venerdì 27 maggio 2011

Cogitoetvolo intervista Beppe Severgnini a Palermo

Sono le 15,30 di martedì 24 maggio. Si parla di giornalismo. O meglio, di giornalisti alle prese con l’informazione nell’era del web. Il titolo del convegno dice tutto: I (già) vecchi media. Carta stampata, TV, web. Siamo a Palermo, presso l’Albergo delle Povere, a pochi passi dalla centralissima piazza Indipendenza.

Tra gli invitati ci sono diversi volti noti del giornalismo: Giuseppe Di Piazza, direttore di Sette; Corradino Mineo, direttore di Rai News 24; Marco Bardazzi, caporedattore centrale de La Stampa. Nomi prestigiosi, ma la mia attesa era soprattutto per lui, Beppe Severgnini, scrittore e giornalista del Corriere della Sera.

Il convegno è lungo, dura quasi quattro ore ininterrotte. All’inizio viene proiettato un filmato che mostra come la classe dei giornalisti abbia una pessima reputazione agli occhi degli italiani: mediocri, superficiali, asserviti al potere… L’audio del filmato è pessimo e, per fortuna, dura poco. Al termine della proiezione iniziano a parlare i giornalisti invitati. Quando prende la parola Severgnini, la prima cosa che fa è chiederci se in sala riusciamo a sentire. Dettaglio di classe…

Il convegno procede, senza pause ma in maniera gradevole; si segue con piacere, soprattutto quando a parlare è il giornalista del Corriere, ironico, colto e chiaro, come sempre.
Si parla di tante cose: del fatto che in Italia si legge poco, della crisi della carta stampata - sarà anche colpa del web? - , dell’età media sempre più giurassica dei giornalisti italiani e della assenza di nuove leve, anche perché le assunzioni nel settore sono bloccate da anni…
Torna a parlare Severgnini, che loda la bravura dei giovani giornalisti; è un peccato che i giornali non riescano ad offrire loro neanche uno stage.

La tavola rotonda si avvia alla conclusione, affidata, come era prevedibile proprio a Severgnini.
La missione del giornalista ? Unire i puntini: la gente - dice - non ha tempo per cercare le informazioni da sola, non riesce a districarsi tra le mille notizie della rete: qui entra il giornalista, che deve unire i puntini, appunto, come si fa con i giochi delle riviste enigmistiche per fare comparire una figura ben precisa. In questo modo il giornalista fa un vero servizio alla società.

Poi parla del mirmicoleone, facendoci ridere, forse per ingannare la stanchezza e la fame, data l'ora.
Il mirmicoleone – dice – è una figura leggendaria, per metà leone e per metà formica; esso nasce da un padre leone e una madre formica, ma non potendosi nutrire né come il padre, carnivoro, né come la madre, erbivora, rimane indeciso e muore pochi giorni dopo la nascita. Nel mondo del giornale ci sono tanti mirmicoleoni, giornalisti indecisi che non sanno cosa fare. E invece l'importante é fare le cose bene, non come il mirmicoleone che non sa che cosa fare e muore.
Applauso e conclusione della conferenza.

E qui arriva il bello. Incoraggiato dalla presenza, accanto a me, di Guido Vassallo, decido di andare subito all’arrembaggio e di intervistarlo. Ci avviciniamo assieme.

Salve, dott. Severgnini, complimenti per le belle cose che ha detto. Ci saluta sorridente. Incalziamo: siamo di Cogitoetvolo, vorremmo lasciarle alcuni segnalibri per suo figlio e vorremmo farle alcune domande. Ci dedica qualche minuto?
Severgnini accetta i segnalibri e, spiazzato dalla nostra intraprendenza, ci dice di sì, un po’ a denti stretti – è molto stanco e, come è logico, tutte le attenzioni sono per lui – ma a patto che le domande siano solo due.
Lo ringraziamo e gli ricordiamo che lui, tre anni fa, citò Cogitoetvolo sul suo blog Italians, dicendo, con riferimento ai giovani di Cogitoetvolo, che "gli piacevano gli studenti svegli (quelli colti dicono proattivi)".

Iniziamo a intervistarlo. Guido pone le domande, io registro.

