venerdì 15 giugno 2012

Un territorio comune


“Come è andata oggi a scuola?” Chi di noi non si è mai sentito fare questa domanda, tanto temuta quanto odiata, da parte dei propri genitori? Temuta, perché vorremmo fare tutto all’infuori che dover raccontare con parole sempre nuove quello che facciamo in maniera per noi ripetitiva e abituale ogni giorno a scuola. Odiata, perché è sempre la stessa domanda! E non è strano allora che si dia sempre la stessa risposta: Bene!
Il rapporto tra genitori e figli è una delle cose più difficili da gestire durante gli anni in cui si smette di essere bambini e ci si avvia verso l’età adulta. “L’adolescenza è quel periodo della vita in cui i genitori diventano insopportabili”, ho letto tempo fa in un libro sull’adolescenza. Sono le parole con cui un liceale risponde al suo prof che gli chiede di definire, a parole sue, questo periodo della vita.
Una definizione senz’altro poco scientifica, ma sicuramente divertente ed efficace. Una definizione che ben si collega alle parole con le quali ho iniziato questo articolo. Perché sentirsi porre sempre le stesse domande, in un periodo della vita in cui il rapporto con i genitori viene completamente ridisegnato, a volte è proprio insopportabile. Così come è difficile mettersi d’accordo sull’orario del rientro serale o sugli amici che “è bene o non è bene frequentare”, o sul modo di andare vestiti e via dicendo. Situazioni che spesso si concludono con porte sbattute, urla reciproche, musi lunghi e guerre fredde che durano per giorni e giorni.

Eppure, a sentire le due campane – da un lato i genitori, dall’altro i figli – verrebbe di dare ragione a entrambe. Ecco come un papà alle prese con un rapporto problematico con i suoi figli, commentava l’articolo in cui un docente faceva un elenco di comportamenti che ogni buon genitore dovrebbe avere: “Caro prof, ti posso garantire che essere genitori è difficilissimo, anche se tu fai tutto quello che annoti nel tuo post, spesso ti ritrovi contro i tuoi figli, capita di sentirti definire nei modi più sconfortanti... Sapessi quante volte ho pianto per il silenzio dei miei figli. Ho pianto per le loro risposte alle mie richieste. Sono stato quasi sempre molto disponibile, ho dedicato loro il mio tempo fuori dal lavoro, li ho sorretti, spalleggiati e coccolati, li ho amati, li coccolo e li amo ancora di più ora, sono la vita mia e di mia moglie, ma credimi essere genitori è la missione più difficile…”
E concludeva, rassegnato: “Prof, ti prego di' ai nostri figli quanto li amiamo e quanto cerchiamo molte volte in loro uno sguardo che ci indichi il momento di parlare e di esserci.”
Uno sfogo comprensibile, verrebbe da dire. Come non dare torto a questo papà che sembrerebbe mettercela tutta per continuare a comunicare con ragazzi che, dal canto loro, sembrano rispondere ignorando la sua sofferenza? E come non mettersi dalla parte di tanti papà e mamme che si trovano nella stessa situazione?
Già, ma come la mettiamo con gli altrettanto comprensibili e leciti desideri di tanti adolescenti che vogliono essere trattati da grandi, avere la giusta autonomia, pretendere il rispetto della propria riservatezza, essere tenuti maggiormente in considerazione?
Verrebbe di dare ragione a entrambi, scrivevo più sopra. Ma non sempre è possibile, anzi spesso è proprio dura riuscire a trovare una soluzione che accontenti entrambi, che tenga conto delle richieste degli uni e degli altri.
E allora che fare? Come costruire un ponte tra due mondi che sembrano, anzi, sono così diversi?

