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venerdì 22 giugno 2012

Ana e Mia: quando l’alimentazione diventa un problema.


La mia vita è controllata da due personalità: Ana e Mia. Ana mi fa stare bene, mi fa sentire bella, mi fa sentire importante, mi fa sentire libera. Mia mi uccide dentro, mi fa sbagliare, mi rende brutta, mi rende cattiva, mi rende un fallimento. Due personalità contrastanti ma così legate l'una all'altra...Si alternano, si intrecciano, mi fanno diventare pazza. Devo uccidere mia prima che lei uccida me e la ucciderò grazie ad ana.
Inizia così il mio viaggio alla scoperta di un mondo a me sconosciuto, fatto di ragazzi ma soprattutto ragazze alle prese con due tra i disordini alimentari più diffusi e devastanti che esistono tra gli adolescenti: l’anoressia e la bulimia.
L’anoressia, che significa letteralmente “senza appetito”, spinge una persona a ridurre fino a quasi interrompere la propria alimentazione per la paura ossessiva di ingrassare. La persona anoressica non prende cibo e fa di tutto per dimagrire: spesso vomita per evitare di metabolizzare il cibo ingerito.
Molto simile all’anoressia è la bulimia, che significa letteralmente “fame da bue”: essa consiste in uno smodato desiderio di mangiare, seguito da forti sensi di colpa che portano la persona bulimica a voler eliminare il cibo ingerito attraverso il vomito autoindotto o l’uso esasperato di lassativi.
Due malattie di cui si parla meno di quanto si dovrebbe e attorno alle quali esiste un mondo nascosto e spesso clandestino costituito da centinaia di siti, blog e forum che coinvolgono migliaia di adolescenti e non solo.

Quello che si legge sul web fa rabbrividire e dà l’idea di quanta sofferenza ci sia dietro queste due malattie:
“Toglietevi dalla testa che vomitando risolvete la schifosissima abbuffata in cui siete cadute! L’abbuffata non è ammissibile! E’ solo in caso di emergenza, deve essere un gesto estremo, all’abbuffata non bisogna mai arrivarci! MAI! ANA è ordinata, pulita, perfetta! Ti mette il potere e il controllo nelle mani…”
E ancora:
“Vomito incessantemente tutto il giorno e più vomito più mi sento in colpa, più mi faccio schifo, più mangio e più vomito”.
Ancora più inquietante è quest’altra testimonianza:
“Ho 16 anni e l’anno scorso ero ana pesavo 34/35 kg x 1,66 di altezza. Poi ho deciso di uscirne e a giugno pesavo 49 kg e non ero né ana né mia. Ora, però purtroppo sono mia e voglio tornare ana!!!ciao un bacio a tutte…”

Si tratta di un mondo che, se da un lato mi è distante – sono un educatore, non uno psicologo o un medico -, dall’altro mi inquieta per le conseguenze devastanti che ha su molti adolescenti.
Si tratta di malattie che richiedono interventi specialistici, di ambito soprattutto psichiatrico oltre che alimentare. Tuttavia da educatore mi interrogo su quali siano le cause che portano molti ragazzi ma soprattutto ragazze ad avere con il proprio corpo un rapporto così conflittuale da rovinare la propria esistenza e, ovviamente, quella di chi sta loro accanto.
Mi rendo conto che probabilmente le cause sono tante e complesse ma non riesco a credere che, di fronte alla non accettazione patologica del proprio corpo, non ci sia anche una carenza educativa da parte di chi quella accettazione dovrebbe favorirla sin dalla nascita, ossia i genitori.
Lungi da me il desiderio di colpevolizzare chi spesso soffre con i figli e più dei figli per una situazione dolorosa e difficile da gestire.

Tuttavia non posso fare a meno di chiedermi: dove sono i genitori quando uno dei loro figli comincia a dimagrire in maniera così vistosa da scomparire quasi dietro ai vestiti? Come fanno a non accorgersene? Che modelli offrono ai loro figli perché questi possano identificarsi con essi? Quanto dialogo cercano di instaurare con loro sin da quando sono bambini?
Forse queste sembreranno domande semplici e scontate. Tuttavia è con azioni semplici e abituali che si formano i figli. L’educazione non è mai frutto di pratiche eccentriche o straordinarie. Straordinari sono quegli interventi che diventano necessari per sistemare qualcosa che a un certo punto ha smesso di funzionare correttamente. Non sarebbe meglio pensarci prima?