Spesso si ha l’impressione che nel giornalismo faccia notizia la cattiva notizia, oppure il fatto di cronaca un po’ morboso e si punta molto su queste cose. E’ un ripiego perché non c’è altro da dire oppure è questa la prima finalità del giornalismo?
Allora, mettiamola così. Se in un condominio ci sono venti famiglie e in diciannove va tutto bene, i genitori lavorano, i figli studiano, vanno in vacanza d’estate, ecc. Nella ventesima famiglia hanno l’abitudine, quando litigano, di buttare la lavatrice dal balcone e ogni tanto si picchiano sulle scale. Secondo voi nel condominio di chi si parla?
Traduzione: c’è una sorta di inevitabilità che è l’eccezione e spesso è un’eccezione negativa e attira l’attenzione. Questo è fisiologico; quello che è patologico è costruire su questo una sorta di ossessione sociale e quindi trasformare un delitto in un serial televisivo, con i plastici nei talk-show; questo è secondo me sbagliato. Ma che un caso particolare, anche di cronaca nera attiri l’attenzione della gente è normale.
Se uno guarda l’Iliade, c’è di mezzo un rapimento, che è un fatto di cronaca nera! Quindi non bisogna neanche esagerare, anche se è vero però che oggi stiamo eccedendo e che per molti media tutto diventa morboso. Il crimine come eccesso ed esempio della debolezza della natura umana va bene, come nelle tragedie greche: Sofocle o Euripide di che cosa parlano? Ma il crimine come ossessione morbosa è un’altra cosa.

C’è la consapevolezza nel giornalista che quello che lui scrive, sia la notizia che la sua opinione, ha un’influenza nel sentire comune. L’impressione è che a volte nel giornalismo c’è un po’ di pessimismo, si instilla un po’ di pessimismo nella società piuttosto che spingere all’ottimismo.
La tua è un’opinione più che una domanda. Io sono abbastanza d’accordo. E’ vero che alcuni giornalisti hanno questa capacità di condizionare l’opinione pubblica, però non sono moltissimi. Semmai questo avviene nella scelta delle notizie, questo sì.

Questo genera molto pessimismo nei giovani. La cosa che cerchiamo di fare con Cogitoetvolo, che ci siamo posti come obiettivo, è quella di presentare notizie positive, che fanno meno rumore, probabilmente, rispetto a quelle di cronaca nera. Però a volte abbiamo l’impressione che questo non basti, perchè i ragazzi spesso sono disillusi. Guardi il telegiornale e solo dopo un quarto d’ora, forse, se va bene, c’è una notizia positiva. Vedi, l’idea che le notizie positive siano di per sé interessanti è un po’ ingenua. La notizia positiva richiede un’abilità tecnica di esposizione, di confezionamento, di seduzione, superiore. La notizia cattiva aiuta il giornalista pigro, perché di per sé attira. La buona notizia richiede un lavoro maggiore da parte dei giornalisti, una bravura maggiore. Occorre commuovere, appassionare, ispirare, divertire, non è facile! Qualcuno pensa che in qualche modo il buon cuore sia di per sé il passaporto per l’attenzione altrui; non è vero, è quasi l’opposto, il buon cuore è spesso un ostacolo, deve essere filtrato attraverso il mestiere, l’esperienza, l’intelligenza, l’ironia, altrimenti è un guaio. Il romanziere pessimo per definizione è la brava persona che ha il cuore pieno di buoni sentimenti: quasi sempre scrive un romanzo pessimo. Il filtraggio tra i sentimenti che riempiono il cuore e la pagina scritta è quella che si chiama capacità di scrivere. Lo scrittore si vede lì. Quindi io invito a respingere l’idea che poiché sono buono in qualche modo mi merito l’attenzione. Se fosse così il mondo sarebbe migliore, probabilmente; però non funziona così e uno deve accettarlo.

Grazie. Un pronostico per domenica sera? Chi vince la finale di Coppa Italia? Sa, siamo a Palermo…
Vince l’Inter 3 a 1.

Ridiamo.
Guido – interista, ma dal cuore rosanero – forse ride di più. Anch’io rido, ma in cuor mio mi auguro che il pronostico di Severgnini sia l’unica cosa infelice pronunciata in questo bel pomeriggio palermitano.


Articolo pubblicato su www.cogitoetvolo.it


venerdì 20 maggio 2011

Quale sarà il tuo verso?