Un territorio comune
Proviamo ad individuare alcune possibili strategie per gettare un ponte da una riva all’altra. A cominciare, per esempio, dal trovare assieme un territorio comune su cui confrontarsi. I genitori non vogliono forse la felicità dei loro figli? Certamente sì, a loro modo però! E i figli, non vogliono per sè stessi la stessa cosa, cioè essere felici? In questo caso, però le prospettive sono assolutamente diverse da quelle dei genitori.
Si tratta allora di trovare dei punti in comune, per esempio provando a mettersi gli uni nei panni degli altri. E’ quello che gli esperti chiamano empatia, una parola che significa “provare la stessa passione, gli stessi sentimenti” e che a me piace tradurre in “guardare il mondo con gli occhi dell’altro”. Basterebbe questo per ridurre drasticamente molte delle incomprensioni che nascono tra genitori e figli, ma anche tra fratelli e sorelle, tra fidanzati, tra amici.
La comunicazione tra genitori e figli funziona infatti come qualsiasi altra forma di comunicazione. E quando c’è qualcosa che non va è perché in uno dei due – o in tutti e due – c’è qualche problema di fondo, oppure perché ci sono degli ostacoli tra le due persone che comunicano, oppure perché i due utilizzano linguaggi diversi. Quest’ultimo caso riguarda molto da vicino proprio la comunicazione tra genitori e figli che, per ovvi motivi, parlano e parleranno sempre due linguaggi completamente diversi. Se così non fosse, vorrebbe dire che i genitori hanno smesso di fare i genitori per indossare i panni degli amici – sarebbe meglio dire degli “amiconi” – dei figli. E questo comporterebbe altri problemi, ben più seri…
Ma torniamo all’empatia, a questa capacità di mettersi nei panni dell’altro per comprendere le ragioni del suo agire.
Pensiamo, per esempio, alla mamma che risponde alla figlia che vuole rientrare più tardi dell’orario previsto: “Un giorno capirai, quando sarai mamma e avrai i figli che vorranno rientrare alle due di notte!”. E perché non provare a capirlo adesso, invece? Perché aspettare anni per comprendere il motivo per cui i miei genitori sono così insopportabili su questo punto?
Qualche tempo fa, parlando con una ragazza del rapporto con i suoi genitori, questa mi diceva: “L’unica cosa di cui mi lamento è che mi chiedono ogni giorno ‘come è andata a scuola?’ perché credo che se mi assillano così è peggio e inutile: glielo dico comunque senza bisogno che me lo chiedono”.
Devo confessare che il dubbio che poi glielo dicesse comunque mi è rimasto… Eppure non è forse questo un esempio di come, mettendosi nei panni dei genitori e facendo il primo passo, si potrebbero evitare tante guerre familiari? Basterebbe, appunto, “dirglielo comunque senza bisogno che me lo chiedono”.
Certo, anche i genitori dovrebbero fare la stessa cosa ma molte volte, in un confronto difficile con un’altra persona, basta che uno dei due faccia il primo passo perché anche l’altro ammorbidisca la propria posizione.

Lasciamo che anche il tempo faccia la sua parte
Nel discorso tenuto agli universitari di Stanford nel 2005, Steve Jobs, ha parlato di come spesso, per trovare un senso pieno a quello che ci succede, dobbiamo attendere che passi molto tempo: “non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi paiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro”.
Jobs si riferiva allo studio, all’università, alla carriera professionale. Ma le sue parole possono certamente applicarsi anche alle incomprensioni che ci sono tra genitori e figli. Insomma, è lo stesso concetto dell’odioso “un giorno capirai”, solo che detto da Jobs suona un tantino più simpatico.
Già, perché poi c’è anche il problema di come si dicono le cose. Perché tra mille modi di dire le cose si deve per forza scegliere il peggiore? Basterebbe un po’ più di attenzione, di delicatezza, di empatia, per usare parole che sono più efficaci proprio perché evitano di ferire l’altra persona.
“Non trovi mai niente nella tua stanza! Questa casa non è un albergo! Non studi mai!”, gridano i genitori. Ma anche i figli non scherzano: “I genitori di Tizio sono migliori di voi! Siete vecchi! Non capite niente di noi!”
Il risultato è che ognuno rimane sulla propria posizione, anzi direi che questo genere di accuse finisce per alzare barriere sempre più invalicabili.
A volte – e anche questo vale per ogni forma di relazione tra due persone – è meglio lasciar raffreddare gli animi, attendere un po’ di tempo prima di affrontare il problema, pensare se le parole che sto per dire “a me darebbero un fastidio tremendo”; se è così, perché usarle verso l’altro?
Sono considerazioni forse ovvie, eppure nel nostro rapporto con gli altri commettiamo spesso l’errore di dimenticarle.
Basterebbe davvero un po’ più di attenzione per comunicare meglio. Tutto sommato è semplice, no?