Articolo pubblicato sulla versione online di Familiaria

venerdì 20 gennaio 2012

Amici su Facebook? Sì, ma di presenza è più bello

Una scena vista altre volte: un centinaio di vivaci liceali con cui confrontarmi su un tema che sta a entrambi a cuore, l’amicizia. La sfida? Quella di capire assieme se Facebook può aiutare o meno ad essere amici. Voi che ne dite?
Vi racconto come è andata. Entro in aula e alcuni mi osservano quasi come se fossi un marziano da cui difendersi: sono pur sempre un adulto e gli adulti appartengono per principio alla categoria degli “esseri strani da cui prendere le distanze”.
Racconto loro la storia di due ragazzi che litigano sulla bacheca di Facebook, sotto gli occhi dei loro “amici”. I lettori di questo sito la ricorderanno; gli altri potranno rileggerla qui.
Risate, meraviglia, commenti del tipo “che scemi questi due” e “ma tanto a me non succede”.
Poi cominciamo a dirigerci verso il centro del nostro discorso: quali sono le caratteristiche dell’amicizia?
I ragazzi si lanciano in un elenco interminabile: coerenza, affetto, divertimento, onestà, fare cose stupide assieme, fiducia, avere interessi comuni, lealtà, fedeltà, rispetto, stima, aiutarsi nel momento del bisogno, complicità, casualità, perdono, gratuità… Forse ne dimentico qualcuna ma queste bastano da sole per mostrare che cosa c’è nei cuori di questi ragazzi. E mi piacerebbe tanto farlo vedere a certi adulti che fanno una gran fatica a guardarli bene, questi cuori.

Poi arriva il momento più importante: bisogna cancellare dalla lista ciò che non è proprio necessario all’amicizia, quello che se c’è è meglio ma, se qualche volta manca, siamo amici lo stesso. Ed ecco che parte, non senza fatica, l’esclusione degli accessori: la complicità, l’intesa e la disponibilità, che a volte possono mancare; il sostegno che in alcuni casi, anzi, è meglio non dare se non condivido quello che il mio amico sta facendo.
Ci areniamo per un po’ sul fare cose stupide assieme, sul divertimento, sullo stare assieme fisicamente; alcuni maschi non riescono proprio a escludere il divertimento dall’abc dell’amicizia.
Con il consenso di alcune ragazze cerco di chiedere loro se non sia possibile essere amici anche se non sempre ci si diverte assieme, ma non c’è verso di far cambiare idea. E’ proprio vero, gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere…
Alla fine vince la maggioranza e anche gli ultimi accessori saltano.
Rimangono solo gli ingredienti che compongono due pilastri dell’amicizia.
Il primo è la condivisione dell’intimità: tu sei mio amico perchè con te e solo con te condivido qualcosa di molto personale. Per la nostra amicizia c’è bisogno di fiducia, stima, fedeltà.
Il secondo è la chiarezza di identità tra gli amici. Rimango tuo amico solo se tu sei autenticamente te stesso. Per questo ti voglio sincero, coerente, leale. Altrimenti smetto di esserti amico appena ho il sospetto che stai indossando una maschera.

A questo punto arrivo alla conclusione, con una domanda che lascio ai ragazzi: se non si può essere amici senza condivisione dell’intimità e senza consapevolezza di avere davanti una persona autentica, come può svilupparsi un’amicizia se la mia vita si svolge per tanto, troppo, tempo su Facebook, che dell’identità e dell’intimità ha decretato la morte?
Mi accorgo che la risposta non è così scontata, perché è difficile mettere anche per un attimo in discussione ciò che credi ti sia entrato dentro fino a essere quasi parte di te…
Ma il dubbio è stato posto e questo era l’obiettivo.
La stessa domanda pongo a voi lettori, non senza dirvi che alla fine dell’incontro me ne sono tornato a casa per l’ennesima volta con una convinzione: con questi ragazzi è possibile cambiare il mondo. Basta solo crederci e farlo credere loro. Forse così ci guarderanno con occhi diversi: gli occhi di chi sa che può contare su di te.