Lettere ad un teenager/5

“I ragazzi, oggi, non si fanno tante domande sul senso della vita, sulla loro identità, sul loro futuro. Vanno avanti a forza di emozioni.

Quelle domande se le pongono solo se incontrano lungo la loro strada la sofferenza. Allora, forse...”

Così mi diceva un amico con il quale parlavo di come riaccendere il cuore, spesso stanco e svogliato, di tanti ragazzi.

Faccio fatica a credere che un ragazzo, una ragazza, non si facciano mai queste domande a meno che non vadano a sbattere violentemente contro il muro della sofferenza. Non ci credo. Semmai le domande, come la voglia di rendere grande la propria vita, sono come atrofizzate dal vento freddo che viene dal mondo… quasi sempre dal mondo degli adulti.

Come credere in me stesso? Come fare per essere contento di quello che sono e non cercare di apparire per quello che vorrei? Qual è la mia identità? Chi sono? Chi voglio diventare? Per chi vivo?

Sono solo alcune delle domande che, prima o poi, tutti ci facciamo. Che, prima o poi, tu ti fai. Forse sarebbe più comodo ignorarle, sarebbe più comodo far finta di niente. Ma non è nella natura umana, recitava qualche anno fa il protagonista di una famosa serie TV, nel corso della prima puntata.

No, sono domande che non si possono ignorare. Esigono una risposta, dalla quale dipende la tua felicità.

Da dove partire? Riconosco che non è facile; prova a partire dalla conclusione. Dalla certezza – perché è così – che tu sei unico al mondo. Dalla convinzione che, come te, non c’è e non ci sarà mai nessun altro che potrà scrivere la storia che tu solo sei venuto a raccontare. Una storia che, senza di te, lascerà per sempre un vuoto – non importa se piccolo o grande – che non potrà mai essere colmato.

Come te non c’è nessuno mai. Per arrivare a questa conclusione, devi imparare a conoscerti; non basta farlo, devi volerlo fare. Puntare dritto al fondo del tuo cuore, allontanarti dalla superficie, dove è più facile stare; non costa sforzo rimanere in superficie ma così non scoprirai mai chi sei veramente. Dopo aver scoperto chi sei, potrai fare il secondo passo: volerti bene per quello che sei. E allora, solo allora, diventerai capace di volere bene a un’altra persona.

Ma di questo parleremo un’altra volta.

Continua a seguirmi nelle prossime lettere: cercherò di accompagnarti in quella che, usando le parole di un famosissimo film, per te potrebbe essere la scoperta più bella della tua vita: che il potente spettacolo continua e che tu puoi contribuire con un verso.

Quale sarà il tuo verso?


Articolo pubblicato sulla versione online della rivista Familiaria

mercoledì 27 aprile 2011

La famiglia, scuola di amore

Mi puoi descrivere qualcosa di quello che dicono o fanno i tuoi genitori che ti è utile nel rapporto con loro?, chiesi a una liceale tempo fa. Mi aspettavo una risposta prevedibile del tipo mi danno fiducia, oppure mi incoraggiano, o ancora mi danno consigli su come comportarmi.
E invece la sua risposta mi lasciò senza parole: Volersi bene! Due semplici parole che hanno confermato quello che ho sempre pensato e cioè che l’amore lo si impara vedendolo e provandolo sulla propria pelle.
E i primi da cui lo impariamo sono i nostri genitori. Se loro non ce lo mostrano – prima ancora che spiegarcelo – la strada della vita diventa subito in salita e difficilmente potrà cambiare pendenza.

Non è difficile osservare come i ragazzi, oggi, sono sempre più fragili dal punto di vista affettivo: hanno paura di amare e di impegnarsi in relazioni stabili; desiderano l’amicizia autentica ma allo stesso tempo non sono capaci di reggere la delusione di un tradimento; non credono nell’amore per sempre.
A questo si aggiunge la difficoltà a manifestare la propria sessualità in maniera adeguata all’età e soprattutto in modo consono con il proprio sesso biologico: un problema che riguarda soprattutto le ragazze, che negli ultimi anni si sono sempre più mascolinizzate.
Oggi abbonda il sesso, dovunque si parla di sesso. Ma dei sentimenti non si parla. Non si parla del cuore. E chi ne paga le spese sono i ragazzi, disorientati e incapaci di comprendere il legame tra sesso e amore.