Articolo pubblicato su Dimensioni Nuove di aprile 2012

martedì 12 giugno 2012

Pedagogia del dolore


È un pomeriggio primaverile e sto parlando a un folto gruppo di genitori, nella scuola di un paese siciliano. L’argomento è l’adolescenza, un tema sentito da tanti papà e soprattutto da tante mamme, quando toccano con mano la difficoltà di gestire un figlio adolescente.
A un certo punto il discorso cade sull’autonomia dei loro figli, sull’importanza di farli diventare capaci di prendere e portare avanti da soli le decisioni che riguardano la loro vita. Una meta difficilissima, in una società come la nostra, dove solo da pochi anni è stato coniato un termine – bamboccione – che la dice lunga sulla capacità dei figli di tagliare i ponti con le rispettive famiglie.
Una meta che sembra sempre più lontana dalla mente di molti genitori, preoccupati più di non far mancare niente ai propri figli che di aiutarli a saper vivere da soli.
Stiamo parlando di questo obiettivo, con i genitori presenti in sala, quando una mamma interviene e mi dice: «E adesso che mia figlia sta per terminare il liceo, lei si rende conto che dovrò starle dietro perché non dimentichi di fare l’iscrizione all’università? So già che dovrò essere io a prepararle i documenti e a informarmi su tutto quello che serve. Insomma, alla fine dovrò fare tutto io, perché la conosco bene e finirebbe per non riuscire a iscriversi in tempo».

Rimango pensieroso mentre la signora continua a parlare. Alla fine provo a dire la mia opinione, spalleggiato da alcuni genitori presenti, perplessi come me, ma non c’è verso di farle cambiare idea.
Continuo a chiederle: perché non rischiare di farle fare uno sbaglio che potrebbe aiutarla a diventare finalmente «grande»?

E’ una domanda che continuo a farmi tutte le volte che tocco con mano la fragilità degli adolescenti. E’ un tema di cui si parla sempre più spesso, quando emerge la difficoltà di tanti ragazzi a reggere il peso di una delusione amorosa o di un insuccesso professionale, per esempio; quando emerge in qualche modo la difficoltà a gestire la complessità della vita. Qualche tempo fa, a Napoli una ragazza si è suicidata dopo aver mentito ai genitori facendo credere loro di essersi laureata, perché non ha avuto il coraggio di dire che non riusciva a laurearsi. E ancora, lo scorso anno a Palermo un giovane dottorando si è lanciato dal settimo piano dell’edificio universitario dove lavorava, perché angosciato dalla mancanza di prospettive professionali.

Ora, è indubbio che si tratta di drammi che richiedono rispetto nei confronti delle vittime e del loro dolore. Ma saremmo incoscienti se non riflettessimo a fondo sui motivi che portano un giovane a fare scelte così drastiche e che denotano l’enorme difficoltà a reggere il peso della sofferenza.
Oggi molti giovani sono incapaci di soffrire. E non di rado la colpa è dei loro genitori, che fanno di tutto per risparmiare ai figli, sin da piccoli, ogni difficoltà e ogni forma seppur lieve di sofferenza; a volte la ritengono un’esperienza addirittura traumatica. Ma per quanto essi si sforzino, non potranno mai impedire completamente che i figli sperimentino la realtà del dolore e della sofferenza.
La sofferenza fa parte della vita come l’errore fa parte dell’apprendimento. Non esiste apprendimento che non faccia esperienza degli errori; anzi, proprio questi spesso aiutano a imparare meglio. Allo stesso modo, non esiste vita nella quale non si faccia esperienza del dolore. Un’esperienza salutare, perché il dolore spesso insegna ad apprezzare le cose che contano nella vita.
Per questo è preoccupante che molti genitori vogliano eliminarlo dalla vita dei loro figli. È preoccupante perché così facendo li priveranno del mezzo più importante che i figli hanno per apprezzare e amare la vita.
Che cos’è il dolore, infatti, se non la reazione a un male fisico o morale? Esso non ci rimanda, per contrasto, all’idea del bene? Così come le ombre in un quadro fanno risaltare le luci, così come l’amaro ci fa gustare meglio il dolce, il dolore e la sofferenza ci permettono di apprezzare le cose belle della vita; sembra scontato eppure non lo è.

Eppure oggi tanta gente giovane è letteralmente terrorizzata dall’idea di soffrire. Molte nuove mamme hanno orrore del parto naturale, per esempio. I ragazzi sono spaventati dalla solitudine, cercano continuamente la compagnia del gruppo, di qualcosa o di qualcuno che non li faccia mai sentire soli. Ma la solitudine è necessaria per ascoltarsi, conoscersi, amarsi; tre tappe senza le quali non è possibile amare un’altra persona.
Ancora, molti ragazzi sono terrorizzati dalla noia, che è diventata il nemico principale da combattere. Nella loro vita non ci può essere spazio per la noia: ogni desiderio dev’essere immediatamente soddisfatto. E, in un circolo vizioso che si autoalimenta, il piacere continuamente soddisfatto finisce per atrofizzare proprio la capacità stessa di desiderare.

