore e la vita di tanti ragazzi.
Un’affermazione che mi ha fatto pensare: sarà vero che un ragazzo, una ragazza, non si fanno mai queste domande a meno che non vadano a sbattere violentemente contro il muro della sofferenza?

La paura di non piacere
Mi chiedo se quello che succede ai ragazzi non sia tanto che essi non si facciano le domande importanti della vita, ma che abbiano una paura matta di rispondere: la paura di non piacersi, di non essere come essi vorrebbero, o di come gli altri li vorrebbero. La paura di sentirsi sfigati, per utilizzare un termine molto usato da loro stessi.
Una paura che spinge a nascondersi dietro la maschera dell’apparenza, del voler essere come gli altri, come alcuni altri in particolare: quel personaggio della TV, quel cantante, quello sportivo, quel compagno di classe che lui sì che è un figo…
È l’eterno dilemma dell’essere o dell’apparire, del mostrare le nostre luci e ombre oppure illuderci di far vedere agli altri solo le luci che ci rendono come vorremmo essere.
Non è facile. Qualche tempo fa leggevo su un forum: E' da sottolineare anche che noi adolescenti, fintanto che siamo adolescenti, non abbiamo una forma precisa. Essendo capaci da poco tempo di ragionare con la propria testa siamo alla continua scoperta di cose nuove, ci riempiamo di troppe cose e fino a quando non metteremo ordine a tutto questo contenuto saremo ragazzi dalla personalità indefinita, dalla forma indefinita...
Non è facile. Eppure è questa la sfida da vincere, che ogni adolescente, in fondo, vuole vincere, anche se ne ha una paura matta. Come cambierà la vita di un ragazzo nel momento in cui egli affermerà con convinzione: In questo mondo che mi vuole uguale agli altri, la vera scoperta è sapere che io sono unico, che la ricchezza più grande che possiedo sono proprio io!
“Io sono unico!”: solo quando un ragazzo arriva a far propria questa convinzione diventa davvero libero. Fino ad allora rimane nel limbo della dipendenza dai modelli che ha scelto per orientare la propria vita e non è difficile che questa sia accompagnata da sofferenze ed errori, come quello di scambiare l’originalità con la stravaganza oppure con l’assenza di legami.
A volte, per voler essere originali a tutti i costi, dimentichiamo la nostra storia, il nostro ambiente, le nostre relazioni, la nostra responsabilità sugli altri, la vita reale… E non consideriamo che l’originalità consiste, come diceva Gaudì, nel tornare alle origini. Senza storia personale non nascono storie, come ci ricorda Alessandro D’Avenia.
Vorrei non avere questi genitori, vorrei non essere nato in questa città, vorrei essere di un’altra condizione sociale, vorrei, vorrei… Ok, ma spesso la realtà è un’altra. E il modo migliore perché la mia vita diventi quella storia particolarissima che solo io posso scrivere su questa terra, è partire dalla mia storia personale, che tiene conto della mia famiglia, della mia città, della mia condizione sociale.
E’ questo lo sfondo grazie al quale potrò dare rilievo al personaggio che sono io stesso. Come in un quadro, dove le luci risaltano proprio grazie alle ombre e viceversa.
Solo se ci accettiamo per quello che siamo potremo fare di noi stessi, della nostra originalità, un dono. Altrimenti che cosa potremo donare agli altri? Quando facciamo un regalo a una persona a cui vogliamo bene, i primi a cui il regalo deve piacere siamo proprio noi. Chi di noi regalerebbe alla propria ragazza, nel giorno del suo compleanno, una copia sbiadita de I promessi sposi? Con tutto il rispetto per il capolavoro di Manzoni, sarebbe l’inizio della fine della storia…