Articolo pubblicato sul blog della rivista Familiaria

domenica 9 ottobre 2011

Come me nessuno mai


Chi sono io? Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non si è posto questa domanda. Ed il momento in cui lo ha fatto è stato quasi sempre l’inizio dell’adolescenza, che molti chiamano l’età delle domande: chi sono io? Perché sono qui? E, soprattutto, che cosa sono venuto a fare in questo mondo? Quale sarà il mio compito?
Sono domande impegnative, che richiedono risposte altrettanto impegnative.
A volte, però, si ha come l’impressione che una persona giovane non si ponga più di tanto queste domande e che preferisca rimandare tutto a un momento successivo più o meno indefinito, quando si sentirà adulta. Ma quando possiamo dire di essere diventati adulti? E, soprattutto, per la società in cui viviamo, quando possiamo considerarci adulti?
Qualche anno fa, un noto scrittore italiano di libri per adolescenti, in un’intervista rilasciata all’apice del suo successo – era da poco uscito un film tratto da un suo romanzo – disse: Ormai ho fatto le spalle larghe alle critiche, e considerato che come autore televisivo me ne hanno dette di tutti i colori, quelle sui libri e i film le considero un lusso. Quando sarò grande recupererò con i critici scrivendo un libro di quelli che piacciono a loro…
Per la cronaca, l’intervista è del 2008 e la persona in questione è nata nel 1963. A voi il compito di calcolare la sua età e giudicare il suo “quando sarò grande”…
Adulti che sono rimasti eterni adolescenti, film che fanno della frivolezza lo stile di vita prediletto dalle nuove generazioni, canzoni, videoclip e spot pubblicitari che presentano la vita come un gioco, educatori (prof e genitori in primis) in crisi di identità: come si fa a non pensare che tutto ciò non spinga a rimanere tremendamente superficiali?
Forse qualcuno storcerà il naso; ma credo che non sia così sbagliato pensare che un adolescente tenda per natura ad essere superficiale. Ma sono altrettanto convinto che accanto a questa “leggerezza” è facile trovare anche il desiderio di fare della propria vita qualcosa di grande.
“I ragazzi, oggi, non si fanno tante domande sul senso della vita, sulla loro identità, sul loro futuro. Vanno avanti a forza di emozioni.
Quelle domande se le pongono solo se incontrano lungo la loro strada la sofferenza. Allora, forse...”
Così mi diceva un amico al quale confidavo il mio desiderio di comprendere il cuore e la vita di tanti ragazzi.
Un’affermazione che mi ha fatto pensare: sarà vero che un ragazzo, una ragazza, non si fanno mai queste domande a meno che non vadano a sbattere violentemente contro il muro della sofferenza?