Il dolore ci aiuta a comprendere il valore delle cose. La fatica che accompagna una conquista dà infatti un grande valore all’obiettivo raggiunto; ma se le cose si ottengono senza soffrire, senza sforzo, che valore avranno?
Il dolore ci aiuta a capire che nella vita non tutto ci è dovuto; e ci predispone più facilmente a ringraziare per quello che ci viene donato dalla vita stessa, ogni giorno. Eppure in tanti oggi cercano di fuggire il dolore. Sarà anche per questo che molte persone non capiscono il senso del ringraziare?
Il dolore è la pietra di paragone dell’amore, diceva qualcuno. Sarà per questo che oggi molti non sono più capaci di amare?

Certo, è brutto veder soffrire una persona cara, ancora di più se si tratta dei nostri figli. Ma a volte, permettere loro questa esperienza è molto salutare; addirittura può diventare necessario, in alcuni casi. Non abbiamo alternativa, se vogliamo renderli felici.
Non impediamo che sbaglino. Non impediamo che soffrano.
Non sia mai che, per non averla mai provata, un giorno vengano a chiederci il conto perché li abbiamo protetti costantemente dalla sofferenza. Sarebbe il danno più grande che potremmo aver arrecato loro. Anche se lo avessimo fatto a fin di bene.

Articolo pubblicato sul numero di Aprile 2012 di Fogli

martedì 5 giugno 2012

Educare il cuore: non c’è altra strada


“Ai genitori fanno quasi paura, i figli; i genitori fanno tutto quello che gli chiedono loro”
Parole di Sara, 13 anni, studentessa di una scuola media di Modena. Le riporta Maurizio Tucci, giornalista, nel suo commento all’ultima indagine della Società italiana di Pediatria sulle “Abitudini e stili di vita degli adolescenti”.
Un’indagine fatta su un campione di 1300 ragazzi e ragazze tra i 12 e i 14 anni.

Ho sempre pensato che le parole di Sara potrebbero essere quelle di tanti suoi coetanei. Soprattutto quando guardo i miei, di coetanei. Genitori spesso timorosi di dire di no ai propri figli, per non perdere la loro amicizia e la loro fiducia. Genitori che, davanti al compito di educare i figli, sembra che abbiano alzato bandiera bianca. Con la conseguenza che tanti ragazzi si ritrovano senza quei punti di riferimento necessari per imparare a diventare grandi.
Educare i figli, oggi, è un compito arduo, non lo metto in dubbio. Qualche giorno fa parlavo con un amico di quanto sia difficile, per esempio, aiutare un adolescente a riconoscere la propria tonalità emotiva, a dare un nome alle emozioni che prova, a vivere una sessualità inserita in una più ampia cornice affettiva e relazionale che le dia senso pieno.
Un compito che diventa ancora più arduo se chi dovrebbe averlo per “missione” decide di tirare i remi in barca.
L’indagine che ho citato all’inizio è tanto chiara quanto impietosa: a proposito di sessualità, per esempio, i ragazzi non parlano quasi mai con i genitori, non li ritengono capaci di comprenderli e si rivolgono sempre più spesso ai forum su internet o ai coetanei per risolvere i propri dubbi. I genitori rimangono estranei alla sfera sessuale e affettiva dei figli e spesso, rassegnati davanti ai “tempi che cambiano”, non riescono ad andare oltre alla raccomandazione di portare con sé la pillola o il preservativo, perché “non si sa mai…”