Non è facile risalire alle cause, che dipendono dalla società in cui crescono, dai modelli che si offrono loro, dalla sessualizzazione precoce a cui sono sottoposti dai continui stimoli che ricevono sin da quando sono bambini. Almeno non è facile farlo in poche righe.

Su una cosa però vorrei soffermarmi: quanto incidono sulla maturazione affettiva e sessuale di un ragazzo i modelli rappresentati dai genitori? Quanto incide l’assenza o il cattivo esempio di uno dei due genitori? Quanto condiziona soprattutto l’assenza del padre?
Torniamo all’idea iniziale: noi impariamo ad amare se lo vediamo fare ai nostri genitori. A entrambi, papà e mamma; non a uno dei due con un’altra persona che non ci abbia generato. E’ dalla famiglia che ha origine la nostra capacità di voler bene.

E’ in famiglia che impariamo a essere voluti bene.
A casa veniamo amati per quello che siamo, non per quello che abbiamo o per quello che otteniamo. Papà e mamma ci vogliono bene perché è così e basta. Gratuitamente. Papà e mamma ci fanno sentire importanti perché ci amano incondizionatamente.

E’ in famiglia che impariamo a volerci bene.
Perché sin da piccoli siamo incoraggiati da papà e mamma che fanno il tifo per noi, credono in noi, ci fanno sentire sempre adeguati, nonostante i limiti nostri e loro. Perché ci aiutano a conoscerci e ad amarci per quello che siamo.

E’ in famiglia che impariamo a volere bene.
Perché solo se sapremo volerci bene saremo in grado di voler bene a un’altra persona.

Essere amati, amarsi, amare. Tre tappe successive che portano un ragazzo a saper gestire bene una relazione affettiva con un’altra persona. Tre tappe che hanno origine nei genitori.

Come aiutare allora i figli ad imparare ad amare? Volersi bene, ci ricorda la liceale di cui ho parlato all’inizio dell’articolo. Non bastano le intenzioni. E’ necessario che l’amore si veda, che i figli lo vedano vissuto in prima persona da papà e mamma. Che ne vedano i piccoli dettagli, la delicatezza, il pudore, la freschezza nonostante l’età che si fa strada; che capiscano – perché lo vedono in papà e mamma – il senso dell’intimità e del rispetto l’uno per l’altra.
Vogliatevi bene: sarà il regalo migliore che potrete fare ai vostri figli.


Articolo pubblicato sul numero di febbraio-marzo 2011 di Familiaria


giovedì 21 aprile 2011

Chi ha paura di Facebook? (seconda parte)

Continuiamo a parlare dei media digitali, che tanta influenza hanno nella vita dei nostri ragazzi. Il mese scorso si ricordava che per un educatore è molto importante l’atteggiamento da avere nei confronti di questi strumenti: deve avere il desiderio di conoscerli, di comprenderne le dinamiche, se possibile di usarli anche. Qualche mese fa un amico mi diceva: “I miei figli non useranno mai Facebook”. Alla mia domanda se lui lo avesse mai usato, mi rispose di no. Pensai istintivamente all’immagine del bambino che non vuole la minestra pur senza averla mai assaggiata…

Conoscere Facebook & dintorni significa conoscerne luci e ombre, potenzialità e limiti. E aiutare i ragazzi a rendersene conto anche loro.

Prendiamo ad esempio il problema della superficialità. Internet ha accorciato enormemente le distanze spazio-temporali; e questa è una grande conquista. E’ entusiasmante poter chattare con una persona di un altro Paese che si è conosciuta durante una vacanza. Oppure poter vedere attraverso una webcam che cosa succede dall’altra parte del mondo. O ancora, per i ragazzi, informarsi sui compiti per il giorno dopo, poter organizzare una festa o una partita di calcio con pochi click e a costo zero! Il prezzo da pagare è però una comunicazione decisamente più povera. Manca la voce, il suo timbro, la cadenza, i gesti che accompagnano le parole. Non c’è la manifestazione delle emozioni sul volto dell’interlocutore, semplicemente perché questo volto non posso vederlo… Una comunicazione povera che si sviluppa con estrema rapidità. E si sa che ciò che è rapido spesso spinge a rimanere in superficie. La riflessione ha bisogno di tempo, di lentezza. Caratteristica estranea alla logica di internet.