La paura di non piacere
Mi chiedo se quello che succede ai ragazzi non sia tanto che essi non si facciano le domande importanti della vita, ma che abbiano una paura matta di rispondere: la paura di non piacersi, di non essere come essi vorrebbero, o di come gli altri li vorrebbero. La paura di sentirsi sfigati, per utilizzare un termine molto usato da loro stessi.
Una paura che spinge a nascondersi dietro la maschera dell’apparenza, del voler essere come gli altri, come alcuni altri in particolare: quel personaggio della TV, quel cantante, quello sportivo, quel compagno di classe che lui sì che è un figo
È l’eterno dilemma dell’essere o dell’apparire, del mostrare le nostre luci e ombre oppure illuderci di far vedere agli altri solo le luci che ci rendono come vorremmo essere.
Non è facile. Qualche tempo fa leggevo su un forum: E' da sottolineare anche che noi adolescenti, fintanto che siamo adolescenti, non abbiamo una forma precisa. Essendo capaci da poco tempo di ragionare con la propria testa siamo alla continua scoperta di cose nuove, ci riempiamo di troppe cose e fino a quando non metteremo ordine a tutto questo contenuto saremo ragazzi dalla personalità indefinita, dalla forma indefinita...
Non è facile. Eppure è questa la sfida da vincere, che ogni adolescente, in fondo, vuole vincere, anche se ne ha una paura matta. Come cambierà la vita di un ragazzo nel momento in cui egli affermerà con convinzione: In questo mondo che mi vuole uguale agli altri, la vera scoperta è sapere che io sono unico, che la ricchezza più grande che possiedo sono proprio io!
“Io sono unico!”: solo quando un ragazzo arriva a far propria questa convinzione diventa davvero libero. Fino ad allora rimane nel limbo della dipendenza dai modelli che ha scelto per orientare la propria vita e non è difficile che questa sia accompagnata da sofferenze ed errori, come quello di scambiare l’originalità con la stravaganza oppure con l’assenza di legami.
A volte, per voler essere originali a tutti i costi, dimentichiamo la nostra storia, il nostro ambiente, le nostre relazioni, la nostra responsabilità sugli altri, la vita reale… E non consideriamo che l’originalità consiste, come diceva Gaudì, nel tornare alle origini. Senza storia personale non nascono storie, come ci ricorda Alessandro D’Avenia.
Vorrei non avere questi genitori, vorrei non essere nato in questa città, vorrei essere di un’altra condizione sociale, vorrei, vorrei… Ok, ma spesso la realtà è un’altra. E il modo migliore perché la mia vita diventi quella storia particolarissima che solo io posso scrivere su questa terra, è partire dalla mia storia personale, che tiene conto della mia famiglia, della mia città, della mia condizione sociale.
E’ questo lo sfondo grazie al quale potrò dare rilievo al personaggio che sono io stesso. Come in un quadro, dove le luci risaltano proprio grazie alle ombre e viceversa.
Solo se ci accettiamo per quello che siamo potremo fare di noi stessi, della nostra originalità, un dono. Altrimenti che cosa potremo donare agli altri? Quando facciamo un regalo a una persona a cui vogliamo bene, i primi a cui il regalo deve piacere siamo proprio noi. Chi di noi regalerebbe alla propria ragazza, nel giorno del suo compleanno, una copia sbiadita de I promessi sposi? Con tutto il rispetto per il capolavoro di Manzoni, sarebbe l’inizio della fine della storia…