Sembrerà un’affermazione banale, ma se oggi si parla tanto di emergenza educativa è perché, da molto, troppo tempo, la grande assente è proprio l’educazione.
E la soluzione, anche questo sembrerà banale, sta nel tornare a educare. A cominciare proprio dall’affettività, che forse è la dimensione che più di altre ha bisogno di essere ridefinita nel giusto quadro antropologico. L’uomo contemporaneo soffre di uno squilibrio esistenziale perché ha continuato ad alimentare la testa ma ha smesso di educare il cuore, lasciandolo in balìa di se stesso.
Il cuore è la sede degli affetti. E’ stato detto che dal cuore nascono i buoni propositi ma anche le peggiori intenzioni che un uomo possa formulare. Dal cuore dipende la qualità delle nostre relazioni. Da esso passa la nostra felicità. E oggi più che mai il cuore è la porta attraverso la quale possiamo arrivare alla testa dei giovani. Per questo se vogliamo affrontare la sfida educativa dobbiamo iniziare dalla formazione del cuore.
Non c'è altra strada, se vogliamo dare ai ragazzi gli strumenti con i quali possano rispondere alle domande di senso che si fanno proprio durante l’adolescenza. Chi sono io? Che ci faccio su questa terra? Che senso ha la mia esistenza? Perché vivo? Per chi vivo? Che cosa è la felicità e che cosa devo fare per essere veramente felice?
Dobbiamo tornare a educare il cuore perché oggi le risposte a queste domande mancano o, quando ci sono, sono spesso fonte di insoddisfazione e di malessere per i ragazzi stessi. Un malessere che si esprime soprattutto nella fragilità affettiva, nella banalizzazione della sessualità che viene vissuta come un gioco, nel preoccupante aumento dei comportamenti a rischio.
Riporto solo alcuni dati. Il 17% del campione intervistato dalla Società italiana di Pediatria ritiene che i 14 anni siano l’età giusta per avere rapporti sessuali completi. Tra gli adolescenti cresce a macchia d’olio il fenomeno del sexting, l’inserimento in rete di proprie immagini a sfondo sessuale. Qualche settimana fa ha fatto il giro del web la notizia di una bambina di 10 anni che si è fotografata nuda ed ha postato le proprie immagini su Facebook. Sempre più ragazzi sono affetti dall’ansia da prestazione sessuale: si sentono inadeguati a riprodurre con il proprio partner quello che vedono raffigurato dalle immagini che trovano con estrema facilità su internet.
Sono convinto che alla base di tanto malessere ci sia un cuore che non funziona bene. Molti dei problemi relazionali tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici o tra fidanzati, non nascono proprio dall’incapacità di gestire i moti dell’affettività? O non derivano forse dal dare troppo spazio alle emozioni a scapito della ragione, o dalla difficoltà di orientare correttamente le proprie passioni?
Il nostro agire si esprime sempre attraverso emozioni, sentimenti, passioni, sensazioni, motivazioni, manifestazioni tutte dell’affettività; quest’ultima è una sorta di anello di congiunzione fra la dimensione fisica dell’uomo e quella spirituale-razionale. Come possiamo trascurare allora questa “terza dimensione” così importante e fondamentale per la nostra felicità?
E soprattutto come possiamo farlo quando ci troviamo ad educare una generazione di ragazzi sempre più storditi dalla ricerca ossessiva di emozioni forti?

Sia chiaro: emozioni e sentimenti vanno sviluppati e valorizzati, non repressi. L’obiettivo dell’educazione è sempre quello di formare persone libere ed equilibrate. Persone capaci di usare la testa ma anche il cuore. Il compito educativo è un lavoro eminentemente positivo. Bisogna lavorare quindi in tal senso. Come?
Innanzitutto valorizzando proprio le istanze positive che l’odierna società affettiva ci presenta. Parliamo ai ragazzi della bellezza dei sentimenti e delle emozioni quando questi sono guidati dalla ragione. E facciamolo presentando loro esempi e modelli di persone che incarnano questo stile di vita: la storia, il cinema, l’attualità ci verranno in aiuto, senza dimenticare comunque che i modelli che i ragazzi guardano per primi siamo proprio noi.
Aiutiamo i ragazzi a conoscersi, ad ascoltarsi, a guardarsi dentro, educandoli sin da bambini alla lettura, alla contemplazione della bellezza, al silenzio, al rispetto per l’opinione degli altri. Fermiamoci a rispondere alle domande che ci fanno anche quando pensiamo che non abbiamo il tempo per farlo.
Aiutiamoli ad accettarsi per come sono fatti, amandoli incondizionatamente e non per i risultati che ottengono a scuola o in palestra o al circolo del tennis. Evitiamo di fare paragoni con i fratelli o con i loro compagni di classe. Ascoltiamoli, osserviamoli, comprendiamoli, invece di fare domande. A volte basterà semplicemente trasmettere l’idea che li capiamo, dicendo “Che forte! Ci sarai rimasto male. Sarai stato contento”.
Rispettiamone la crescita e non diamo loro l’impressione che li vogliamo più grandi o più piccoli di quello che sono.
Aiutiamoli a conquistarsi gli obiettivi e non diamo loro tutto subito. Che apprezzino lo sforzo per raggiungere una meta. Che sperimentino la noia, perché una vita in cui ogni desiderio è immediatamente soddisfatto finisce per spegnere in loro la capacità di sognare.
Incoraggiamoli a sviluppare le passioni, che sono intense come le emozioni e durature come i sentimenti. Coltivare passioni sane è la ricetta migliore per curare l’apatia che oggi affligge molti di essi. Non a caso c’è chi ha definito il nostro tempo l’epoca delle passioni tristi.
E per finire, ripartiamo da un’idea centrale: la famiglia è il primo luogo in cui affrontare con i figli il tema dell’affettività prima e della sessualità poi. Non si può delegare questo compito alla scuola o alla parrocchia o all’associazione culturale.
Ai genitori viene richiesta una preparazione ed un impegno maggiori, non c’è dubbio. Dovranno appassionarsi se vorranno essere all’altezza del loro compito. Passione benedetta, perché così facendo avranno già ottenuto una vittoria: quella dell’esempio, che agli occhi dei figli vale sempre più di mille discorsi.