Vincere la paura di andare a fondo.
Quante volte ci è capitato: nessuno riesce a comprenderci, ci sembra di essere intrappolati in un sistema, in un meccanismo a cui non si può sfuggire... Fare progetti? Inutile, tanto non si avverano mai. Avere dei sogni? Sono cose da bambini. Meglio lamentarsi, è così semplice. Il problema alla base di tutto il malessere che c'è tra i ragazzi è il non sapere più chi si è. Si cerca un'identità-stereotipo perché non si riesce più a crearne una vera... Abbiamo paura di quello che siamo davvero, della verità...
Così scriveva una liceale in un tema. Ancora una volta emerge la paura di conoscersi, che spinge a rimanere sulla superficie delle cose.
Una paura tutto sommato comprensibile e naturale. Scrivevo all’inizio che gli adolescenti tendono a essere superficiali per natura, di una superficialità che normalmente decresce col passare dell’età. Iniziano a conoscersi partendo dall’esterno, e, poco alla volta, scoprono la propria interiorità e la propria identità.
Ma fino a quando rimangono in superficie – e questo vale anche per gli adulti – corrono il rischio di sentire male la realtà, di non saperla cogliere in tutta la sua pienezza.
Quante ragazze si lamentano della superficialità del loro ragazzo, che pensa al calcio mentre magari loro stanno passando un brutto momento, di cui lui non si accorge neanche?
Il superficiale sente male la realtà, anche la propria; per questo fa fatica a riconoscere persino la sua identità. E se una persona non trova la propria identità, la cosa più probabile è che la prenda in prestito fuori di sé.
Non è strano allora che si senta la necessità di apparire, presentandosi con la cinta o il cappellino firmati, con i pantaloni a vita bassa, o il piercing, o il tatuaggio senza il quale si sentirebbe uno sfigato fuori dal gruppo.
Una persona che ha un’identità presa in prestito si ritrova presto o tardi sola e vuota. Avrà difficoltà a costruire un progetto della sua vita e, inevitabilmente, andrà alla ricerca di emozioni forti che lo aiutino a colmare il vuoto che porta dentro. Ricordate il “Carpe diem” di Orazio, reso ancora più celebre da un famoso film di qualche anno fa?
Carpe diem, quam minimum credula postero: cogli l’attimo, confidando il meno possibile nel domani, scriveva il poeta latino. Un motto fatto proprio da molti ragazzi che, timorosi di confrontarsi con sé stessi, non provano neanche a reggere il peso di un futuro che fa loro solo paura.
Non è raro ascoltare frasi del genere: a che serve progettare il futuro? Il mondo non lo posso cambiare. Ma posso fare vibrare il “mio” mondo. Meglio vivere come se il mondo finisse domani. Ma se tutto dipende dal momento presente e si vive come se il domani non ci fosse, allora ogni attimo presente assume una dimensione enorme e dinanzi a qualsiasi cosa che non soddisfa o delude si avverte un senso di tragedia e irrimediabilità.
Senza la dimensione del futuro tutto si fa drammatico, anche un brufolo davanti allo specchio diventa motivo per non uscire di casa quel giorno.
Di fronte a tutto ciò, la risposta migliore è quella di alimentare la dimensione del desiderio, inteso come la capacità di immaginarsi, nel tempo, migliori di come si è adesso. Un desiderio che, a differenza dell’illusione, si fonda su un progetto realistico. Un desiderio che sarà la spinta per fare della propria vita qualcosa di veramente grande.
E dato che ho riportato la frase di Orazio, citata ne L’attimo fuggente, mi piace chiudere queste riflessioni con una delle frasi più belle che il prof. Keating rivolge ai suoi ragazzi: che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.
Quale sarà il tuo verso?

Articolo pubblicato sul numero di ottobre di Dimensioni Nuove

venerdì 20 maggio 2011

Quale sarà il tuo verso?

Lettere ad un teenager/5

“I ragazzi, oggi, non si fanno tante domande sul senso della vita, sulla loro identità, sul loro futuro. Vanno avanti a forza di emozioni.

Quelle domande se le pongono solo se incontrano lungo la loro strada la sofferenza. Allora, forse...”

Così mi diceva un amico con il quale parlavo di come riaccendere il cuore, spesso stanco e svogliato, di tanti ragazzi.

Faccio fatica a credere che un ragazzo, una ragazza, non si facciano mai queste domande a meno che non vadano a sbattere violentemente contro il muro della sofferenza. Non ci credo. Semmai le domande, come la voglia di rendere grande la propria vita, sono come atrofizzate dal vento freddo che viene dal mondo… quasi sempre dal mondo degli adulti.

Come credere in me stesso? Come fare per essere contento di quello che sono e non cercare di apparire per quello che vorrei? Qual è la mia identità? Chi sono? Chi voglio diventare? Per chi vivo?