Vincere la paura di andare a fondo.
Quante volte ci è capitato: nessuno riesce a comprenderci, ci sembra di essere intrappolati in un sistema, in un meccanismo a cui non si può sfuggire... Fare progetti? Inutile, tanto non si avverano mai. Avere dei sogni? Sono cose da bambini. Meglio lamentarsi, è così semplice. Il problema alla base di tutto il malessere che c'è tra i ragazzi è il non sapere più chi si è. Si cerca un'identità-stereotipo perché non si riesce più a crearne una vera... Abbiamo paura di quello che siamo davvero, della verità...
Così scriveva una liceale in un tema. Ancora una volta emerge la paura di conoscersi, che spinge a rimanere sulla superficie delle cose.
Una paura tutto sommato comprensibile e naturale. Scrivevo all’inizio che gli adolescenti tendono a essere superficiali per natura, di una superficialità che normalmente decresce col passare dell’età. Iniziano a conoscersi partendo dall’esterno, e, poco alla volta, scoprono la propria interiorità e la propria identità.
Ma fino a quando rimangono in superficie – e questo vale anche per gli adulti – corrono il rischio di sentire male la realtà, di non saperla cogliere in tutta la sua pienezza.
Quante ragazze si lamentano della superficialità del loro ragazzo, che pensa al calcio mentre magari loro stanno passando un brutto momento, di cui lui non si accorge neanche?
Il superficiale sente male la realtà, anche la propria; per questo fa fatica a riconoscere persino la sua identità. E se una persona non trova la propria identità, la cosa più probabile è che la prenda in prestito fuori di sé.
Non è strano allora che si senta la necessità di apparire, presentandosi con la cinta o il cappellino firmati, con i pantaloni a vita bassa, o il piercing, o il tatuaggio senza il quale si sentirebbe uno sfigato fuori dal gruppo.
Una persona che ha un’identità presa in prestito si ritrova presto o tardi sola e vuota. Avrà difficoltà a costruire un progetto della sua vita e, inevitabilmente, andrà alla ricerca di emozioni forti che lo aiutino a colmare il vuoto che porta dentro. Ricordate il “Carpe diem” di Orazio, reso ancora più celebre da un famoso film di qualche anno fa?
Carpe diem, quam minimum credula postero: cogli l’attimo, confidando il meno possibile nel domani, scriveva il poeta latino. Un motto fatto proprio da molti ragazzi che, timorosi di confrontarsi con sé stessi, non provano neanche a reggere il peso di un futuro che fa loro solo paura.
Non è raro ascoltare frasi del genere: a che serve progettare il futuro? Il mondo non lo posso cambiare. Ma posso fare vibrare il “mio” mondo. Meglio vivere come se il mondo finisse domani. Ma se tutto dipende dal momento presente e si vive come se il domani non ci fosse, allora ogni attimo presente assume una dimensione enorme e dinanzi a qualsiasi cosa che non soddisfa o delude si avverte un senso di tragedia e irrimediabilità.
Senza la dimensione del futuro tutto si fa drammatico, anche un brufolo davanti allo specchio diventa motivo per non uscire di casa quel giorno.
Di fronte a tutto ciò, la risposta migliore è quella di alimentare la dimensione del desiderio, inteso come la capacità di immaginarsi, nel tempo, migliori di come si è adesso. Un desiderio che, a differenza dell’illusione, si fonda su un progetto realistico. Un desiderio che sarà la spinta per fare della propria vita qualcosa di veramente grande.
E dato che ho riportato la frase di Orazio, citata ne L’attimo fuggente, mi piace chiudere queste riflessioni con una delle frasi più belle che il prof. Keating rivolge ai suoi ragazzi: che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.
Quale sarà il tuo verso?

Articolo pubblicato sul numero di ottobre di Dimensioni Nuove

venerdì 22 luglio 2011

Femminilità. Inseguire i propri sogni si può, senza dimenticare ciò che si è.

Non è un film ma la realtà: lo sapevate che esiste un luogo dove è vietato chiamare i bambini usando il pronome “lei” o “lui”, ma solo quello neutro “hen”? Succede in un’isoletta della Svezia, dove il delirio dell’ideologia ha realizzato un asilo il cui progetto pedagogico, in ossequio alla lotta contro la discriminazione sessuale, è quello di crescere i bambini nella maniera più neutrale possibile.
La società si aspetta che le bambine siano femminili, dolci e carine e che i bambini siano rudi, forti e impavidi. Egalia - è il nome dell’asilo - dà invece a tutti la meravigliosa opportunità di essere quel che vogliono”. Così si esprimeva una delle insegnanti dell’asilo svedese in un articolo apparso su un quotidiano nazionale qualche settimana fa.
Non è di identità di genere che parleremo in queste righe; tuttavia ho voluto cominciare con questo esempio perché sono convinto che se chiedessi ad un ragazzo di dirmi come immagina la sua ragazza, probabilmente tra le sue parole non mancherebbero aggettivi come femminile, dolce, carina… Proprio le parole che fanno paura all’insegnante svedese.

Femminile, dolce, carina: aggettivi che difficilmente smetteranno di accompagnare, nell’immaginario maschile, l’ideale della donna da amare. Non che molte donne non siano anche forti, coraggiose, determinate; ma non sono queste le qualità che, almeno inizialmente, un uomo cerca in una donna.
Eppure è innegabile che le ragazze di questo scorcio di millennio sono profondamente diverse dalle loro coetanee di qualche anno fa. Come e in che cosa è cambiato allora l’universo femminile odierno?
Una ragazza mi raccontava di aver trovato in soffitta il libro di educazione tecnica delle scuole medie di sua madre e di essere rimasta stupita per il fatto che era tutto fuorché l'educazione tecnica che aveva studiato lei. Si intitolava "Il mio domani"ed era praticamente un manuale della brava casalinga: come usare i nuovi elettrodomestici (aspirapolvere, lucidatrice), come stirare bene, come togliere le macchie, ecc...