Articolo pubblicato sul numero di Marzo 2012 di Fogli

giovedì 3 maggio 2012

La salvezza viene dai giovani


Sembra una delle solite frasi fatte. Ma mai come adesso possiamo dire che la salvezza viene dai giovani, dalle nuove generazioni. Quale salvezza, vi starete chiedendo? Quella dei milioni di embrioni che ogni anno vengono concepiti, crescono e che non arrivano a vedere la luce, e non per cause naturali. Ma pure la salvezza di chi, arrivato alla fine della sua vita, vorrà portarla a termine in maniera naturale, anche quando la malattia potrà spingerlo a pensare che la sua vita non è più degna di essere vissuta. E ancora, penso alla salvezza di centinaia di bambini down, ai quali viene privato il diritto di nascere da chi ha deciso di non far loro condurre una vita tutt’altro che dignitosa…

La battaglia per la difesa della vita, oggi, si trova a un punto di svolta. Dopo decenni di ideologia post-sessantottina, nei quali è stata smantellata buona parte del sistema di valori su cui si è sviluppata la società occidentale, oggi qualcosa sta cambiando.

La medicina ha fatto passi da gigante ed è molto difficile riuscire a sostenere la tesi che un feto non sia un essere umano. Che l’aborto sia un omicidio oggi è più evidente di quanto non lo fosse trent’anni fa. Come pure che l’embrione è già una vita umana a tutti gli effetti. E allora, giustamente, ci si interroga sulle contraddizioni di una società che condanna la pena di morte ma che paradossalmente ammette che a milioni di bambini non ancora nati venga impedito per sempre di vedere la luce.

Non vorrei sembrare eccessivamente ottimista ma mi sembra che in Italia da alcuni anni stia crescendo la sensibilità verso questo tema; e soprattutto cresca la sensibilità di tanti giovani, che poco alla volta sostituiranno gli attuali "adulti" che governano le sorti della nostra società e che tanta responsabilità hanno avuto nell’approvazione della legge 194/78.

Diverse sono state, recentemente, le iniziative a favore della vita promosse proprio dai giovani. Lo scorso anno una organizzazione internazionale giovanile è riuscita a presentare all’ONU una Declaración de la Juventud (Dichiarazione della Gioventù) con più di 100.000 firme per promuovere politiche a favore della vita. Sul web sono presenti gruppi e movimenti giovanili apertamente schierati a favore della vita. Tra questi segnalo, ad esempio, www.giovaniprolife.org, il portale dei giovani del Movimento per la Vita; oppure http://www.saltovitale.info, il magazine online dei giovani prolife. Il prossimo 13 maggio si terrà a Roma la seconda edizione della Marcia nazionale per la vita, alla quale prenderanno parte anche numerose associazioni giovanili.

Tuttavia questo non basta. I giovani hanno dalla loro l’entusiasmo e la freschezza tipici dell’età, ma la loro azione non può prescindere dagli adulti. E questo per diversi motivi.
Innanzitutto perché gli adulti rappresentano il futuro e se questo futuro non è raffigurato positivamente da modelli concreti, diventa più difficile per i giovani sperare in un reale cambiamento del mondo. Oppure il cambiamento auspicato rischia di diventare il desiderio di una società perfetta fondata sull’utopia. E sappiamo come è finita tutte le volte in cui l’uomo ha cercato di creare il paradiso sulla terra…

E poi i giovani hanno bisogno di formazione, perché possano liberarsi dall’approccio superficiale tanto diffuso nel mondo d’oggi e che banalizza tutto, a partire dalla vita stessa. I giovani hanno dalla loro il desiderio tipico della giovinezza di chiedersi il perché delle cose, di volere comprendere le ragioni di quello che succede nel mondo, di quello che li riguarda da vicino. Ma non possiamo dimenticare che sono figli di un mondo che li spinge ad una superficialità che, se non affrontata adeguatamente, non dà spazio alla ragione e alla verità.