Cambiamo pagina. Tanti genitori infieriscono su Facebook perché non aiuta i figli a comprendere che cosa è la vera amicizia. Mio figlio ha 400 amici su Facebook, ma quanti di questi sono amici veri???
A questi genitori andrebbe chiesto che cosa fanno loro per aiutare i figli ad avere amici veri, reali, in carne ed ossa. Quanto tempo dedicano loro per far toccare con mano la bellezza di relazioni autentiche, profonde, gratuite, belle, vissute personalmente, a tu per tu, in presenza? Rapporti che possono essere iniziati o continuati anche attraverso il web, che diventa così uno strumento per approfondire amicizie vere.

Poi c’è il timore che i ragazzi incappino in contenuti pericolosi: violenza, pornografia, razzismo, droghe e via dicendo. Per evitare ciò sono di grande aiuto i filtri e i cosiddetti programmi di Parental control da installare sui computer; come pure è bene evitare che i figli tengano il computer in camera. Soluzioni utili ma che, di per sé, hanno un’efficacia molto ridotta. Meglio lavorare sulla motivazione, per portare poco alla volta i ragazzi a convincersi liberamente di non accedere a certi contenuti. Come? Rafforzando la comunicazione all’interno della famiglia, favorendo la formazione culturale degli adolescenti attraverso la passione per la lettura – dando essi per primi l’esempio! – , aiutandoli a comprendere l’uso corretto della libertà e la bellezza dell’amore umano. In questo modo i ragazzi stessi arrivano a capire quanto sia riduttivo e umiliante il modo in cui viene rappresentato spesso dai media.

In sostanza, chi educa deve puntare a sviluppare nei ragazzi un sano senso critico. E per farlo deve mettere in gioco tempo, pazienza, sforzo personale. Già, sforzo personale, perché bisogna per primi dare l’esempio ai propri figli. E’ molto più comodo vietare, proibire, comandare. E’ più comodo ma è molto meno efficace.

Continuiamo nell’elenco delle problematiche legate all’uso dei digital media ed arriviamo a quello che forse è uno degli inconvenienti più seri: l’invasività di Facebook. Volete sapere tutto su una persona? Cercatela su Facebook; il più delle volte raggiungerete il vostro obiettivo! Facebook vi permette di sapere come è fatta, qual è la sua età, la sua situazione sentimentale, il suo orientamento politico o religioso, quali sono le persone che frequenta su Facebook ma anche nella vita reale, quello che fa abitualmente (attraverso i suoi stati personali, le foto e i video caricati).

E il più delle volte le persone non si rendono conto che quello che scrivono o pubblicano di sé viene visto da centinaia o addirittura migliaia di persone. Ma c’è di più. Quanti di coloro che mettono le proprie foto su Facebook o che scrivono di essere tristi perché hanno litigato con un amico si esporrebbero allo stesso modo se fossero realmente davanti a tutti gli amici di Facebook contemporaneamente presenti?

A volte mi diverto nel vedere come un liceale che conosco per la prima volta a scuola mi dia del “lei” e pochi giorni dopo, su Facebook, passa senza alcuna remora al “tu”; ma ciò che mi diverte di più è il suo imbarazzo nel tornare al “lei” quando ci rivediamo a scuola. Questo succede perchè il monitor indebolisce e a volte annulla le barriere che proteggono la propria intimità. E Facebook è la massima rappresentazione di tale potere del web. Ma se l’intimità, che è quanto di più prezioso una persona possiede, diventa merce di tutti, che cosa potrà condividere di strettamente personale con coloro che ama di più? Che cosa potrà condividere con gli amici (quelli veri, reali, di carne)? Che cosa potrà donare di sè alla persona che diventerà la sua compagna di vita per sempre? Che cosa proteggerà come valore inestimabile che le permette di possedersi ed, in definitiva, di amarsi?

Ciò che è intimo, quindi, diventa a disposizione di tutti. Ma facendosi pubblico, paradossalmente esso svanisce, si perde e la persona si sente come violentata, anche se sul momento non se ne rende conto.