Forse è questa una prima grande novità del nostro tempo: le aspirazioni delle ragazze sono cambiate profondamente; esse vogliono realizzarsi negli studi compiuti liberamente anche lontano da casa, hanno maggiori aspirazioni in ambito lavorativo, guardano prima al lavoro e poi alla famiglia.
Meglio o peggio, verrebbe da chiedersi? Probabilmente nessuno dei due. Semplicemente vivono in un mondo che è cambiato e che quindi richiede nuovi modelli di riferimento per realizzare la propria femminilità.
Una cosa però mi pare sia rimasta invariata in un’adolescente di oggi come di trent’anni fa: il forte desiderio di rendere grande la propria vita. Per questo le ragazze non smettono mai di sognare. Una capacità che, ne sono convinto, oggi è uno dei punti di forza dei giovani; forse perché risalta maggiormente, a confronto con la delusione tipica di molti adulti, che invece non sognano più…
I sogni, però, devono fondarsi sulla realtà concreta perché possano trasformarsi in progetti. Altrimenti rimangono solo sogni e quasi sempre, quando è così, deludono profondamente.
E qui tocchiamo un tasto dolente. Vero è che i ragazzi e le ragazze sanno fantasticare sulla propria vita; non è raro, però, che questa capacità di sognare si spenga dopo le prime delusioni. Oggi, infatti, diventa sempre più frequente trovare ragazze che già a vent’anni non credono più che la vita possa renderle felici. Come mai? Esse hanno più opportunità, maggiore libertà, più facilità negli spostamenti e nell’ottenere ciò che vogliono, eppure non basta a evitare la disillusione che è sempre più diffusa. Questa contraddizione mi sembra un’altra grande differenza tra le adolescenti di oggi e quelle di qualche anno fa.

Che dire poi della “intraprendenza” che molte ragazze mostrano nelle relazioni affettive? Chi può negare che fino a pochi anni fa l’iniziativa in questo campo era una prerogativa dell’uomo, mentre oggi sembra quasi che i ruoli si siano invertiti? Per di più si assiste in misura crescente ad una vera e propria mascolinizzazione delle ragazze: molte di esse sono diventate più maschili nel modo di vestire, nei modi fare e anche nel linguaggio. Mi chiedo se e quanto questa caratteristica, tipicamente attuale, possa condizionarle negativamente nella loro realizzazione personale di donne.
Leggevo qualche settimana fa che in Inghilterra una donna su tre prende psicofarmaci contro la depressione. L’autrice dell’articolo si chiedeva se la causa di ciò fosse da addebitarsi alla perdita del senso di essere donna: non sarà l’eccessiva emancipazione – diceva – a far perdere la bussola alle donne su chi sono veramente?
Penso che sia difficile poter dimostrare questa tesi, ma sembra comunque certo che oggi le ragazze sono estremamente fragili ed esposte a rischi che fino a qualche anno fa erano molto ridotti, se non del tutto inesistenti.
Un esempio? La disillusione sull’amore, che agli occhi di molte di esse diventa sempre meno definitivo e sempre più precario; quante ragazze, dopo le prime delusioni, fanno una gran fatica a continuare a credere ad un amore eterno! “A che serve se tanto prima o poi finisce?”, sembrano dire con il loro atteggiamento disilluso e a volte cinico.
Personalmente penso che sia difficile spegnere definitivamente il desiderio dell’amore che dura per sempre, innato in ogni persona. Ma la tentazione di non crederci più è costantemente dietro l’angolo.