Sono solo alcune delle domande che, prima o poi, tutti ci facciamo. Che, prima o poi, tu ti fai. Forse sarebbe più comodo ignorarle, sarebbe più comodo far finta di niente. Ma non è nella natura umana, recitava qualche anno fa il protagonista di una famosa serie TV, nel corso della prima puntata.

No, sono domande che non si possono ignorare. Esigono una risposta, dalla quale dipende la tua felicità.

Da dove partire? Riconosco che non è facile; prova a partire dalla conclusione. Dalla certezza – perché è così – che tu sei unico al mondo. Dalla convinzione che, come te, non c’è e non ci sarà mai nessun altro che potrà scrivere la storia che tu solo sei venuto a raccontare. Una storia che, senza di te, lascerà per sempre un vuoto – non importa se piccolo o grande – che non potrà mai essere colmato.

Come te non c’è nessuno mai. Per arrivare a questa conclusione, devi imparare a conoscerti; non basta farlo, devi volerlo fare. Puntare dritto al fondo del tuo cuore, allontanarti dalla superficie, dove è più facile stare; non costa sforzo rimanere in superficie ma così non scoprirai mai chi sei veramente. Dopo aver scoperto chi sei, potrai fare il secondo passo: volerti bene per quello che sei. E allora, solo allora, diventerai capace di volere bene a un’altra persona.

Ma di questo parleremo un’altra volta.

Continua a seguirmi nelle prossime lettere: cercherò di accompagnarti in quella che, usando le parole di un famosissimo film, per te potrebbe essere la scoperta più bella della tua vita: che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.

Quale sarà il tuo verso?


Articolo pubblicato sulla versione online della rivista Familiaria

venerdì 11 febbraio 2011

Con Facebook sei sempre in vetrina

Lettere a un teenager/2

- E' successo, ok. Ma chiediti il perchè.
- Chieditelo tu... lo sai benissimo...
- La colpa non è per forza SOLO degli altri
- In questo caso la colpa non è mia...
- Non puoi esserne sicura
- Lo sono e come...
- Come no..
- Pensa ciò che vuoi... non mi interessa...
- Naturalmente

E’ un dialogo reale. Sono le parole di due ragazzi che si sono appena lasciati. Per una incomprensione, forse, questo non lo so. Posso solo immaginarlo. Ma so che si sono lasciati.
L’ho scoperto ieri per caso, quando su Facebook ho letto che lui, che è uno dei miei amici della grande rete, era tornato single. Questo mi aveva spinto ad andare sul suo profilo e cercare di capire che cosa fosse successo, dato che sapevo che stava con una ragazza da tanto tempo.

E sempre dal suo profilo su Facebook ho intuito che probabilmente ha passato una delle giornate più malinconiche della sua vita.
Ma so che non ha perso la speranza di rimettersi con lei. Anche questo lo ha scritto sulla sua pagina di Facebook: Non ho davvero rinunciato. Ma tu non ti fidi di me.
Un messaggio rivolto a lei, ma letto da tutti i suoi amici…

Ho sempre pensato che se vuoi sapere qualcosa su una persona, basta che la cerchi su Facebook: nove volte su dieci funziona. Sì, perché di tutto quello che si può dire sul social network più famoso del mondo, c’è una cosa che, da sempre, mi mette paura: la sua capacità di farci svendere il tesoro più prezioso che abbiamo dentro, la nostra intimità.

E’ una idea che ho realizzato pienamente il giorno in cui un amico mi disse:
- e quindi domenica non farai più quella gita?
- e tu come fai a saperlo?, gli chiesi.
- l'ho letto su Facebook…
Da allora ho capito di avere a che fare con uno strumento capace di svuotarmi della mia intimità e di metterla a disposizione di tutti.
Non ho lasciato Facebook, però. Ho solo deciso di guardarmi bene dall'occhio di questo Grande fratello virtuale che mette sulla pubblica piazza le vicende personali dei suoi utenti.
Sì, perché ci sono cose di noi che possono e devono conoscere solo le persone che se lo meritano, le persone che amiamo e che ci amano: i sentimenti più nobili, i pensieri più profondi, gli episodi più toccanti - nel bene e bel male - della nostra vita, gli amori, le passioni.
E’ il tesoro che ciascuno di noi si porta dentro e che è disposto a svelare solo a pochi privilegiati: l'amico del cuore, la sua ragazza, suo padre, sua madre. Non a tutti.