Perciò la migliore soluzione a questo problema va cercata sin dall’infanzia, aiutando i bambini a salvaguardare la propria intimità e a curare la virtù del pudore. Se un ragazzo arriva alle soglie dell’adolescenza con la piena consapevolezza di possedere dentro di sè un tesoro da proteggere a tutti i costi, gli verrà più facile farlo anche se usa Facebook o altri strumenti che mettono a repentaglio questo tesoro.

Come comportarci quindi per non perdere il contatto con il mondo dei nostri figli? Proviamo a trarre alcune conclusioni.

Innanzitutto ci vuole credibilità. I ragazzi ci guardano. Il problema educativo è degli adulti, ai quali è richiesta innanzitutto coerenza. Oggi mancano veri educatori, per questo si parla di crisi educativa. Gli adulti sono assenti e i ragazzi ne pagano le conseguenze. Dobbiamo lavorare quindi su di noi innanzitutto.

Poi è necessario il dialogo con la cultura post-moderna. Non serve fare crociate, cercare il muro contro muro, che oltre a non portare a nessuna conclusione costruttiva spesso non fa altro che esasperare le posizioni reciproche.

Infine, bisogna armarsi di molta pazienza. Pazienza per capire il mondo dei giovani; o almeno fare lo sforzo di capirlo. Pazienza per aggiornarsi; oggi educare è diventata una professione a tutti gli effetti; ed ogni professionista che si rispetti non può trascurare il proprio aggiornamento. Bisogna che ci si riappropri degli spazi umani, attraverso la lettura, i rapporti umani profondi, la dedicazione di tempo; perché si possa costituire quel territorio comune tra le diverse generazioni che è necessario per poter trasmettere a ogni persona giovane la convinzione – sono parole di Benedetto XVI - della “bontà della sua stessa vita e dei rapporti che la costituiscono, della validità del suo impegno per costruire con gli altri qualcosa in comune”.


Articolo pubblicato sul numero di aprile 2011 di Fogli (edizioni Ares)


venerdì 8 aprile 2011

Chi ha paura di Facebook? (prima parte)

“Internet è un vero dono per l’umanità (…) è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana, la pace e la giustizia, i diritti umani e il rispetto per la vita e il bene della creazione (…) Sentitevi impegnati a introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita…”

Mi piace partire da queste parole di Benedetto XVI per rassicurare quei genitori terrorizzati dall’avanzata inarrestabile di un mostro che starebbe “divorando” il tempo, la mente, l’anima dei loro figli. Genitori in crisi perché non riescono a stare al passo con lo sviluppo tecnologico; genitori che vedono affievolirsi ogni speranza di salvare quel filo sottile che ancora permette loro di comunicare con i propri figli adolescenti, colpevoli di rimanere sempre più spesso chiusi in camera a passare il tempo su Facebook, mentre il mondo, quello vero, va avanti senza di loro…

Genitori spaventati. Genitori disorientati. E, va aggiunto, genitori spesso inconsapevoli.

Di cosa? Inconsapevoli che il vero problema probabilmente è dentro di loro. Sia chiaro, non è mia intenzione difendere a spada tratta Facebook, Messenger, siti web e media digitali, dei quali peraltro sono un grande utilizzatore. Ma siamo sicuri che il problema siano i media?

O meglio, siamo sicuri che il problema sia solo questo? Può darsi che sia necessario fare un passo indietro e interrogarsi in senso più ampio sul rapporto con i nostri ragazzi? E’ possibile che dobbiamo chiederci perché i media hanno guadagnato così tanto spazio nella loro vita da farci temere che c’è qualcosa che non va?

Mi capita spesso, quando parlo di questi temi con alcuni genitori, di cogliere due tipi di reazione. A volte un atteggiamento negativo: ai media andrebbe data la colpa di tutto, soprattutto dell’impoverimento relazionale e lessicale. Non sanno più parlare! Non sanno più scrivere! Sanno scrivere solo TVB, Xkè, xò, nnt e via dicendo…, si lamentano allarmate molte mamme (e pochi papà, ma di questo parleremo un’altra volta…).