Per questo hanno bisogno di adulti competenti e appassionati, che sappiano trasmettere loro non solo le conoscenze sulla vita ma anche il desiderio di andare a fondo, la speranza concreta di cambiare il mondo, la volontà di non fermarsi ai luoghi comuni, soprattutto quando questi riguardano la vita, che è il bene più grande che possediamo.

Sull’aborto, sull’eutanasia, sugli embrioni, sulla procreazione artificiale, i giovani hanno il diritto di capire come stanno le cose. Hanno il diritto di conoscere la verità, spesso nascosta per motivi ideologici o di convenienza. Aiutarli a formarsi è un dovere degli adulti. E’ un dovere nostro e non possiamo tirarci indietro.

Articolo pubblicato sulla versione online di Familiaria

mercoledì 11 aprile 2012

Difendere un sogno


“Nella società odierna vale ancora la pena avere dei sogni?”
La domanda è di quelle che ti spiazzano. A farla, una studentessa di un liceo classico siciliano, dove mi trovavo qualche settimana fa per un incontro sul primo romanzo di Alessandro D’Avenia, vero e proprio best-seller del 2011.
Per rispondere alla domanda ho utilizzato proprio alcune parole riportate dallo scrittore siciliano nel suo libro: “un mondo senza sogni è come un giardino senza fiori” (dal libro “Bianca come il latte, rossa come il sangue”).
Già, come si fa a vivere senza sogni? Sarebbe impossibile, la vita sarebbe grigia, monotona, spenta. Non solo vale la pena sognare – dicevo a quella ragazza –, ma non possiamo farne a meno se vogliamo davvero essere felici; l’uomo è per sua natura un sognatore, solo gli animali non sognano. E per finire, citavo ancora D’Avenia, che nel suo romanzo fa dire al nonno del protagonista: “Non smettere di sognare, rinunceresti ad essere te stesso”.
Eppure, nonostante la mia risposta data con apparente facilità a quella liceale, le sue parole mi hanno fatto molto pensare. Perché una ragazza di 16 anni, che dovrebbe fare della “voglia di sognare” uno dei punti di forza su cui costruire il proprio futuro, si chiede se oggi vale ancora la pena farlo? Che cosa le fa venire il dubbio che forse è meglio non illudersi di immaginare un mondo migliore per poi non ritrovarsi con la delusione di un obiettivo impossibile da raggiungere?

In effetti, oggi sognare un futuro positivo richiede una buona dose di ottimismo e di speranza, ingredienti che sono sempre più difficili da trovare in giro. La ricetta per la felicità che ci viene offerta dal mondo attuale sembra fatta di individualismo, di soddisfazione immediata dei desideri, di conquiste professionali, di relazioni “usa e getta”. Il pronome personale più usato negli spot pubblicitari è “io”; quello possessivo è, invece, “mio”…
Tutto sembra dirci che non vale la pena studiare perché tanto poi non si trova lavoro. Non vale la pena amare perché tanto poi l’amore finisce. Non conviene avere amici perché gli amici prima o poi ti abbandonano quando non gli servi più. Sposarsi? Neanche a parlarne, visto che dopo un po’ ci si separa…
Ma è davvero così? E’ diventato così difficile essere felici? Oppure ci lasciamo condizionare così tanto dai messaggi negativi che il mondo ci manda in maniera tanto insistente quanto esagerata?
Forse sono vere entrambe le cose. Di sicuro molti di coloro che dovrebbero rappresentare dei modelli attraenti per i giovani non lo sono più e questo provoca una forte delusione in tanti ragazzi che vorrebbero guardare loro come punti di riferimento da imitare.
E così molti finiscono per spegnere le luci che illuminano il proprio avvenire e per ripiegare su modelli che presentano un’immagine di felicità tanto fragile quanto irraggiungibile.
“Voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho”, era scritto sulla parete di un edificio della mia città. Già, ma se chi ci deve aiutare a sognare non è capace di alzare la direzione del nostro sguardo, diventa tutto molto difficile.
Non pensiamo però di dare solo la colpa agli adulti assenti, sarebbe troppo facile! Il nostro futuro è come un mosaico che è fatto di tasselli già presenti, di altri che si staccano perché vecchi e di altri ancora che mettiamo noi. E allora sì che si può fare tanto, lavorando molto sui tasselli nuovi, quelli che possono ridare luce all’immagine quando questa diventa sbiadita. E’ la forza della giovinezza, che ha una capacità di sognare così grande da riuscire a resistere anche alle delusioni più forti. E’ la forza di un’età che è fatta apposta per conoscere le cose grandi che ognuno è venuto a fare in questo mondo.
Ricordate il discorso che Steve Jobs ha tenuto nel 2005 agli studenti dell’Università di Stanford? Probabilmente ricorderete le parole più celebri: “Stay hungry, stay foolish”. Siate affamati, perché la sazietà spegne i sogni, sembrava dire Jobs. E poi siate folli, perché per sognare, bisogna osare, rischiare, perdere la paura di fare qualcosa di grande.