Ecco allora come appaiono molte ragazze oggi: fragili, disorientate e confuse. L’anticipo del periodo in cui avvengono le prime mestruazioni (cinquant’anni fa era intorno ai 13-14 anni, oggi siamo scesi a 10-11 anni) non corrisponde ad una maturazione contestuale della psiche e del carattere. Le ragazze si sentono presto grandi ma in realtà sono più piccole di quanto sembrano. Ed in questo non vengono neanche supportate dai loro coetanei maschi, che sono decisamente più immaturi di esse e che fanno una grande fatica ad assumersi le proprie responsabilità.
Tempo fa una diciassettenne scriveva su un forum il motivo per cui fosse convinta che non c’era nulla di male nell’avere una “storia” anche con un quarantenne. Scriveva: oggi la società è senza modelli e senza valori, quindi perché non innamorarsi di un uomo di 40 anni che è molto maturo rispetto ad un ragazzo di 17 anni che si fa manovrare da una falsa società? Parole che si commentano da sole…

Mi rendo conto che non è facile fermarsi a queste poche considerazioni nel trattare un tema che meriterebbe ben altro approfondimento. E’ un limite che diventa ancora più evidente nel momento in cui si prova a trarre delle conclusioni.
Che dire? E’ fuori discussione che le adolescenti del terzo millennio sembrano avere maggiori potenzialità rispetto alle coetanee di qualche decennio fa. Nessuno lo nega.
Eppure per essere pienamente donna, per realizzarsi, non basta avere più chances. Non è questo l’essenziale.
Agli educatori, ma soprattutto alle educatrici – penso soprattutto alle mamme – tocca il grande compito di aiutare ogni ragazza a custodire come un gran tesoro la propria femminilità.
Difficilmente una donna potrà fare ad un uomo un regalo migliore di questo.

Articolo pubblicato sul numero di Giugno/Luglio 2011 di Familiaria

venerdì 20 maggio 2011

Quale sarà il tuo verso?

Lettere ad un teenager/5

“I ragazzi, oggi, non si fanno tante domande sul senso della vita, sulla loro identità, sul loro futuro. Vanno avanti a forza di emozioni.

Quelle domande se le pongono solo se incontrano lungo la loro strada la sofferenza. Allora, forse...”

Così mi diceva un amico con il quale parlavo di come riaccendere il cuore, spesso stanco e svogliato, di tanti ragazzi.

Faccio fatica a credere che un ragazzo, una ragazza, non si facciano mai queste domande a meno che non vadano a sbattere violentemente contro il muro della sofferenza. Non ci credo. Semmai le domande, come la voglia di rendere grande la propria vita, sono come atrofizzate dal vento freddo che viene dal mondo… quasi sempre dal mondo degli adulti.

Come credere in me stesso? Come fare per essere contento di quello che sono e non cercare di apparire per quello che vorrei? Qual è la mia identità? Chi sono? Chi voglio diventare? Per chi vivo?

Sono solo alcune delle domande che, prima o poi, tutti ci facciamo. Che, prima o poi, tu ti fai. Forse sarebbe più comodo ignorarle, sarebbe più comodo far finta di niente. Ma non è nella natura umana, recitava qualche anno fa il protagonista di una famosa serie TV, nel corso della prima puntata.

No, sono domande che non si possono ignorare. Esigono una risposta, dalla quale dipende la tua felicità.

Da dove partire? Riconosco che non è facile; prova a partire dalla conclusione. Dalla certezza – perché è così – che tu sei unico al mondo. Dalla convinzione che, come te, non c’è e non ci sarà mai nessun altro che potrà scrivere la storia che tu solo sei venuto a raccontare. Una storia che, senza di te, lascerà per sempre un vuoto – non importa se piccolo o grande – che non potrà mai essere colmato.

Come te non c’è nessuno mai. Per arrivare a questa conclusione, devi imparare a conoscerti; non basta farlo, devi volerlo fare. Puntare dritto al fondo del tuo cuore, allontanarti dalla superficie, dove è più facile stare; non costa sforzo rimanere in superficie ma così non scoprirai mai chi sei veramente. Dopo aver scoperto chi sei, potrai fare il secondo passo: volerti bene per quello che sei. E allora, solo allora, diventerai capace di volere bene a un’altra persona.

Ma di questo parleremo un’altra volta.

Continua a seguirmi nelle prossime lettere: cercherò di accompagnarti in quella che, usando le parole di un famosissimo film, per te potrebbe essere la scoperta più bella della tua vita: che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.

Quale sarà il tuo verso?


Articolo pubblicato sulla versione online della rivista Familiaria