Altre volte, l’atteggiamento dei genitori è diametralmente opposto: una sorta di rassegnazione, di resa “generazionale” che ha tra le conseguenze più pericolose quella di tagliarli fuori dalla sfida educativa lanciata dai loro figli. Un educatore, un genitore, oggi più che mai è chiamato innanzitutto a dare speranza e ottimismo; non può arrendersi o dare l’impressione di farlo.

Non è vero che i ragazzi si chiudono nel loro mondo “virtuale” perché non vogliono parlare con gli adulti. Anzi, in essi spesso si avverte un crescente bisogno di socializzazione verticale: i giovani cercano – perché ne hanno bisogno - adulti capaci di essere punti riferimento e li cercano innanzitutto nei genitori. Essi cercano disperatamente modelli autorevoli; ma l’autorità non si impone, semmai viene riconosciuta dagli educandi, quindi bisogna conquistarsela. Quando i giovani non trovano negli adulti dei veri punti di riferimento, succede che li cercano altrove e quindi anche nei media; essi allora non si sono emancipati dagli adulti, ma li hanno solo surrogati. I media non hanno sottratto spazi educativi agli adulti, sono questi ultimi che glieli hanno lasciati.

Tempo fa ho letto queste belle parole di Natalia Ginzburg: « Questa è forse l’unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro [ai figli] di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perché l’amore alla vita genera amore alla vita ».

Perché l’amore alla vita genera amore alla vita. Parole sagge, che vanno vissute prima ancora che dette. Mostrare l’amore alla vita per mezzo della propria vita: un genitore non può abdicare a questo compito primario che è quello che i figli si aspettano. E mostrare che la vita è bella significa anche valorizzare ciò che di buono c’è nelle novità che i figli ci presentano. Anche Facebook, sì…

Perché per comunicare con le nuove generazioni e non aumentare a dismisura il gap che ci separa da esse bisogna conoscere il loro linguaggio, capirlo, valorizzarne le istanze positive; solo così, acquistando credibilità e fiducia nei confronti dei ragazzi, un educatore sarà in grado di aiutarli a cogliere anche le negatività insite nell’uso di questi strumenti. Bisogna convincersi che non è vero che essi siano strumenti negativi; dipende dall’uso che se ne fa, come avviene per tutto. Se li si usa bene sono utili; altrimenti diventano inutili o dannosi. Internet, per esempio, è una vetrina che presenta il mondo: se il mondo ha degli aspetti negativi, internet ci presenterà contenuti negativi; se il mondo ha degli aspetti positivi, internet ci presenterà contenuti positivi. Il problema non è internet ma il mondo. E lo stesso si può dire per Facebook, Youtube, Messenger, video-telefonini, ecc.

Va fatta un’altra considerazione. Non è possibile arrestare il tempo e con esso il progresso. Le nuove generazioni vengono identificate con il termine di nativi digitali, per rimarcare la forte influenza che le tecnologie digitali hanno su di esse. Si tratta di ragazzi nati nell’era dei digital media, a differenza dei loro genitori che, al limite, possono essere considerati immigrati digitali, come vengono chiamati dagli studiosi coloro che si sono avvicinati solo da adulti alle nuove tecnologie.

Ciò significa che in questi ragazzi è diverso il modo di comunicare, di ragionare, di percepire la realtà, di provare e rappresentare le proprie emozioni. Questo è un dato di fatto da cui partire per poterli aiutare. Non si può partire dalla considerazione che “oggi i giovani non sanno comunicare!”. A parte il fatto che non è vero, perché comunicano e anche tanto. Semmai lo fanno in maniera diversa rispetto agli adulti. E poi questo è il modo migliore cha ha un adulto per tagliare i ponti con loro.

All’inizio di questo articolo ho precisato che esso non è un’apologia di Facebook e dintorni. E’ ovvio che ci sono degli aspetti problematici relativi all’utilizzo dei digital media da parte dei figli. Ma ogni intervento educativo sull’uso dei media sarà efficace nella misura in cui noi per loro siamo persone credibili, amabili, autorevoli, autentiche, positive.

Premesso ciò possiamo adesso affrontare le difficoltà educative connesse all’uso di questi strumenti, con l’obiettivo di valorizzarne maggiormente gli aspetti positivi e minimizzarne invece le istanze negative.


Articolo pubblicato sul numero di marzo 2011 di Fogli (edizioni Ares)
La seconda parte verrà pubblicata nel numero di aprile