Dove trovo i miei sogni?
E allora, proviamo a trovare il luogo dove incontrare i nostri sogni. Potrebbe sembrare un luogo lontano, fantastico, irraggiungibile e invece è più vicino di quanto ci aspettiamo.
Sì, perché i nostri sogni sono nascosti nelle cose che incontriamo realmente, ogni giorno. I nostri sogni li troviamo nella realtà, nelle persone che la vita ci mette accanto, nei talenti che ognuno di noi ha, a cominciare dal tempo, che è il primo dono che ci è stato dato.
A volte invece li cerchiamo al di fuori della realtà, quando immaginiamo situazioni che per diversi motivi non potremo mai vivere. Quanti di voi che state leggendo saranno protagonisti di Amici o del prossimo campionato di serie A? E quanti invece potranno essere protagonisti della propria esistenza perché decidono di essere se stessi e di giocarsi la vita al meglio delle possibilità che vengono loro offerte?
Cercare i sogni nella realtà significa, per esempio, trovarli in un libro che ci apre orizzonti nuovi e insospettati; oppure in un film che ci coinvolge profondamente per la storia vera, autentica, reale che ci racconta. Ancora, troviamo i nostri sogni nello scrivere una lettera ad un amico invece di mandargli una mail; o nel fargli una telefonata al posto di un freddo e distaccato SMS.
Troviamo i nostri sogni nel silenzio, che così tanto ci aiuta a guardare dentro noi stessi e a contemplare la grandezza della nostra vita. Troviamo i nostri sogni nelle tante piccole cose che ci accadono lungo la giornata e che spesso ci danno indicazioni sulla direzione verso la quale orientare il nostro cammino.

Per non perdere la rotta.
Riportavo all’inizio il paragone fatto da D’Avenia tra una vita senza sogni ed un giardino senza fiori. Subito dopo, però, lo scrittore aggiunge che “una vita di sogni impossibili è come un giardino di fiori finti”. E i fiori finti, se a prima vista possono sembrare bellissimi, finiscono presto per deludere, perché non hanno vita.
I sogni non possono rimanere tali, devono trasformarsi in progetti. Solo così danno quella soddisfazione che promettono; se rimangono sogni deludono.
Ma per trasformarsi in progetti, molte volte i sogni hanno bisogno di ostacoli, di difficoltà che ne mettano alla prova la consistenza. Avete mai provato ad appendere un quadro ad un chiodo che è stato piantato alla parete senza incontrare nessuna resistenza?
Probabilmente è facile capire che un sogno ha bisogno di ostacoli per trasformarsi in un progetto reale. Ma poi la vita ci mette di fronte alle difficoltà ed ecco che improvvisamente si perde di vista questa idea. Provate a rimanere convinti del valore delle difficoltà quando il prof vi mette un quattro, o quando la ragazza vi ha lasciato, o quando vostro padre non è quello che vorreste… Difficile, vero?
Anche per questo è importante avere accanto qualcuno che ci aiuti a trasformare i sogni in realtà, che sappia indicare la strada da percorrere. Soprattutto qualcuno che sappia dimostrare con la propria vita che i sogni si possono raggiungere, e che è possibile farlo anche se spesso si tratterà di camminare in salita o contro corrente.
Qualcuno che faccia venire la voglia di andare avanti anche quando molti ci diranno “lascia perdere” o quando ci faremo prendere dalla paura di rischiare, dalla tentazione di lasciare il passo a qualcun altro.
Qualche tempo fa leggevo su un forum le parole di una ragazza: “Ognuno di noi ha un sogno, ma tanti hanno paura di credere ai propri sogni e li rinchiudono in un cassetto, dimenticando dove hanno lasciato la chiave”.
Sognare è facile, credere nei propri sogni lo è di meno. Ma la cosa più difficile è forse quella di lasciare i cassetti vuoti. O almeno, di non riempirli con i nostri desideri di cose grandi!

Articolo pubblicato su Dimensioni Nuove di marzo 2012