Pensaci un momento. Probabilmente tu usi Facebook.
E magari lì i tuoi amici sono centinaia. Bene.
Ma a quanti di loro, se li avessi davanti a te, diresti che ti sei appena lasciato con la tua ragazza? Forse a uno o due.
E a quanti racconteresti quello che vi siete detti? Forse a nessuno.
Perché sono fatti tuoi.
Appunto.

Articolo pubblicato sulla versione online della rivista Familiaria

venerdì 21 gennaio 2011

Costruiamo ponti, non barriere

Lettere a un teenager/1

Reduce da un anno di incontri con alcune centinaia di liceali in giro per la Sicilia. Argomento degli incontri, ogni volta, la comunicazione con i genitori.

Un tema caldo, sentito come un macigno da chi, a 15 anni, fa di tutto per mostrare al mondo, ma soprattutto ai suoi, che non è più un ragazzino.

Da un lato la sfida lanciata con tutte le forze del corpo e dello spirito: Io sono ormai grande!

Dall’altro un muro alzato, spesso inconsapevolmente, da chi continua a vederti come il suo bambino e continua a dirti con i fatti più che con le parole che “non hai ancora l’età per fare questo e quello…”

E tu soffri. Perché vorresti che i tuoi ti comprendessero e ti ascoltassero di più, si fidassero di te, pensassero che anche loro hanno avuto la tua età, che dessero più importanza ai tuoi problemi e la smettessero di continuare a ripetere “non preoccuparti, è l’età, passerà…”

Eh sì, è proprio difficile per un genitore capire il mondo dei propri figli quindicenni. Eppure negli occhi dei ragazzi e delle ragazze che ho incontrato – e forse anche nei tuoi – si leggeva il desiderio di avere un rapporto forte e sincero con i propri cari, nonostante le incomprensioni che sempre ci saranno nella vita. Come fare? – si chiedevano.

Sono sicuro che te lo chiedi anche tu.

Una risposta definitiva e che fosse sempre valida non l’abbiamo trovata, ovviamente; ma forse abbiamo trovato (o meglio riscoperto) il segreto per comunicare tra due mondi che necessariamente sono diversi. E questo segreto sta nell’amore; nell’amore disinteressato; nell’amore di chi si sforza di mettersi nei panni dell’altro per capire il suo mondo; di chi prova a costruire ponti invece di innalzare barriere.

“L’unica cosa di cui mi lamento è che mi chiedono ogni giorno «come è andata a scuola?», perché credo che se mi assillano così è peggio e inutile: glielo dico comunque senza bisogno che me lo chiedono”, diceva una ragazza.
“Dovrebbero cambiare soprattutto loro, perché alla fine anche se io non sono d’accordo sono loro che decidono quello che vogliono”, sosteneva un’altra.

E’ vero, sono i genitori che spesso sbagliano il modo di confrontarsi con te; e sono loro che dovrebbero essere i primi a cambiare il proprio atteggiamento.

Ma hai pensato a quanto tu li puoi aiutare facendo il primo passo? “… glielo dico comunque senza bisogno che me lo chiedono…”


Articolo pubblicato sulla versione online della rivista Familiaria

sabato 25 dicembre 2010

Il Natale ci ricorda che tu sei la rosa

Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…, disse la volpe al piccolo Principe.

Oggi è Natale.
Quanti sanno che oggi è Natale? Tanti…
Quanti sanno perché oggi è Natale? Tanti, ma forse non troppi…
Quanti oggi vivranno il senso autentico del Natale? Forse pochi.

Tra questi pochi non possiamo mancare tu ed io.

E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante. Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare.

Duemila anni fa Dio ha perduto ben più del tempo per la sua rosa.
Ha perduto l’eternità, entrando nella finitezza umana.
Ha perduto la regalità, facendosi bambino indifeso.
Ha perduto la divinità, diventando uomo.
Ha perduto tutto se stesso, per amore della sua rosa: tu ed io.
Per questo siamo così importanti.

Oggi si festeggia il compleanno del più grande educatore di sempre, di Colui che ha reso la sua rosa così importante da dare per essa persino la propria vita.

Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare.

Almeno non dobbiamo dimenticarla tu ed io, che stiamo coltivando le rose di domani.
E forse domani non saremo più in pochi a godere della gioia vera del Natale.